• <b>Italia</b><br>Carta del menù offerto dal Consiglio federale al re d'Italia il 20.5.1889 (Mémoires d'Ici, Saint-Imier, Fonds Albert et Marguerite Gobat). Per recarsi da Roma a Berlino, Umberto I si servì di un treno speciale che attraversò la galleria del Gottardo, inaugurata qualche anno prima. Il Consiglio federale offrì un pranzo al buffet della stazione di Göschenen, addobbato per l'occasione. Tutti i partecipanti presero poi il treno fino a Lucerna. Bernhard Hammer, presidente della Confederazione, si intrattenne con il re, mentre Numa Droz, capo del Dipartimento degli esteri, approfittò dell'occasione per chiedere al primo ministro Francesco Crispi quale fosse la posizione italiana riguardo alle questioni politiche europee, in particolare in riferimento alla Savoia.
  • <b>Italia</b><br>Manifestazione del primo maggio a Zurigo (Helvetiaplatz) nel 1930.  Foto Zollinger, Zurigo (Museo nazionale svizzero). Oltre al cartello contro Mussolini e il papa, tra la folla spuntano anche alcune bandiere nere di anarchici italiani.
  • <b>Italia</b><br>Fonti: H. Ritzmann-Blickenstorfer (a cura di),  <I>Historische Statistik der Schweiz,</I> 1996, 698, 706; Amministrazione federale delle dogane  © 2017 DSS e Marc Siegenthaler, Berna.
  • <b>Italia</b><br>Il valico di frontiera italo-svizzero di Ponte Chiasso all'inizio di maggio del 1945; fotografia realizzata da  Christian Schiefer (Archivio di Stato del Cantone Ticino, Fondo Christian Schiefer). La guerra sul fronte italiano è da poco finita, Mussolini è appena stato giustiziato e gli ultimi gruppi fascisti hanno deposto le armi. Soldati tedeschi che avevano tentato di riparare in Svizzera per sfuggire all'avanzata delle truppe alleate vengono disarmati e riaccompagnati in territorio italiano sotto lo sguardo dei curiosi.
  • <b>Italia</b><br>Partenza dei lavoratori italiani alla stazione di Basilea (Natale 1964). Fotografia di Siegfried Kuhn (Ringier Bildarchiv, RBA1-1-6475) © Staatsarchiv Aargau / Ringier Bildarchiv. A ridosso delle vacanze di Natale o di Pasqua, ogni anno una moltitudine di lavoratori carichi di bagagli, in procinto di ritornare in Italia presso le famiglie, affollava le stazioni. In quanto stagionali (ca. 170'000 nel 1964), molti di loro erano del resto costretti a recarsi nella Penisola per qualche mese.
  • <b>Italia</b><br>Fonte: Censimenti federali  © 2017 DSS e Marc Siegenthaler, Berna.
  • <b>Italia</b><br>Tifosi italiani festeggiano la vittoria della loro nazionale nella finale dei campionati mondiali di calcio del 2006; fotografia scattata nella Langstrasse a Zurigo la sera del 9.7.2006  © KEYSTONE / Walter Bieri.
  • <b>Italia</b><br>Fonti:  <I>Annuario statistico della Svizzera;</I>   <I>Die Volkswirtschaft;</I> Ufficio federale della migrazione  © 2006 DSS e Marc Siegenthaler, Berna. I lavoratori italiani in Svizzera fino all'entrata in vigore degli accordi bilaterali I con l'Unione europea nel giugno del 2002.
  • <b>Italia</b><br>Manifesto di una mostra sul design italiano al Museo di arti applicate di Zurigo (1954), realizzato da   Carlo Vivarelli (Museum für Gestaltung Zürich, Plakatsammlung, Zürcher Hochschule der Künste). I legami tra grafici italiani e svizzeri risultano stretti, in particolare grazie al prestigio acquisito negli anni 1950-60 dalle scuole di arti applicate di Zurigo e Basilea, entrambe attente al design italiano d'avanguardia.

Italia

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Fino alla nascita dello Stato it. nel 1861, il termine I. costituì una nozione geografica, ma non politica. Ancora in età moderna, la Penisola risultò fortemente frammentata, rimanendo estranea alla tendenza generale europea alla nascita di monarchie nazionali. Tra le maggiori entità statali presenti in quel periodo sul territorio it. vanno menz. il ducato di Savoia (dal 1720 regno di Sardegna), il ducato di Milano, la Repubblica di Venezia e quella di Genova, il granducato di Toscana, lo Stato della Chiesa e il regno di Napoli. Dopo i primi focolai del periodo napoleonico, il sentimento nazionale it. si diffuse a partire dagli anni 1820-30 e 1830-40 tra la borghesia cittadina maggiormente aperta al cambiamento, mentre non investì le classi popolari, in particolare delle campagne.

