Diritto di cittadinanza

Nella Svizzera odierna la cittadinanza si suddivide in sviz., cant. e com. (art. 37 della Costituzione fed.); la si acquisisce con la naturalizzazione o, se si soddisfano certi requisiti previsti dalla legge, in forma automatica. In Svizzera vige il principio della discendenza (ius sanguinis), per cui i figli - anche adottivi - assumono la cittadinanza dei genitori; la cittadinanza si può acquisire anche per via matrimoniale, ma dopo un certo periodo di residenza nel territorio nazionale o com. La cittadinanza sviz. implica vari diritti e doveri, fra cui i Diritti politici, la protezione diplomatica, la Libertà di domicilio, il divieto di espulsione ed estradizione e il Servizio militare obbligatorio; può essere concessa solo a persone fisiche, e pertanto si tratta di un rapporto giur. fra Stato e individuo.

Sul piano com. occorre distinguere fra membri del Comune (politico o degli ab.) e membri del Comune patriziale. Al cittadino sviz. residente spettano, nel suo luogo di domicilio, tutti i diritti e doveri che hanno i cittadini del cant. e del com.; i membri del com. patriziale godono anche del diritto di voto nelle votazioni patriziali e di una quota partecipativa sui beni patriziali o corporativi. Le singole regolamentazioni cant. dei loro diritti differiscono notevolmente; nella maggior parte dei cant. può essere membro del com. patriziale solo chi possiede già la cittadinanza com. (attinenza). Anche i com. impongono doveri ai propri cittadini (per esempio l'assunzione di una tutela).

1 - Sviluppo del diritto di cittadinanza nel Medioevo e nell'epoca moderna

I termini che in ted. e franc. indicano la cittadinanza (Bürgertum, bourgeoisie), derivano dal vocabolo "borghese" (Bürger/Burger, bourgeois, cfr. la vecchia accezione di Borghesia). A partire dal IX sec. venne chiamato burgensis chi viveva nel burgus, cioè nell'abitato antistante a una fortezza (in ted. Burg); più tardi il termine fu applicato anche a chi abitava nelle città di origine diversa. Solo i proprietari di un terreno urbano ottenevano la cittadinanza ("borghesia") a pieno titolo e, di conseguenza, una migliore protezione giur. da parte della città. Molti servi e semiliberi cercavano di abitare e lavorare in una città per ottenerne la cittadinanza. Nel XIII sec. la clausola della proprietà di un terreno urbano fu abolita per gli ab. delle città, ma non per i Borghesi esterni. La cittadinanza divenne un legame personale di fedeltà verso il signore cittadino e i concittadini, il che comportò il rispetto di determinati doveri civici. Nelle città vi erano persone che godevano a pieno titolo del diritto di cittadinanza e altre con diritti politici solo limitati. Vari sistemi di alleanze fra località diverse furono creati con i patti di Comborghesia, in cui una città si impegnava a concedere la cittadinanza a persone singole o a determinati gruppi; spesso la comborghesia era reciproca fra due città.

Nell'epoca moderna le città cominciarono a chiudersi sempre più: dapprima furono inasprite le clausole per la concessione della cittadinanza ai nuovi arrivati, poi la cittadinanza non fu più concessa ex novo, con conseguente aumento della pop. urbana che godeva di minori diritti. In seno alla cittadinanza urbana prese avvio una differenziazione sociale: il patriziato cittadino, che aveva il monopolio del governo, prese le distanze dai normali cittadini, che persero gradualmente il loro influsso politico. Anche nei cant. rurali le istituzioni comunitarie riuscirono a riscattarsi dal signore feudale e i loro membri ottennero uno status paragonabile a quello degli ab. delle città. Gli statuti di questi cant. erano, sul piano formale, del tutto paragonabili a quelli cittadini, ma il passaggio delle competenze politiche agli ab. maschi avvenne prima; la Landsgemeinde inoltre, che riuniva i membri delle comunità, mantenne il suo influsso anche nell'epoca moderna, quando nelle città le assemblee dei cittadini persero importanza. Né i molti patti di comborghesia né gli altri accordi stipulati fra i vari cant. urbani e rurali portarono a un diritto di cittadinanza di carattere generale, sul piano conf.; nell'ordinamento politico e giur. del ME e dell'epoca moderna, gli individui appartenevano in primo luogo a una collettività locale, ossia a una città o a un'unità statale o signorile rurale.

Autrice/Autore: Rainer J. Schweizer / vfe

2 - XIX e XX secolo

Nel 1798 il diritto di cittadinanza fu regolamentato dalla Costituzione elvetica; la nuova Repubblica prevedeva, sul modello franc., una cittadinanza sviz. che poteva essere acquisita dai forestieri solo dopo 20 anni (Cittadino), e da cui furono esclusi, a posteriori, gli ebrei. All'epoca della Mediazione (1803-15) la cittadinanza sviz. venne mantenuta, ma non fu possibile acquisirla ex novo. Come cittadino sviz. era riconosciuto solo chi era in possesso della carta di cittadinanza o era stato accolto per decreto dell'autorità legislativa elvetica; la naturalizzazione competeva ai cant. Il Patto fed. del 1815 non prevedeva una cittadinanza sviz. Singoli cant. si impegnarono con dei concordati a concedere la libertà di domicilio ai cittadini dei cant. cofirmatari.

