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Clima

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Per clima si intende l'avvicendamento caratteristico delle condizioni meteorologiche in una data regione durante un determinato intervallo di tempo. Le sue componenti più importanti sono la temperatura atmosferica, le precipitazioni e l'azione del sole. Le condizioni geografiche e topografiche, in particolar modo le Alpi, hanno un ruolo importante per il clima in Svizzera. Il clima agisce, attraverso i mutamenti ambientali (Ambiente), anche sui processi demografici, economici, politici e sociali ed è a sua volta influenzato da fattori antropici.

1 - Metodi della storia del clima

Si possono ricavare indicazioni sul clima del passato grazie ad archivi naturali e culturali. I primi, gli archivi naturali, conservano le tracce di processi influenzati dal clima e sono articolati in due sottogruppi: da un lato in supporti di dati non organici, come carote di ghiaccio, depositi in acque ferme (depositi lacustri, varve, sedimenti fortemente calcarei), morene di Ghiacciai spariti e arretrati, materiale di riempimento accumulato in fosse, nei fondivalle, nel processo di formazione dei terrazzamenti; dall'altro in supporti di dati organici, come anelli di accrescimento delle piante (dal 700 ca.), resti vegetali e animali (ad esempio coleotteri, larve di tricotteri), pollini e spore fossili, legno fossile, formazioni di torbiere.

Gli archivi culturali, accanto alle osservazioni sui processi influenzati dal clima, contengono anche descrizioni di manifestazioni meteorologiche e misurazioni strumentali di elementi climatici (Meteorologia). Le descrizioni comprendono andamenti meteorologici anomali, catastrofi naturali, annotazioni sul tempo di ogni giorno e le sue variazioni stagionali e mensili (Climatologia). Le osservazioni sui processi influenzati dal clima si articolano in primo luogo, analogamente agli archivi naturali, nei due gruppi dei dati organici e non organici. Appartengono ai primi le descrizioni dello stadio di sviluppo delle piante coltivate e selvatiche, così come le informazioni sulla viticoltura (raccolti, contenuto zuccherino del mosto), ai secondi i fenomeni nevosi e glaciali e le indicazioni sull'altezza del livello delle acque. Vanno aggiunte le fonti iconografiche (ad esempio per le estensioni precedenti dei ghiacciai) e le iscrizioni (ad esempio le massime sulle facciate delle case e i segnali di guardia per le piene). Le fonti materiali, come ad esempio le vecchie vie di comunicazione e i reperti archeologici, formano un gruppo a parte.

1.1 - Metodi di misurazione

I dati provenienti da tronchi d'albero fossili, accumuli di insetti fossili, macrofossili vegetali, carote di ghiaccio, ghiacciai e varve rispecchiano direttamente le antiche condizioni meteorologiche. Quasi sempre indirette sono invece le indicazioni fornite dai dati geomorfologici o acquisiti attraverso l'analisi dei pollini. Per l'interpretazione dei dati culturali occorre applicare i consueti metodi della critica delle fonti storiche.

Nel trattamento dei dati indiretti forniti dagli archivi culturali e naturali, le relazioni fra i processi che vi sono raffigurati e gli elementi climatici vengono individuate statisticamente mediante calibrazione. Per i dati naturali trovano inoltre applicazione metodi di datazione speciali, ad esempio fossili guida, dendrocronologia, metodo al radiocarbonio (C-14) e metodi chimici.

Autrice/Autore: Christian Pfister, Conradin A. Burga / sma

1.2 - Densità di dati storico-climatici

Secondo la suddivisione classica in periodi glaciali (Glaciazioni), nel frattempo sottoposta a revisione ma alla quale qui ci si attiene, le più vecchie sedimentazioni delle epoche glaciali sono attribuite, con significative incertezze, alla glaciazione di Mindel (oltre a 245'000 anni fa) e alla penultima interglaciazione (Mindel/Riss, 245'000-230'000 anni fa). Molto più sicura è invece la collocazione temporale delle sedimentazioni dell'ultimo periodo interglaciale (Riss/Würm, 130'000-115'000 anni fa). Assieme alle indicazioni provenienti dal Würm antico (115'000-60'000 anni fa) e medio (60'000-30'000 anni fa), esse forniscono i più antichi dati qualitativi utilizzabili sulle condizioni climatiche del passato. A partire dal Würm recente (17'000-10'000 anni fa) aumenta la ricchezza dei dati; fino al primo periodo per il quale si hanno a disposizione curve dendrocronologiche e fonti scritte si tratta tuttavia di dati soprattutto qualitativi, ricavati attraverso la storia della vegetazione, dei ghiacciai e del paesaggio.