I rapporti tra territori sviz. e it. (per esempio Lombardia, Piemonte) vantano una lunga e consolidata tradizione. Lungi dal rappresentare una barriera insormontabile, le Alpi hanno costituito piuttosto un anello di congiunzione tra la Penisola e l'Europa settentrionale attraverso cui convogliare merci e viaggiatori. Durante il XIV-XV sec., mercanti banchieri it. diedero ad esempio un contributo determinante allo sviluppo delle fiere di Ginevra. Dal XV all'inizio del XVI sec. si registrò anche un'espansione di segno opposto, di tipo militare, dei cant. conf. verso sud (Campagne transalpine), poi culminata nelle guerre d' Italia e nella conquista dei territori ticinesi, volta principalmente al controllo dei valichi che conducevano ai mercati lombardi. Numerosi furono in seguito i soldati sviz. al soldo di Stati it. (Servizio mercenario, Mercenari, Guardia svizzera pontificia). L'Emigrazione verso l'I., talvolta solo temporanea (Lavoro stagionale), non fu comunque esclusivamente di carattere militare: in epoca moderna, soprattutto Ticinesi e Grigionesi esercitarono una vasta gamma di attività nelle città della Penisola, che spaziavano dai mestieri più umili ad altri che richiedevano un alto grado di specializzazione tecnica e artistica (Maestranze artistiche). Anche sul piano religioso i rapporti risultarono intensi: le parrocchie ticinesi facevano capo alla diocesi di Como e all'arcidiocesi di Milano; per la formazione teol. del clero catt. sviz. assunse inoltre una particolare rilevanza il Collegio Elvetico di Milano, istituito nella seconda metà del XVI sec. nel quadro della Riforma catt.

Autrice/Autore: Carlo Moos / mku

1 - Il Risorgimento (1797-1870)

Per l'epoca del Risorgimento, durante il quale nacque e si consolidò il regno d'I., è possibile individuare diverse fasi nei rapporti italo-sviz.: il periodo napoleonico (1797-1814), gli anni fino al 1848 e la fase di unificazione vera e propria, che comprende le rivoluzioni del 1848, il "decennio di preparazione", gli eventi del 1859-60 e i primi passi dello Stato unitario a partire dal 1861. Risulta problematico stabilire con esattezza un termine dopo il quale il processo risorgimentale possa dirsi concluso; nella storiografia it. la prima guerra mondiale viene spesso menz. come ultima guerra del Risorgimento. Generalmente la conquista di Roma nel 1870 è comunque considerata l'episodio conclusivo di questo periodo.

Autrice/Autore: Carlo Moos / mku

1.1 - L'Italia sotto influsso napoleonico (1797-1814)

Nel 1797, l'annessione dei Paesi soggetti delle Tre Leghe (Valtellina, Chiavenna, Bormio) alla Repubblica Cisalpina decretata da Napoleone fu seguita dalla Confisca dei beni appartenenti ai Grigionesi. Per volontà delle autorità franc., il Ticino rimase invece alla Svizzera e nel 1803 divenne un cant. indipendente.

Il regno d'I. creato da Napoleone (dal 1805) e governato da Eugène de Beauharnais, suo figliastro e viceré, comprendeva l'I. settentrionale e parte di quella centrale; anche le restanti parti dell'I. continentale erano soggette a diverso titolo all'influenza franc. I rapporti con la Svizzera si deteriorarono dopo l'imposizione del Blocco continentale nel 1806, spesso aggirato dall'intensa attività di contrabbando nei territori ticinesi. Alla fine di ottobre del 1810, il cant. venne quindi occupato da truppe it. Questa occupazione, durata fino all'autunno del 1813, servì a Napoleone soprattutto per stroncare il contrabbando e la fuga di disertori verso il Ticino, ma anche come strumento di pressione per ottenere un maggior numero di soldati sviz. Prima della campagna di Russia, uno dei quattro reggimenti che la Svizzera doveva fornire in base alle capitolazioni militari del 1803 fu di stanza in Calabria e sulle isole del golfo di Napoli.

Autrice/Autore: Carlo Moos / mku

1.2 - Gli anni dal 1815 al 1848

Il congresso di Vienna escluse gli ex Paesi soggetti alle Tre Leghe dalla politica di restituzione praticata nei confronti della Svizzera e li unì al neocostituito Lombardo Veneto. Nel periodo della Restaurazione, l'Illuminismo lombardo esercitò una profonda influenza sulla vita culturale svizzeroit.; Milano assunse il ruolo di centro di formazione per molti Ticinesi, tra cui Stefano Franscini. Nel capoluogo lombardo quest'ultimo frequentò il seminario arcivescovile (1815-18), e poi fu attivo come insegnante fino al 1824. A Milano conobbe anche Carlo Cattaneo, insieme al quale compì un viaggio attraverso le Alpi fino a Zurigo (1821) e tradusse in it. l'opera sulla storia sviz. di Heinrich Zschokke. Dopo il grande interesse mostrato tra l'altro per Cesare Beccaria nel periodo dell'Illuminismo, durante la Restaurazione e la Rigenerazione si rafforzarono i rapporti culturali con l'I., che acquisì importanza anche sul piano scientifico.

Negli anni 1820-30 e 1830-40 vennero effettuati i lavori per rendere carrozzabili le strade del San Gottardo e, per quanto riguarda il cant. Grigioni, dello Spluga e del San Bernardino. Ciò migliorò i collegamenti nord-sud attraverso le Alpi centrali, ma accentuò anche la rivalità tra Milano da un lato e Genova e Torino dall'altro, città queste legate ai valichi delle Alpi occidentali.