La Costituzione fed. del 1848 rinunciò a introdurre una cittadinanza sviz. autonoma. La dichiarazione per cui "ogni cittadino di un Cant. è cittadino sviz." sovrappose alla cittadinanza cant. una cittadinanza sviz. che in un certo senso era da essa derivata e fondamentalmente conferiva a tutti gli sviz. maschi di confessione cristiana gli stessi diritti politici di cui godevano i cittadini dei cant.; la definizione delle condizioni per l'acquisto e la perdita della cittadinanza restò di competenza cant. Nel 1867 gli sviz. di religione ebraica furono equiparati sul piano giuridico agli altri cittadini. La Costituzione fed. riveduta del 1874 limitò le competenze dei cant. e assegnò la vigilanza sulle naturalizzazioni alla Conf.; la competenza legislativa nell'ambito del diritto civile attribuita a quest'ultima nel 1898 comprendeva anche la facoltà di regolamentare l'acquisto e la perdita della cittadinanza per motivi legati al diritto di fam. Fra il 1870 e il 1910 gli stranieri presenti in Svizzera salirono dal 5,7% al 14,7% della pop. complessiva, il che spinse le autorità ad acconsentire a un maggior numero di naturalizzazioni. La legge fed. del 1876 sulla cittadinanza sviz. venne lievemente modificata nel 1903. In seguito all'aumento incessante degli stranieri (fino al 1910) e alle esperienze della prima guerra mondiale, la legge venne sottoposta a revisione parziale nel 1920. La legge riveduta, che prevedeva la cosiddetta naturalizzazione "coatta", contribuì a ridurre la quota degli stranieri (5,2% nel 1941).

Dal 1848 i contenuti del diritto di cittadinanza hanno subito profondi cambiamenti. L'evoluzione politica ed economica e gli effetti delle due guerre mondiali hanno fatto sì che sia per lo Stato sia per il singolo il concetto di appartenenza nazionale abbia acquistato un significato maggiore rispetto a quello di cittadinanza com., che un tempo determinava il luogo in cui si doveva prestare servizio militare o si aveva diritto all'assistenza pubblica. Questa svolta trovò espressione nella legge fed. sull'acquisto e la perdita della cittadinanza sviz. del 1952; quest'ultima consentì alle donne sviz. sposate con un cittadino straniero di mantenere la propria cittadinanza sviz., a condizione che al momento dell'annuncio o della celebrazione del matrimonio venisse presentata una dichiarazione presso l'ufficio di stato civile in Svizzera oppure presso una rappresentanza diplomatica o consolare all'estero. Dopo alcune modifiche approvate nel corso degli anni, concernenti fra l'altro il Diritto del bambino, nel 1983 il popolo adottò gli articoli costituzionali sulla Parità tra uomo e donna (art. 44 e 45 della vecchia Costituzione), che resero necessario un adattamento del Diritto matrimoniale. Dalla revisione di quest'ultimo nel 1988, le donne sposate con uno straniero non devono più depositare una dichiarazione per conservare la propria cittadinanza sviz.; da allora non sono inoltre più valide le disposizioni dell'art. 54 cpv. 4 della Costituzione fed. del 1874 e dell'art. 3 della legge fed. del 1952, fondate su un antico diritto consuetudinario, secondo cui le straniere che sposavano uno Svizzero ottenevano automaticamente la cittadinanza sviz. e le cittadine sviz. perdevano la propria cittadinanza com. o cant. a favore di quella del marito. Oggi molte donne sviz. hanno una doppia cittadinanza a livello com., perché conservano la propria attinenza ma assumono anche quella del marito.

Dagli anni 1960-70 la quota della pop. straniera è tornata a salire. Nel 1983 e nel 1994 popolo e cant. hanno bocciato alcune riforme che prevedevano, in particolare, naturalizzazioni agevolate per giovani stranieri cresciuti in Svizzera, rifugiati riconosciuti e Senza patria. Le revisioni del 1984 e del 1990 hanno facilitato la naturalizzazione solo ai discendenti stranieri di genitori sviz. e ai coniugi stranieri di cittadini sviz. Nel 2003 il parlamento aveva accettato una nuova legge sulla cittadinanza che prevedeva una naturalizzazione facilitata per gli stranieri della seconda e della terza generazione; sottoposte a referendum, queste disposizioni sono state tuttavia rifiutate dal popolo e dai cant. nel 2004.

Autrice/Autore: Rainer J. Schweizer / vfe

Riferimenti bibliografici

Fonti
– «Messaggio a sostegno di un disegno di legge sull'acquisto e la perdita della cittadinanza svizzera (del 9 agosto 1951)», in Foglio federale della Confederazione svizzera, 1951, 893-936
– «Messaggio concernente la naturalizzazione agevolata dei giovani stranieri (del 28 ottobre 1992)», in Foglio federale della Confederazione svizzera, 1992, 6, 445-463
– «Messaggio relativo alla cittadinanza per giovani stranieri e alla revisione della legge sulla cittadinanza (del 21 novembre 2001)», in Foglio federale della Confederazione svizzera, 2002, 1736-1823
Bibliografia
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