A partire dal 1300 ca. le anomalie e le catastrofi naturali, e dal 1500 ca. anche l'andamento meteorologico stagionale, furono descritti in cronache. Dal 1550 sono a disposizione descrizioni del clima di ogni singolo mese, per lunghi intervalli addirittura di ogni singolo giorno. La maggior parte di questi dati proviene dall'Altopiano, in prevalenza dal triangolo Basilea-Lucerna-lago di Costanza. Tutte queste informazioni (dal 1500 in avanti) vengono convertite su di una scala in espressioni numeriche relative a temperatura e precipitazioni, e attraverso procedimenti di calcolo statistici vengono messe in relazione alle serie di misurazioni strumentali. Analoghi modelli statistici rendono possibile la valutazione della distribuzione mensile media della pressione atmosferica, della temperatura e delle precipitazioni in Europa a partire dal 1675.

Le prime misurazioni strumentali della pressione atmosferica, della temperatura, delle precipitazioni e del livello delle acque vennero condotte nel 1708 da Johann Jakob Scheuchzer a Zurigo. Le più lunghe serie di misurazioni provengono da Basilea per la temperatura e la pressione atmosferica (dal 1755), da Ginevra per le precipitazioni (dal 1778). A sud delle Alpi l'evoluzione della temperatura è documentata dalla lunga serie di misurazioni di Torino (dal 1753), quella delle precipitazioni dalla serie di misurazioni di Milano; esse permettono di ricostruire anche le condizioni climatiche della Svizzera meridionale. Nel 1863 entrarono in funzione 88 stazioni della prima rete nazionale di rilevamenti meteorologici. Nel 2001 MeteoSvizzera (in precedenza Ist. sviz. di meteorologia) disponeva di 815 stazioni meteorologiche, organizzate in reti di differenti programmi di osservazione.

Autrice/Autore: Christian Pfister, Conradin A. Burga / sma

2 - Il clima fino al 1200 d.C.

2.1 - Dalle glaciazioni all'8000 a.C.

Le fasi culminanti delle ultime tre glaciazioni - Mindel, Riss (180'000-120'000 anni fa) e Würm (115'000-10'000 anni fa) - furono caratterizzate da un clima molto freddo e secco (le temperature medie annuali erano inferiori ai 10°C) e dall'assenza di foreste. I Boschi riapparvero nelle fasi finali delle singole glaciazioni e in seguito al periodo di riscaldamento, dapprima con specie semplici, adatte a un clima ancora freddo e semiarido, come la betulla e il pino silvestre (Flora). Durante i due ultimi periodi interglaciali e in quello postglaciale (iniziato ca. 10'000 anni fa) si diffusero rapidamente le specie che prediligono il caldo come la quercia, il faggio, il carpine e il nocciolo. Rispetto alle temperature medie estive odierne, l'optimum termico dell'ultimo periodo interglaciale fu sensibilmente più alto. La fine di un periodo interglaciale e la transizione alla successiva glaciazione si manifestavano attraverso la diffusione dei boschi di conifere (abete bianco e rosso), il rinnovato aumento delle specie adattabili dal profilo climatico e la più ampia diffusione delle specie erbacee.

Il penultimo periodo interglaciale (Mindel/Riss) fu diviso in due periodi da una fase a carattere climatico freddo-temperato. La seconda fase calda fu piuttosto arida e un po' più fredda. L'inizio della glaciazione di Riss va articolata in almeno quattro fasi calde (fasi di miglioramento del clima durante un periodo glaciale) del tipo climatico fresco-temperato, intercalate da fasi fredde e semiaride (fasi di peggioramento del clima durante un periodo glaciale). Il massimo rissiano, freddo e arido, fu analogo al massimo würmiano. La fase finale del Riss recente, come quella del Würm, fu caratterizzata da un cambiamento delle condizioni climatiche, che passarono dalle iniziali molto fredde-semiaride alle fredde-temperate. Il clima freddo-temperato con precipitazioni elevate, adatto alla crescita dei boschi di alberi latifogli e conifere, viene considerato caratteristico dell'ultimo periodo interglaciale. Inizio e fine si contraddistinsero per le loro forti fasi erosive. Durante la fase principale a clima caldo-temperato prevalsero i boschi latifogli misti. Le condizioni climatiche della fase principale furono analoghe a quelle postglaciali ma probabilmente segnate da variazioni più ampie, in parte con estati più aride e inverni più miti.

Nel Würm antico vanno distinte tre fasi fredde a clima freddo-arido (la più fredda fu la prima), caratterizzate da una tundra stepposa con boschi di betulle e di pini, e tre fasi calde a clima freddo-temperato (le più calde furono la prima e la seconda; la terza in confronto alle precedenti fu probabilmente sensibilmente più arida). Il Würm medio può essere suddiviso in diverse fasi fredde e calde a clima freddo-semiarido, risp. freddo-temperato. Rispetto al Würm antico, il medio fu probabilmente più arido. Il massimo würmiano (ca. 20'000-18'000 anni fa) fu caratterizzato dalla massima espansione dei ghiacciai associata a un clima estremamente freddo e semiarido (temperatura annuale media di ca. 12-15°C inferiore a quella odierna) e dalla totale assenza di foreste. Nel territorio sviz. rispetto alla situzione attuale le temperature medie estive furono di ca. 8-10°C inferiori, le precipitazioni annuali più basse probabilmente di ca. 500 mm all'anno. Nel Würm recente una serie di ondate di caldo - ca. 16'000, 14'500, 13'000 e 10'000 anni fa - diede luogo a un significativo aumento della temperatura globale.