Nel 1834 Giuseppe Mazzini organizzò una spedizione armata per invadere la Savoia, guidata da Girolamo Ramorino, che però ebbe esito fallimentare. In seguito aumentò la pressione intern. sulla Svizzera: Mazzini, condannato a morte in contumacia dal regno di Sardegna, poté però proseguire la sua attività cospirativa e in quello stesso 1834 fondare a Berna l'org. segreta Giovane Europa, e in seguito anche la Giovane Svizzera.

Autrice/Autore: Carlo Moos / mku

1.3 - Dalle rivoluzioni del 1848 all'unificazione politica

La Svizzera e soprattutto il Ticino vennero coinvolti a vario titolo nelle lotte, durate dal 1848 al 1861, che sfociarono nella costituzione dello Stato unitario it. Alla vigilia della guerra del Sonderbund, l'uomo forte a Milano, il conte e feldmaresciallo austriaco Johann Joseph Franz Karl Radetzky, sostenne la parte catt. conservatrice, di cui era un potenziale alleato. Per questo motivo Konstantin Siegwart-Müller, capo dei catt. conservatori sviz., durante e dopo la guerra del Sonderbund entrò in contatto con lui. In seguito alle Cinque Giornate di Milano (18-22.3.1848), molti volontari sviz. sostennero l'insurrezione lombardo-veneta contro gli Austriaci. Tra di essi figurarono il ticinese Antonio Arcioni, tenace sostenitore della causa repubblicana, con il suo corpo di spedizione, ma anche il bernese Johann Christian Ott, alla guida di una colonna composta prevalentemente da Vodesi e Ginevrini attiva nel Trentino e in Valtellina, e il turgoviese Johannes Debrunner, che comandò un centinaio di uomini a Venezia. Per breve tempo uno Svizzero, il colonnello fed. Michele Napoleone Allemandi, seguace di Mazzini, fu comandante dei volontari lombardi.

Nel medesimo periodo in cui corpi di volontari combatterono per la causa lombarda, da parte del regno di Sardegna vi furono tentativi di concludere un'alleanza con la Svizzera. Il 6.4.1848 Paolo Racchia, inviato sabaudo e maggiore generale, intervenne forse di propria iniziativa in tal senso presso la Dieta fed. Vista la situazione ancora instabile del Paese, appena uscito da una guerra civile, e la volontà di non infrangere la neutralità, la maggioranza della Dieta respinse però tale proposta. A metà aprile e agli inizi di luglio del 1848, attraverso altri canali il generale Guillaume-Henri Dufour venne contattato dai Piemontesi, che gli chiesero di assumere il comando supremo contro gli Austriaci. Dufour si limitò però alla stesura di due memoriali (25 luglio, 2 agosto) indirizzati al ministro sabaudo della guerra, Giacinto Provana di Collegno.

Dopo che già in passato Profughi it. erano riparati in Svizzera, soprattutto a Ginevra e nel Ticino - tra gli altri Filippo Buonarroti (nel 1806), Pellegrino Rossi (nel 1815), Santorre di Santarosa (nel 1821) e, in più occasioni, Mazzini - in seguito alla presa di Milano da parte delle truppe austriache nell'agosto del 1848 molti rivoluzionari si rifugiarono oltre confine. Essi furono all'origine di contrasti in alcuni casi drammatici tra il Consiglio fed. appena entrato in carica (novembre 1848) e Milano e Vienna, dato che Mazzini in Svizzera continuava ad esempio a pianificare nuove azioni armate. Il tentativo insurrezionale del 6.2.1853 a Milano, represso nel sangue, che sfociò nel blocco delle frontiere e nell'espulsione delle migliaia di Ticinesi residenti in Lombardia, acuì poi ulteriormente le tensioni. Il Consiglio fed. cercò di calmare la situazione negoziando con l'Austria sul piano diplomatico, inviando ripetutamente commissari fed. nel Ticino e imponendo la chiusura della Tipografia elvetica di Capolago, ciò che privò Carlo Cattaneo e i federalisti it. del loro più importante canale editoriale.

I rapporti rimasero tesi per tutti gli anni 1850-60, vista l'esistenza anche di contrasti sul piano religioso (espulsione di cappuccini prevalentemente lombardi dal Ticino nel 1852, questione diocesana). Per quanto riguarda il problema diocesano, attraverso la soppressione delle giurisdizioni episcopali estere sul territorio elvetico nel 1859 le autorità fed. sancirono la separazione delle parrocchie ticinesi dalla diocesi di Como e dall'arcidiocesi di Milano.