Durante le fasi fredde del Würm recente - i cosiddetti Dryas antico e recente - le Alpi erano dominate da un clima freddo e semiarido. Nel Dryas antico (ca. 17'000-15'000 anni fa) le temperature annuali medie furono di ca. 7-11,5°C inferiori a quelle odierne. I ghiacciai delle Alpi avanzarono più volte. Dopo l'ondata di caldo di 14'500 anni fa, nell'Altopiano occidentale le temperature medie di luglio salirono a ca. 10-12°C. Durante il significativo riscaldamento di 13'000 anni fa, le temperature medie annue nell'Altopiano aumentarono di ca. 4,3-7,2°C nel giro di pochi decenni, mentre nelle fasi calde del rimboschimento spontaneo tardoglaciale nel periodo di Bölling (13'000-12'000 anni fa) e di Alleröd (11'700-10'700 anni fa) le medie annuali furono solo di 2-3°C ca. inferiori alle attuali. Queste due fasi calde, climaticamente abbastanza omogenee, furono divise l'una dall'altra da due deboli fasi fredde. Nella successiva fase fredda del cosiddetto Dryas recente (11'000-10'000 anni fa) si verificò - 11'000 anni fa ca. - un raffreddamento di 3-4°C con conseguente abbassamento del limite della foresta di ca. 200 m nel giro di pochi decenni. Il Dryas recente, scandito da più avanzamenti dei ghiacciai, si concluse con un rapido aumento della temperatura annuale media di ca. 3-5°C, anch'esso verificatosi entro pochi decenni; inoltre, aumentarono anche le precipitazioni. Nel Preboreale, dopo la fine dell'ultima glaciazione 10'000 anni fa, i periodi di vegetazione si prolungarono di ca. 4-5 settimane, ciò che fece salire il limite della foresta nelle Alpi di ca. 400 m. I ghiacciai alpini si sciolsero arretrando alle dimensioni moderne.

Autrice/Autore: Conradin A. Burga / sma

2.2 - Dall'8000 a.C. al 1200 d.C.

Dopo questo rapido aumento della temperatura prese avvio un periodo noto come postglaciale o Olocene. Rispetto al precedente periodo glaciale, l'Olocene fu caratterizzato da temperature sensibilmente più alte con oscillazioni di ampiezza minima intorno a un valore medio. In base alle conoscenze attuali, la media di lungo periodo delle temperature estive divergeva da quella odierna di appena più/meno 0,6-0,7°C. Le deboli escursioni termiche da 1,2 a 1,4°C provocarono da un lato lo spostamento del limite dei boschi di più/meno 100 m rispetto a quello odierno e dall'altro anche l'oscillazione del livello dei laghi e il ripetuto avanzamento e ritiro dei ghiacciai alpini. Durante il periodo postglaciale i movimenti di questi ultimi, analogamente alle escursioni della temperatura, si verificarono nell'ambito di una zona che è ben circoscrivibile grazie al cosiddetto margine proglaciale, situato fra il margine attuale del ghiacciaio e il suo fronte al momento di massima espansione dal 1850 al 1860.

Il periodo postglaciale si articola in otto importanti fasi fredde che in parte si estesero lungo parecchie centinaia di anni e furono separate tra di loro da marcate fasi calde. La fase fredda postglaciale più nota fu la Piccola era glaciale (ca. 1300-1850), cui fece seguito la nostra fase calda attuale. Dal profilo della storia del clima il periodo postglaciale può essere suddiviso in due parti: dopo una fase fredda ca. 9500 anni fa (oscillazione di Palü) con massima espansione dei ghiacciai, seguì 9000-5500 anni fa una fase calda durata parecchie migliaia di anni con un'espansione in genere ridotta dei ghiacciai alpini (primo optimum climatico postglaciale). Le variazioni climatiche piuttosto deboli durante questo optimum caldo sono documentate dalle oscillazioni di Schams e della Mesolcina (8700-7700, risp. 7500-6000 anni fa). Nel secondo periodo, da 5500 anni fa fino ad oggi, si sono succedute un numero crescente di fasi fredde e calde a intervalli relativamente brevi e irregolari. Fra queste spiccano, immediatamente dopo le fasi fredde Piora I e II (5200-4500 anni fa), il secondo optimum climatico postglaciale (ca. 4900-4250 anni fa) quale più lungo periodo piuttosto caldo e la susseguente fase fredda Löbben (3500-3100 anni fa) quale marcato peggioramento climatico. Dopo una fase calda durata 200-300 anni, il cosiddetto optimum dell'età del Bronzo (ca. 3500/3400-3200 anni fa), seguirono nuovamente fasi fredde accompagnate da ripetuti avanzamenti dei ghiacciai. Una prima fase durò da 3200 a 2600/2500 anni fa (fase fredda Göschenen I). Dopo una fase calda più lunga, il cosiddetto optimum climatico dell'epoca romana, seguì 1950-1900 anni fa un secondo peggioramento del clima (fase fredda Göschenen II). Durante questo periodo i ghiacciai avanzarono fortemente almeno tre volte (1900-1700, 1600-1400 e probabilmente 1250-1150 anni fa). Verso la fine del IX sec. le condizioni climatiche migliorarono, rimanendo stabili fino all'inizio della Piccola era glaciale. Questa fase calda, denominata optimum climatico medievale, fu brevemente interrotta verso il 1100 da un peggioramento del clima accompagnato da una fase di debole espansione dei ghiacciai.