Alle campagne militari del 1859-60 parteciparono anche cittadini sviz. Nell'ambito della guerra che oppose la coalizione franco-piemontese all'Austria, conclusasi con la pace di Zurigo (10.11.1859), Henry Dunant visitò il campo di battaglia di Solferino, su cui nel 1862 pubblicò uno scritto che portò alla costituzione della Croce Rossa. Malgrado il divieto di combattere per potenze straniere senza il consenso del Consiglio fed., stabilito dall'Assemblea fed. in seguito ai cosiddetti fatti di Perugia (repressione violenta della rivolta scoppiata nella città umbra da parte della Guardia pontificia), numerosi volontari sviz. parteciparono agli scontri, soprattutto nel 1860 sotto il comando di Giuseppe Garibaldi. Tra di essi figurò anche Wilhelm Rüstow, che in qualità di capo di Stato maggiore di una divisione prese parte alla spedizione nell'I. meridionale e comandò la riserva in occasione della battaglia del Volturno (1.10.1860).

La figura di Garibaldi rivoluzionario suscitò l'attenzione dell'opinione pubblica sviz., che fino ad allora, con l'eccezione del Ticino, non aveva mostrato particolare interesse per le vicende it. All'ammirazione nutrita ad esempio dalla cerchia zurighese attorno a Emma e Georg Herwegh fece da contraltare l'atteggiamento fortemente negativo dei catt. conservatori, non da ultimo a causa dei piani di Garibaldi contro lo Stato della Chiesa.

Autrice/Autore: Carlo Moos / mku

1.4 - I primi anni dell'unità d'Italia

A causa del rafforzamento delle tendenze nazionaliste, il nuovo Stato it., che da subito avanzò pretese sui territori italofoni sviz., si dimostrò un vicino potenzialmente più pericoloso dell'Austria. In un colloquio, nel 1861, con il ministro sviz. Abraham Louis Tourte, persino Camillo Benso di Cavour arrivò ad affermare che se la Svizzera avesse ottenuto il Vorarlberg e il Tirolo, si sarebbe potuta ipotizzare l'unione del Ticino con l'I. Durante un suo intervento alla Camera dei deputati, il garibaldino Nino Bixio si spinse ancora oltre, sostenendo che gli Italiani da sempre erano padroni del Mediterraneo, e che nel giro di pochi anni il Ticino, così come la Corsica, Malta e le sponde adriatiche, sarebbero state riunite alla madrepatria. In seguito le tesi irredentiste furono espresse con ancora maggiore forza (Irredentismo).

Al di là degli esuli politici, anche politici it. di primo piano ebbero contatti personali con la Svizzera. I legami fam. di Cavour con Ginevra risultavano in continuità con quelli intrattenuti dalla cerchia liberale moderata toscana ruotante attorno a Raffaello Lambruschini, Gino Capponi e Giovan Pietro Vieusseux. I rapporti proseguirono con Bettino Ricasoli, successore di Cavour, amico di fam. dello scrittore zurighese Conrad Ferdinand Meyer, e con Francesco De Sanctis, critico letterario e più volte ministro della pubblica istruzione, che insegnò letteratura it. al Politecnico fed. di Zurigo (1856-60).

Autrice/Autore: Carlo Moos / mku

2 - Dal 1870 a oggi

2.1 - Fino allo scoppio della prima guerra mondiale

2.1.1 - Rapporti politici

Conquistata nel settembre del 1870 dall'esercito it., nel 1871 Roma, succedendo a Torino e Firenze, divenne la nuova capitale del regno d'I., che dal 1866 comprendeva anche il Veneto.

Come in passato, i rapporti bilaterali risentirono della presenza, in Svizzera e spec. nel Ticino, di esuli politici it. di vario orientamento (repubblicani, radicali, socialisti, anarchici), tra cui spiccavano personaggi come Andrea Costa, anarchico divenuto poi il primo deputato socialista eletto in I., Anna Kuliscioff ed Errico Malatesta. Particolarmente gravato da tensioni risultò il periodo a cavallo del 1900. Nel maggio del 1898, in seguito ai "moti del pane" scoppiati nella Penisola e culminati a Milano, molti militanti repubblicani, socialisti e anarchici si rifugiarono nel Ticino, mentre oltre 1500 immigrati it. diedero vita alle cosiddette "bande sviz.": colonne di operai, partite da Losanna e altri centri, cercarono di raggiungere l'I. per protestare contro la repressione del generale Fiorenzo Bava Beccaris e partecipare a una fantomatica rivoluzione, ma vennero in gran parte bloccate nel Ticino dalle autorità sviz.; ca. 200 persone furono estradate nella Penisola. Pochi mesi dopo, in seguito all'uccisione dell'imperatrice Elisabetta d'Austria a Ginevra per mano dell'anarchico it. Luigi Luccheni (10.9.1898), il governo del regno cercò dapprima invano di convincere le altre potenze a protestare collettivamente presso il Consiglio fed., e poi organizzò a Roma una conferenza intern. per la difesa sociale contro gli anarchici. Tra i partecipanti vi fu anche la Svizzera, che sottoscrisse quasi tutte le disposizioni adottate, tra cui lo scambio intern. di informazioni sugli spostamenti dei militanti anarchici. Gli esuli politici e le accuse it. di presunto lassismo delle autorità sviz. furono anche all'origine dell'affare Silvestrelli (dal nome del ministro it. a Berna), che sfociò nella sospensione temporanea dei rapporti diplomatici tra i due Stati.