Autrice/Autore: Hanspeter Holzhauser / sma

2.3 - La comparsa dell'uomo in epoca glaciale e postglaciale

Nei periodi interglaciali la presenza dell'uomo, pur in assenza di tracce e reperti, risulta probabile nel Giura, nell'Altopiano e nelle Prealpi (nella regione di Zurigo e nella valle del Reno presso Basilea per esempio durante il periodo interglaciale Riss/Würm). Durante le glaciazioni le condizioni climatiche furono sfavorevoli all'uomo, che si spostava in base ai cambiamenti climatici e all'estensione dei ghiacciai. Reperti sparsi lasciano presumere prime attività umane nel Paleolitico (ca. 400'000 anni fa). Nel Giura, sull'Altopiano e nella valle del Reno fra Sciaffusa e Basilea sono attestati siti a cielo aperto, caverne e ripari appartenenti al Paleolitico medio (ca. 130'000-35'000 anni fa). I cacciatori vivevano come nomadi in piccoli gruppi presso laghi, fiumi e caverne.

Ca. 50'000-40'000 anni fa, sul territorio sviz. è attestato un incremento della densità abitativa. L'uomo viveva in siti a cielo aperto, caverne (anche nelle Alpi) e ripari (Paleolitico). Cacciava nei boschi, sviluppatisi insieme alla Fauna (mammiferi quali renne, mammut, rinoceronti lanosi) durante le fasi calde, e presumibilmente raccoglieva anche bacche e frutta. Anche durante il Würm antico e medio, nelle fasi calde il territorio della Svizzera fu popolato. Nei momenti di massima estensione dei ghiacciai würmiani l'uomo evitò le inospitali zone limitrofe. Durante il Würm recente i ghiacci si ritirarono; fasi di ricolonizzazione si verificarono soprattutto ca. 12'000-10'000 anni fa.

All'inizio del periodo postglaciale esistevano, soprattutto sull'Altopiano, specchi d'acqua, laghi e pantani le cui rive venivano sfruttate dall'uomo (Mesolitico). Nel corso del Neolitico avvenne il passaggio da un'economia di raccolta all'agricoltura (cerealicoltura, allevamento di animali domestici, pascoli boschivi); le aree privilegiate per gli insediamenti erano le zone perilacustri e fluviali dell'Altopiano, del Giura e del basso e medio Vallese. Stando allo stato attuale delle conoscenze della Preistoria e della Protostoria, nelle Alpi le fasi fredde postglaciali non provocarono un'interruzione degli insediamenti. Durante l'età del Bronzo vennero per la prima volta coltivate superfici di uno-due ettari.

Autrice/Autore: Conradin A. Burga / sma

3 - L'evoluzione del clima sull'Altopiano dal Medioevo a oggi

Fino al 1300 ca., in certi periodi le temperature nei semestri estivi furono di poco superiori alle medie del XX sec. (spec. nell'XI e XIII sec.). Soprattutto nel XIII sec., gli inverni rigidi furono più rari rispetto al periodo 1300-1900; piante di fico crebbero fino alla latitudine di Colonia. I ghiacciai alpini si erano ritirati raggiungendo un'estensione comparabile a quella attuale. Un calo delle temperature invernali medie superiore a 1°C diede avvio alla Piccola era glaciale, caratterizzata da frequenti inverni rigidi. Una serie di estati umide e in parte estremamente fredde (1342-47) provocò un'espansione dei ghiacciai che raggiunse il culmine verso il 1380; entro il 1420 le lingue glaciali arretrarono nuovamente in seguito a temperature nel semestre estivo superiori di ca. 0,5°C a quelle del periodo 1901-60. L'estensione dei ghiacciai raggiunse livelli particolarmente elevati anche tra il 1600 e il 1670 e il 1820 e il 1860.