<b>Italia</b><br>Carta del menù offerto dal Consiglio federale al re d'Italia il 20.5.1889 (Mémoires d'Ici, Saint-Imier, Fonds Albert et Marguerite Gobat).<BR/>Per recarsi da Roma a Berlino, Umberto I si servì di un treno speciale che attraversò la galleria del Gottardo, inaugurata qualche anno prima. Il Consiglio federale offrì un pranzo al buffet della stazione di Göschenen, addobbato per l'occasione. Tutti i partecipanti presero poi il treno fino a Lucerna. Bernhard Hammer, presidente della Confederazione, si intrattenne con il re, mentre Numa Droz, capo del Dipartimento degli esteri, approfittò dell'occasione per chiedere al primo ministro Francesco Crispi quale fosse la posizione italiana riguardo alle questioni politiche europee, in particolare in riferimento alla Savoia.<BR/>
Carta del menù offerto dal Consiglio federale al re d'Italia il 20.5.1889 (Mémoires d'Ici, Saint-Imier, Fonds Albert et Marguerite Gobat).
(...)

La questione degli esuli politici non era peraltro la sola a turbare i rapporti bilaterali: mentre da parte sviz. si continuò a guardare con preoccupazione alle mire irredentiste sulla Svizzera it. (per questo motivo, nel 1884 il Consiglio fed. impose l'allontanamento del console it. a Lugano Francesco Grecchi), l'opinione pubblica it. guardava con sospetto alla costruzione di nuove fortificazioni militari a sud del San Gottardo e al presunto intedeschimento della Svizzera it. Nel 1907 il nuovo capo di Stato maggiore generale Theophil Sprecher von Bernegg, che temeva fortemente l'irredentismo it., all'insaputa del Consiglio fed. ebbe colloqui confidenziali con i vertici militari ted. e austriaci, in cui venne discussa l'ipotesi di un'azione comune contro l'I. se questa avesse violato l'integrità territoriale sviz. In seguito su quei colloqui segreti cominciarono a circolare voci incontrollate; alcuni giornali it. nel 1911 non esitarono a parlare di un'alleanza segreta austro-sviz. contro l'I. In occasione di un incontro svoltosi nell'agosto di quell'anno a Berna con il Consigliere fed. Ludwig Forrer, Luigi Luzzatti, pres. del Consiglio it. dal marzo del 1910 al marzo del 1911, si disse convinto dell'esistenza di una simile alleanza, nonostante la netta smentita del suo interlocutore.

La guerra di Libia contro l'Impero ottomano, dichiarata dall'I. nel settembre del 1911, suscitò timori nell'opinione pubblica sviz., preoccupata per l'acuirsi del nazionalismo it. L'elezione in Consiglio fed. nel dicembre del 1911 del ticinese Giuseppe Motta, buon conoscitore dell'I., contribuì a calmare gli animi nella Svizzera it. e a rassicurare le autorità romane. Ma fu soprattutto un discorso pronunciato nel dicembre 1912 da Forrer, in quel momento pres. della Conf., ad avere effetti molto positivi sul governo e sull'opinione pubblica it., allentando le tensioni tra i due Paesi.

Autrice/Autore: Mauro Cerutti

2.1.2 - Rapporti economici

Oltre che dalla vicinanza geografica, i rapporti commerciali tra i due Paesi, entrambi appartenenti all'Unione monetaria latina, furono favoriti dall'apertura della galleria ferroviaria del San Gottardo (1882) e dall'importanza del porto di Genova per gli approvvigionamenti sviz. A ostacolare invece un loro ulteriore sviluppo fu la svolta protezionista della politica commerciale it., iniziata negli anni 1870-80 e culminata nella tariffa doganale del 1887. Il trattato di commercio del 1892 contribuì unicamente ad accrescere le esportazioni del regno in Svizzera (140 milioni di frs. nel 1892, 181 milioni nel 1903), ciò che indusse le autorità elvetiche a denunciarlo nel 1903. Frutto di lunghi negoziati, il nuovo trattato del 1904 presentava importanti concessioni per la Conf., come la netta diminuzione dei dazi sui principali prodotti esportati verso la Penisola (tra l'altro formaggi, macchine, tessuti di seta) e un sensibile aumento dei diritti doganali sviz. sui vini it. Malgrado questi miglioramenti, la bilancia commerciale rimase però nettamente favorevole all'I. Fino al 1914 la Penisola costituì il secondo o terzo mercato di approvvigionamento per le importazioni sviz., e il quinto o sesto acquirente delle esportazioni elvetiche.

Già prima dell'unità d'I., ma in maggior misura a partire dagli ultimi decenni del XIX sec., la colonia e le ditte sviz. diedero notevoli impulsi allo sviluppo economico della Penisola. Verso la fine del XIX sec. ca. 65 cotonifici, situati soprattutto in Lombardia e Piemonte, erano in mani elvetiche. Gestendo una cinquantina di grandi alberghi, spesso costruiti con l'aiuto di banche sviz., fino al 1914 gli Svizzeri assunsero poi un ruolo di primissimo piano nell'industria alberghiera it. Numerosi erano anche gli ist. di credito sviz. attivi in I., come la Vonwiller, fondata a Milano nel 1819, o la Steinhäuslin, costituita a Firenze nel 1868; capitali elvetici parteciparono inoltre alla costituzione della Banca commerciale it. e del Credito it., in seguito tra le maggiori banche it. Tra le diverse soc. finanziarie sviz. che detenevano rilevanti partecipazioni nell'industria elettrica it. va menz. in particolare la Soc. finanziaria italo-sviz., azionista di maggioranza della Soc. meridionale di elettricità, che fino alla nazionalizzazione dell'industria elettrica it. nel 1962 ebbe in pratica il monopolio sulla distribuzione dell'energia elettrica nell'I. meridionale (esclusa la Sicilia). Nel settore meccanico, nel 1903 la Brown Boveri acquisì il controllo di un'impresa it. del ramo, che in seguito assunse la denominazione di Tecnomasio it. Brown Boveri e divenne una delle maggiori aziende del suo genere nella Penisola.

Autrice/Autore: Mauro Cerutti

2.1.3 - Fenomeni migratori

Gli anni tra il 1870 e il 1914 videro un notevole afflusso di immigrati it. in Svizzera (Immigrazione), il cui numero salì da 41'000 nel 1880 a 203'000 nel 1910 (cifra che peraltro non comprende i lavoratori stagionali, stimati a 60'000). Tale processo fu favorito anche dal trattato di domicilio e consolare del 1868, che assicurò reciprocamente a Italiani e Svizzeri libertà d'accesso e di domicilio nei rispettivi Paesi. Alla vigilia della prima guerra mondiale, gli Italiani costituivano ormai oltre un terzo di tutti gli Stranieri presenti in Svizzera, formando la seconda colonia straniera nella Conf. dopo i ted. Si trattava in massima parte di manodopera non qualificata, impiegata massicciamente nell'edilizia e nelle costruzioni ferroviarie. Il timore che la presenza di manodopera it. potesse avere ripercussioni negative sui salari della forza lavoro sviz. e diffusi sentimenti xenofobi (Xenofobia) suscitarono incidenti a Berna (rivolta del Käfigturm, 1893) e a Zurigo (Tumulti antiitaliani, 1896). I socialisti it. cercarono di inquadrare gli emigrati attraverso la fondazione, nel 1895, dell'Unione socialista it. in Svizzera (poi ridenominata Unione socialista di lingua it.), il cui principale animatore fu Antonio Vergnanini, che cercò di indurre il movimento a collaborare con i sindacati sviz. Dal 1899 la sezione sviz. del partito socialista it. disponeva a Zurigo del ristorante Cooperativo e del giornale L'Avvenire del Lavoratore.

Gli Svizzeri in I., in media ca. 10'000 persone residenti soprattutto nell'I. settentrionale, prima del 1914 costituirono la seconda colonia straniera nella Penisola. In prevalenza imprenditori, commercianti, tecnici e quadri dirigenziali, svilupparono un'intensa attività associativa, fondando soc. di mutuo soccorso, scuole, ospedali, circoli e chiese e cimiteri rif.

Autrice/Autore: Mauro Cerutti

2.1.4 - Trafori ferroviari

Dopo l'unità d'I., la questione dei trafori ferroviari alpini acquisì presto un ruolo di primo piano. Dopo lunghi dibattiti tra i fautori dei diversi tracciati (Spluga, Lucomagno, San Gottardo), nel 1865-66 il governo it. optò per la variante del San Gottardo, poi approvata anche sul piano intern. nel quadro di una conferenza svoltasi a Berna nel 1869. La convenzione che ne scaturì venne ratificata da Svizzera, I. e Germania tra il 1870 e il 1871. In totale l'apporto finanziario della Penisola alla costruzione della linea, inaugurata nel 1882, fu di 55 milioni di frs. Alla realizzazione del tunnel e del tracciato diedero un notevole contributo anche gli operai it., tra cui 180 persero la vita nella sola galleria principale. Dopo l'approvazione della nazionalizzazione delle ferrovie da parte del popolo sviz. (1898), nel 1904 il Consiglio fed. decise di riscattare la Ferrovia del Gottardo, senza restituire a I. e Germania i contributi versati a fondo perduto, ma offrendo loro vantaggi tariffari (riduzione del 20% sulle soprattasse di montagna). Questa e altre concessioni vennero formalizzate nella convenzione del Gottardo del 1909, con cui la Svizzera riaffermò il proprio diritto ad adottare qualsiasi misura per garantire la difesa della neutralità e della propria integrità territoriale, impegnandosi nel contempo a garantire il funzionamento della linea.

Un ulteriore progetto di trasversale alpina che coinvolse Svizzera e I. fu quello della galleria del Sempione. Un primo accordo bilaterale nel 1895 (convenzioni del Sempione) affidò la realizzazione e lo sfruttamento della linea a una compagnia privata, la Ferrovia del Giura-Sempione. Iniziati nel 1898, i lavori vennero portati a termine nel 1906 dalle FFS, subentrate nel 1903 alla Ferrovia del Giura-Sempione dopo la statalizzazione di quest'ultima. L'I. si riservò comunque il diritto di far circolare treni militari tra Domodossola e il confine. Nel maggio del 1906, l'inaugurazione della ferrovia del Sempione fu l'occasione per un incontro a Briga tra il Consiglio fed. e il re d'I. Vittorio Emanuele III.