3.1 - I periodi invernali e primaverili

Eccetto poche annate, fino alla fine del XIX sec. gli inverni risultarono più freddi e sensibilmente più asciutti di quelli attuali. In particolare alla fine del XVI e XVII sec. e attorno al 1890, sopra il mare del Nord e la Scandinavia si stabilirono relativamente spesso e a lungo zone di alta pressione. Sul loro fianco orientale, la Bise (vento proveniente da nordest) convogliava aria continentale fredda e asciutta verso l'Europa centrale. Nei rigidissimi inverni del 1572-73 e 1694-95, la maggior parte dei laghi dell'Altopiano gelò; persino il lago di Thun divenne percorribile con le slitte in tutta la sua lunghezza. Nell'inverno 1572-73, il lago di Costanza rimase gelato per 60 giorni; la coltre di ghiaccio cominciò a sciogliersi solo all'inizio di aprile. Durante il XVIII sec., i laghi più piccoli come quello di Bienne ghiacciavano ogni due o tre anni. In quest'epoca tendenzialmente fredda, singoli inverni come fra gli altri quello del 1529-30 eguagliarono tuttavia quelli più miti del XX sec., con i ciliegi segnalati in fioritura già nella seconda metà di marzo. Dopo il 1895, diminuì improvvisamente il numero dei mesi freddi invernali sotto influsso della Bise; il riscaldamento conseguente va comunque ancora considerato come momento transitorio naturale da una fase fredda a una calda, verificatosi d'altronde anche nel ME. Anche durante questa fase di riscaldamento si verificarono fenomeni eccezionali in controtendenza, come l'ultima gelata dei laghi di Costanza e Zurigo (inverno 1962-63), che diventarono percorribili per pedoni e veicoli. Dal 1970 ca. è cominciata una lunga fase di inverni prevalentemente caldi e molto caldi, come risulta soprattutto dalla durata dei periodi di innevamento dell'Altopiano, che negli ultimi tre sec. ha fatto registrare tre stadi diversi. Nel periodo della Piccola era glaciale, durato fino al 1895, le regioni dell'Altopiano risultavano coperte da neve per mediamente 60 giorni all'anno; dal 1890 al 1987 la media si è ridotta a 46 giorni, e nel 1988-97 addirittura a 27 giorni, non eguagliando neanche una volta la durata media registrata nei 100 anni precedenti. Dal 1901 le precipitazioni sono diventate nettamente più abbondanti (fino al 20% in più sull'Altopiano, nel Giura e in parti del Vallese) e, in seguito all'accelerazione del ciclo idrologico, più intense.

Nei decenni centrali del XVI sec., i periodi primaverili risultarono solo lievemente più freddi rispetto a oggi. Dopo il 1560, le temperature scesero in poco tempo di 1°C sotto l'influsso della Bise; contemporaneamente le precipitazioni si fecero più scarse. A parte gli anni 1656-85, fino al 1855 le stagioni primaverili furono tendenzialmente fredde e secche, particolarmente negli anni 1690-1700 e nel periodo 1738-47, quando le temperature scesero fino a 2°C sotto le medie attuali. Risultano documentate anche punte eccezionali di tempo freddo e umido: nel maggio del 1740, ad esempio, nelle regioni più elevate dell'Altopiano nevicò quasi ininterrottamente; attorno ai 900 m di quota la coltre di neve si sciolse solo agli inizi di giugno. Dopo il 1840 sul lungo termine le precipitazioni aumentarono, dal 1855 salirono gradualmente anche le temperature. A eccezione degli anni 1940-50, finora non si sono tuttavia verificati periodi ininterrotti di primavere calde.

Autrice/Autore: Christian Pfister / sma

3.2 - I periodi estivi e autunnali

Nel primo terzo del XVI sec. le estati furono fredde e umide, mentre nel terzo centrale prevalentemente calde e asciutte. Nell'ultimo terzo infine risultarono fredde ed estremamente umide a causa del frequente stallo delle perturbazioni; soprattutto in piena estate si registrarono nevicate in montagna. Dal 1555 al 1595, nella stagione calda le temperature scesero di ca. 1,5°C e le precipitazioni aumentarono del 25%. Ghiacciai estesi fino a bassa quota quali il ghiacciaio inferiore di Grindelwald avanzarono in pochi decenni di oltre 1 km, seppellendo fienili e abitazioni. Eccetto un raffreddamento momentaneo negli anni 1620-30, nel periodo 1600-80 le temperature estive si aggirarono attorno alle medie degli anni 1901-60, mentre il livello delle precipitazioni fu leggermente superiore. Dal 1685 al 1705 prevalsero estati fredde e umide; nel 1706 per la prima volta l'anticiclone delle Azzorre estese nuovamente la sua influenza sull'Europa centrale per diverse settimane. Nel XVIII sec., fino al 1780 ca. le stagioni estive in linea di massima furono più calde che nel XX sec. e in parte anche molto asciutte, come ad esempio negli anni 1718, 1719 e 1724. A causa di eruzioni vulcaniche di proporzioni gigantesche (soprattutto del vulcano Tambora in Indonesia, 1815) dal 1812 al 1817 si susseguirono sei estati fredde. Valori minimi vennero raggiunti nel 1816 (l'"anno senza estate"), all'origine dell'ultima grande carestia. In quei sei anni si assistette nuovamente a una forte espansione dei ghiacciai alpini. Fin verso il 1835, le estati rimasero fredde e piuttosto asciutte, mentre in seguito i movimenti delle lingue glaciali e l'andamento della viticoltura mostrano l'alternanza di periodi freddi e umidi (1835-55, 1876-95) con un ventennio caldo e asciutto (1856-75). Per quanto riguarda il XX sec., e particolarmente gli anni 1943-52, si registra una moltiplicazione delle estati calde e in parte molto aride (Siccità) che non trova eguali negli ultimi 500 anni. Estati costantemente fredde e piovose, tra gli elementi caratterizzanti del clima degli ultimi sec., a partire dal 1956 non si sono più verificate.

Al pari di quelle estive, le stagioni autunnali del XVI sec. conobbero tre fasi distinte. Le temperature più elevate si registrarono però già all'inizio degli anni 1530-40; la loro diminuzione dopo il 1570, associata a una maggiore umidità, risultò meno evidente. Nel periodo 1600-1750, le temperature si aggirarono attorno alle medie degli anni 1901-60, mentre il livello delle precipitazioni fu inferiore. Verso il 1750 prese avvio un profondo mutamento del clima autunnale, con un calo a lungo termine delle temperature e un aumento delle precipitazioni superiore al 25%. A parte gli anni 1815-25, fin verso il 1895 i periodi autunnali risultarono assai piovosi. La situazione mutò in maniera sostanziale attorno al 1920: le temperature salirono di ca. 1°C e il livello delle precipitazioni si riavvicinò, salvo poche eccezioni, alle medie di lungo periodo.

Autrice/Autore: Christian Pfister / sma

3.3 - Anomalie nelle temperature dopo il 1500

Considerando gli scarti più significativi dalle temperature medie mensili su tutto l'arco dell'anno e mettendoli in relazione con i rilevamenti pluviometrici, è possibile notare quanto segue: in presenza di correnti atmosferiche per lo più da ovest verso est, come ad esempio nei periodi "calmi" attorno alla metà del XVI e XVII sec., non si registrano praticamente anomalie; mentre con una preponderanza delle correnti da nord a sud, come ad esempio nella fase turbolenta del 1676-85, gli scarti sia positivi sia negativi ricorrono molto più spesso. Nel complesso si può constatare come nel semestre invernale fasi più fredde e asciutte rispetto alla media, originate dalla presenza costante della Bise, furono più frequenti nel periodo 1560-1900 rispetto agli anni precedenti e successivi. Passaggi repentini da una situazione climatica all'altra si sono verificati attorno al 1560 (raffreddamento) e nel 1986 (riscaldamento); le temperature eccezionalmente elevate registrate da allora costituiscono un fenomeno che non trova paragoni negli ultimi sec.

Autrice/Autore: Christian Pfister / sma

4 - L'evoluzione del clima sul versante meridionale delle Alpi e nelle Alpi centrali

Per il clima a sud delle Alpi si dispone di dati solo a partire dal 1753. Gli inverni furono quasi sempre più freddi e in prevalenza più asciutti rispetto a quelli del periodo 1901-60; come per il versante nordalpino, la fase più fredda si colloca agli inizi degli anni 1890-1900. Verso il 1970 si può osservare un marcato aumento delle temperature. Fino al 1835 ca., i periodi primaverili furono asciutti e più freddi che a nord delle Alpi, in seguito invece le temperature aumentarono sensibilmente, mentre sul versante settentrionale rimasero ancora basse fino al 1860 ca. Paragonate al livello degli anni 1901-60, le estati tra il 1760 e il 1835 furono mediamente più fredde di 1-2°C, mentre successivamente furono quasi altrettanto calde. Dal 1960 al 1990 sono diventate più frequenti le estati fredde ma asciutte. I mutamenti più marcati si registrano per la stagione autunnale: il brusco aumento delle precipitazioni nel periodo 1835-80 ebbe come conseguenza inondazioni più frequenti. A sud delle Alpi, le temperature aumentarono di ca. 0,5°C verso il 1940, più tardi quindi rispetto al versante settentrionale.

L'aumento delle Inondazioni a sud delle Alpi e nelle Alpi centrali alla fine del XX sec. ha sollevato la questione dell'interazione tra l'evoluzione naturale e gli influssi esercitati sul clima dalle attività umane, problematica che può essere chiarita solo disponendo di serie statistiche sul lungo periodo. Catastrofi naturali di questo genere avvengono regolarmente fra il 20 agosto e il 10 novembre, e sono originate da zone di bassa pressione che si formano al di sopra del golfo di Genova, che convogliano masse di aria mediterranea calda e umida sempre verso le stesse regioni alpine. Negli ultimi 500 anni questo fenomeno si è verificato più o meno sovente. Le inondazioni furono più rare negli anni 1641-1706 e 1876-1975 e più frequenti dal 1550 al 1580 e dal 1827 al 1875. Le inondazioni di fine XX sec. rientrano quindi ancora nella variabilità naturale del clima.