Autrice/Autore: Mauro Cerutti

2.1.5 - Rapporti culturali

Per tutto il XIX sec., sul piano culturale e scientifico l'I. esercitò una forte attrazione su molti Svizzeri, a cominciare dal ginevrino Jean Charles Léonard Simonde de Sismondi e fino al basilese Jacob Burckhardt, eminente studioso della civiltà e dell'arte it. Gli stretti legami culturali tra i due Paesi sono anche testimoniati da artisti come lo scultore Vincenzo Vela, ticinese che si formò e svolse parte della sua attività in I., o il pittore Giovanni Segantini, nato in Trentino ma che visse l'ultima parte della sua vita tra la valle Bregaglia e l'Engadina, dove realizzò i suoi famosi dipinti paesaggistici. Il libraio ed editore di origini sviz. Ulrico Hoepli assunse un ruolo di primaria importanza per quanto riguarda la pubblicazione di testi di carattere scientifico e tecnico nella Penisola. In seguito tra l'altro alla nascita del Politecnico fed. di Zurigo (1855) e dell'Univ. di Friburgo (1889), diminuì invece l'afflusso di studenti ticinesi nell'Univ. di Pavia, che per lungo tempo aveva costituito la loro meta privilegiata. Numerosi furono gli artisti svizzeroit. che si formarono all'Acc. di Brera di Milano.

Autrice/Autore: Mauro Cerutti

2.2 - Dalla prima guerra mondiale alla presa del potere del fascismo

Nel settembre del 1914, il governo it. si impegnò a rispettare anche in futuro la neutralità perpetua della Svizzera (prima Guerra mondiale). Alla fine dello stesso mese, socialisti sviz. e it. promossero una conferenza a Lugano, ribadendo la loro linea internazionalista e pacifista: al di là del valore simbolico dell'incontro, la sinistra elvetica volle così appoggiare lo sforzo dei compagni it. teso a impedire il coinvolgimento del loro Paese nel conflitto. Nel maggio del 1915, l'entrata in guerra dell'I. a fianco dei Paesi dell'Intesa suscitò aspri commenti da parte del capo di Stato maggiore Sprecher von Bernegg, che scrisse al generale Ulrich Wille che un governo come quello it., colpevole di aver rotto l'alleanza con gli Imperi centrali, non meritava alcuna fiducia. Una divisione svizzeroted. venne subito inviata a sud del San Gottardo per presidiare la frontiera meridionale, ciò che non mancò di infiammare gli animi nel Ticino, dove la maggioranza della pop. appoggiava la causa dell'I. e dell'Intesa. Dopo la rottura delle relazioni tra Roma e Berlino, la Svizzera assunse la difesa degli interessi it. in Germania (e di quelli ted. nella Penisola), e più tardi anche in Austria-Ungheria.

Nell'agosto del 1914 il governo it. dichiarò che avrebbe garantito anche in futuro il transito dal porto di Genova per le merci dirette in Svizzera, il cui volume raddoppiò tra il 1913 e il 1915, salendo a 330'000 t. I Paesi dell'Intesa, e in primo luogo la Gran Bretagna, sorvegliarono però molto da vicino questi flussi commerciali, per il timore che materie prime e derrate alimentari provenienti dalla loro area di influenza venissero trasformate in Svizzera e riesportate verso gli Imperi centrali. Per mitigare tali preoccupazioni, nel 1915 il Consiglio fed. approvò la creazione della Società svizzera per la sorveglianza economica (SSS). La fine della neutralità it. portò anche a una drastica riduzione del traffico sulla linea del San Gottardo. Nel periodo bellico, oltre un terzo delle importazioni sviz. passarono dal porto di Genova, nonostante una diminuzione dei traffici in termini assoluti spec. dal 1917 a causa della guerra sottomarina a oltranza promossa dai Tedeschi.

Lo scoppio della guerra portò al rimpatrio di molti emigrati it. in Svizzera entro l'autunno del 1914, malgrado in quel momento l'I. fosse ancora neutrale. Nel 1920 il numero degli Italiani in Svizzera era sceso a 134'000, ca. un terzo in meno rispetto a dieci anni prima. Il conflitto provocò anche il rientro dall'I. di circa 3000 Svizzeri; nel 1918 la colonia elvetica nel regno era ormai ridotta a ca. 8000 persone. Il crescente nazionalismo indotto dalla guerra colpì in particolare le industrie tessili sviz. nell'I. meridionale, che passarono sotto controllo it., e gli esponenti svizzeroted. della colonia, assimilati a Tedeschi e Austriaci in ragione della comunanza linguistica.