Autrice/Autore: Christian Pfister / sma

5 - Effetti dei mutamenti climatici sulle società agrarie

Le conoscenze attualmente disponibili permettono di valutare le ripercussioni delle variazioni climatiche sulle società agrarie (fino al 1860 ca.). A tale proposito è legittimo supporre che la produzione alimentare ed energetica complessiva di queste società, ampiamente basata sulla produzione di biomassa (generi alimentari, foraggi, legname), dipendesse da situazioni climatiche favorevoli. L'instabilità delle condizioni meteorologiche si traduceva in forti oscillazioni dei prezzi del grano, che a medio termine influivano in maniera determinante sull'andamento congiunturale. Al fine di ridurre il rischio di carestie, queste società avevano elaborato una serie di strategie quali la coltivazione di prodotti sostitutivi, le ibridazioni, la diversificazione orizzontale e verticale e la costituzione di scorte. Per definire un periodo come "favorevole" o "sfavorevole", occorre considerare le annate in cui tutte le attività agricole (cerealicoltura, viticoltura, frutticoltura, allevamento ed economia lattiera) hanno avuto rendimenti ottimali o pessimi.

In linea di massima, mesi primaverili abbastanza caldi e soleggiati e sufficientemente umidi influivano positivamente sul rendimento di tutte le colture e sull'allevamento, mentre il freddo e l'umidità avevano ripercussioni negative. Esercitavano un'azione particolarmente sfavorevole sull'andamento dei prezzi grossi deficit di calore nei mesi di marzo e aprile e forti precipitazioni in luglio, soprattutto quando entrambi i fenomeni si verificavano congiuntamente e/o durante più anni consecutivi. Il freddo e l'innevamento prolungato e l'umidità eccessiva in primavera ritardavano la crescita dell'erba e la pastura, rovinavano le sementi e impedivano la fioritura degli alberi da frutto. In luglio, piogge incessanti e carenza di sole facevano germinare i cereali; nei granai i chicchi umidi ammuffivano ed erano preda degli insetti. Il foraggio risultava povero di elementi nutritivi, riducendo la produzione lattiera durante l'inverno successivo. Un clima del genere causava inoltre la colatura dell'uva e una sua cattiva maturazione; la vendemmia risultava scarsa e l'uva aspra.

Nella maggior parte dei casi, gli aumenti dei prezzi e le Carestie degli ultimi sec. (fra l'altro negli anni 1529-30, 1570-71, 1586-87, 1627-28, 1688-89, 1692-93, 1770-71, 1816-17, 1851-52) sono riconducibili a un'azione combinata di tali fattori. Annate catastrofiche di questo tipo erano il risultato di condizioni meteorologiche avverse che colpivano in maniera continua buona parte dell'Europa centrale. In certi periodi, condizioni favorevoli (ad esempio 1531-65, 1818-44) o negative (ad esempio 1566-1600, 1679-1720) si sono verificate in successione, contribuendo così a rendere più o meni acuti i problemi di carattere sociale e influendo insieme ad altri fattori anche sulla cultura, la politica e la società.

Autrice/Autore: Christian Pfister / sma

6 - Il clima del futuro

Tuttora la scienza non è nemmeno lontanamente in grado di comprendere il sistema climatico globale in tutta la sua complessità. Risulta difficile valutare se a causa dell'influsso umano le condizioni meteorologiche e climatiche in futuro subiranno un'evoluzione al di fuori dei limiti conosciuti attualmente, data la grande variabilità naturale del clima. La climatologia si limita quindi a elaborare proiezioni che forniscono una traccia dei possibili sviluppi futuri; non si tratta perciò di previsioni in senso stretto.

Il dibattito sui cambiamenti climatici include sempre anche la questione se in futuro condizioni meteorologiche estreme si verificheranno con maggiore frequenza. Nella regione alpina il problema è legato principalmente alle precipitazioni eccessive sotto forma di pioggia, neve o Grandine, che provocano regolarmente ingenti danni. Valutazioni attendibili sul futuro andamento delle precipitazioni nella regione alpina sono attualmente disponibili per la stagione autunnale, invernale e primaverile, ma non per l'estate. Esse mostrano come un riscaldamento di 2°C nel semestre invernale potrebbe comportare un aumento significativo (20%-30%) degli eventi precipitativi di forte intensità (30 mm giornalieri), mentre la frequenza delle precipitazioni di lieve intensità rimarrebbe invece praticamente invariata. Tale scenario concerne in particolare il versante meridionale delle Alpi.

Se in futuro l'area nordatlantica dovesse riscaldarsi maggiormente rispetto a quella atlantica tropicale, al di sopra del continente europeo probabilmente i venti occidentali si indeboliranno, rallentando il movimento delle zone di bassa e alta pressione e prolungando quindi il loro influsso sul territorio. Aumenterà dunque la probabilità di eventi precipitativi di eccezionale intensità e dalle conseguenze catastrofiche, come a Gondo nel 2000. La riduzione delle precipitazioni nevose a scapito delle piogge originata da un riscaldamento del clima aumenterebbe ulteriormente la probabilità di inondazioni.

Il quadro risulta più incerto per quanto riguarda l'evoluzione futura delle grandinate estive in Svizzera, per cui non è possibile stabilire una correlazione diretta con i valori medi delle temperature estive e delle precipitazioni stagionali. Anche se una tendenza all'aumento delle grandinate devastanti non risulta provata, recentemente le condizioni atmosferiche che nella maggior parte dei casi ne costituiscono il presupposto si sono verificate con una frequenza significativamente più elevata. Allo stato attuale delle conoscenze, si può solo affermare che un rialzo delle temperature estive comporterebbe con tutta probabilità un aumento delle grandinate.

In Svizzera, l'evoluzione delle tempeste invernali e delle precipitazioni di forte intensità è legata principalmente alle condizioni nell'area nordatlantica (Tempeste). Da 100 anni a questa parte, le tempeste invernali risultano in diminuzione, non per l'azione riequilibratrice dell'aumento generalizzato delle temperature sull'area atlantica, ma perché da un po' di tempo il baricentro delle depressioni apparentemente si è spostato verso nord, ciò che ha anche aumentato l'intensità dei cicloni nell'Europa settentrionale. Un forte riscaldamento alle latitudini settentrionali avrebbe ripercussioni simili a quanto ipotizzato negli scenari relativi agli eventi precipitativi di eccezionale intensità. Nella stagione invernale, la Svizzera si ritroverebbe di nuovo maggiormente sotto l'influsso di sistemi atmosferici intensi a causa della più frequente formazione di zone di bassa pressione sul continente europeo; verosimilmente in questo caso aumenterebbero anche le tempeste. Affinché avvengano fenomeni devastanti quali gli uragani Vivian (1990) e Lothar (1999), è comunque necessario che diversi fattori si combinino in maniera ottimale; la stessa cosa vale per le forti grandinate. La frequenza con cui ciò potrà accadere in futuro non è prevedibile, dato che in base alle conoscenze attuali il caso gioca un ruolo determinante. Tutto sommato risulta realistica l'ipotesi che un aumento globale della temperatura comporta una maggiore variabilità delle condizioni meteorologiche e una maggiore intensità dei singoli fenomeni atmosferici. Previsioni certe sulla frequenza con cui in futuro si verificheranno situazioni estreme continuano comunque a essere pressoché impossibili.

Dato che le attività umane esercitano un influsso sempre più evidente sulla sua evoluzione, il clima è diventato anche tema di dibattito politico. A causa della loro dimensione globale, a partire dalla fine degli anni 1980-90 le problematiche legate al clima - centrale risulta la questione del riscaldamento del pianeta - sono diventate oggetto di conferenze intern. In questo contesto, ha giocato un ruolo importante la conferenza delle Nazioni Unite sull'ambiente e lo sviluppo svoltasi a Rio de Janeiro nel 1992, che ha varato la convenzione sul clima. La Svizzera dal 1995 ha partecipato ai vertici sul clima tenutisi a scadenza annuale, e si è dichiarata disponibile a ridurre le emissioni di gas a effetto serra (Ambiente).

Autrice/Autore: Stephan Bader / sma

Riferimenti bibliografici

Bibliografia
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– M. Welten, Pollenanalytische Untersuchungen im Jüngeren Quartär des nördliche Alpenvorlandes der Schweiz, 1982
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– C. Pfister, Das Klima der Schweiz von 1525-1860, 2 voll., 1984 (19883)
– M. Welten, Neue pollenanalytische Ergebnisse über das Jüngere Quartär des nördlichen Alpenvorlandes der Schweiz (Mittel- und Jungpleistozän), 1988
– B. Frenzel et al. (a cura di), Atlas of Paleoclimates and Paleoenvironments of the Northern Hemisphere, 1992
– S. Wegmüller, Vegetationsgeschichtliche und stratigraphische Untersuchungen an Schieferkohlen des nördlichen Alpenvorlandes, 1992
– G. Lang, Quartäre Vegetationsgeschichte Europas, 1994
– H. Holzhauser, «Gletscherschwankungen innerhalb der letzten 3200 Jahre am Beispiel des Grossen Aletsch- und des Gornergletschers», in Gletscher im ständigen Wandel, 1995, 101-122
– S. Bader, P. Kunz, Klimarisiken - Herausforderung für die Schweiz, 1998
– C. A. Burga, Vegetation und Klima der Schweiz seit dem jüngeren Eiszeitalter, 1998
– C. Pfister, Wetternachhersage, 1999
– F. D. Meyer, Rekonstruktion der Klima-Wachstumsbeziehungen und der Waldentwicklung im subalpinen Waldgrenzökoton bei Grindelwald, 2000
– AA. VV., Klimawandel im Alpenraum, 2000