Il fatto che il governo sviz. tollerasse la presenza sul suo territorio di molti disertori e renitenti - tra cui parecchi Italiani - e di una missione sovietica (1918) suscitò pressioni diplomatiche da parte dei Paesi dell'Intesa; il 7.11.1918 Sidney Sonnino, ministro degli esteri it., dichiarò a Georges Wagnière, ministro sviz. a Roma, che gli Alleati non avrebbero permesso che la Svizzera divenisse un focolaio di agitazione rivoluzionaria. Tale affermazione contribuì sicuramente alla decisione del Consiglio fed. di espellere la missione bolscevica proprio nei giorni in cui prese avvio lo sciopero generale, in seguito al quale il Consiglio fed. radicalizzò la sua politica verso gli stranieri, espellendo anche molti militanti it. La Conferenza di pace di Versailles, a cui l'I. partecipò come potenza vincitrice, sancì la nascita della Soc. delle Nazioni (SdN). In seguito all'adesione sviz., il governo it. sostenne la designazione di Ginevra quale sede della nuova istituzione.

Autrice/Autore: Mauro Cerutti

2.3 - Dall'avvento del fascismo alla seconda guerra mondiale

2.3.1 - Rapporti politici

Sul piano diplomatico Benito Mussolini, una volta giunto al governo (ottobre 1922), cercò di rassicurare il capo del Dip. politico Motta, che nutriva grande ammirazione per l'I. ma anche forti timori nei confronti del pericolo irredentista. Da questo punto di vista, il discorso tenuto nel giugno del 1921 alla Camera it. dall'allora deputato Mussolini, con un inquietante accenno al "confine" del San Gottardo, non aveva certo contribuito a rasserenare gli animi; soprattutto nella Svizzera ted. il Fascismo venne pressoché immediatamente identificato con l'irredentismo. I sospetti si aggravarono poi nel 1924, quando il fantomatico gruppo dei Giovani Ticinesi fece stampare a Milano un opuscolo dagli indubbi toni irredentisti (La questione ticinese). Ciononostante, sul piano ufficiale i rapporti bilaterali non risentirono dell'ascesa al potere del fascismo, grazie anche alla conclusione di un nuovo trattato di commercio (1923) e di un trattato di conciliazione e regolamento giudiziario (1924).

Il proselitismo fascista tra gli emigrati nella Conf. ebbe inizio ancora prima della marcia su Roma: nel maggio del 1921 nacque a Lugano il primo fascio it. all'estero. Dopo l'ascesa al potere di Mussolini, con l'aiuto dei consoli il movimento si diffuse nel resto del Ticino e in Svizzera, con lo scopo di inquadrare gli emigrati. Suoi esponenti riuscirono ad assumere il controllo di gran parte delle org. it. in Svizzera, tra cui anche l'ospedale it. di Lugano, fondato nel 1902. L'organo dei fasci in Svizzera fu il settimanale Squilla italica, fondato a Lugano nel 1923 e sovvenzionato da Roma.

<b>Italia</b><br>Manifestazione del primo maggio a Zurigo (Helvetiaplatz) nel 1930.  Foto Zollinger, Zurigo (Museo nazionale svizzero).<BR/>Oltre al cartello contro Mussolini e il papa, tra la folla spuntano anche alcune bandiere nere di anarchici italiani.<BR/>
Manifestazione del primo maggio a Zurigo (Helvetiaplatz) nel 1930. Foto Zollinger, Zurigo (Museo nazionale svizzero).
(...)

Alla penetrazione fascista in Svizzera fece da contraltare la presenza di esuli politici it. nella Conf. Malgrado il numero dei fuoriusciti fosse molto limitato (poche decine in tutto), l'attività antifascista (Antifascismo) suscitò nel Paese un'eco notevole, grazie anche all'appoggio degli immigrati it., talvolta naturalizzati, presenti già dall'anteguerra e all'aiuto fornito da cittadini sviz., tra cui semplici militanti ma anche uomini politici. L'esempio più noto fu quello di Guglielmo Canevascini, leader dei socialisti ticinesi, membro del governo cant. (dal 1922) e fondatore di Libera Stampa, l'unico quotidiano antifascista di lingua it. in Europa negli anni del regime, proibito in I. già nel 1923. Del sostegno di Canevascini beneficiarono fuoriusciti di spicco come il repubblicano Randolfo Pacciardi (poi espulso dalle autorità fed. nel 1933), che svolse un'intensa attività clandestina in collaborazione con il movimento Giustizia e Libertà; anche il celebre volo propagandistico di Giovanni Bassanesi su Milano (luglio 1930) poté essere organizzato grazie all'aiuto discreto del Consigliere di Stato socialista. Anche il centro estero del futuro partito comunista it. ebbe clandestinamente sede in Svizzera dal 1927 al 1929, quando i suoi dirigenti, tra cui Palmiro Togliatti, vennero espulsi dalla Conf. Roma reagì all'attivismo antifascista sguinzagliando in Svizzera parecchi informatori della polizia politica. Quest'ultima nel 1928 non esitò a rapire Cesare Rossi, ex capo dell'ufficio stampa del duce diventato avversario del regime, presso l'enclave di Campione d'I. L'episodio fu all'origine di una delle crisi più serie tra Roma e Berna; in quell'occasione il Consiglio fed. rinunciò comunque ad appellarsi al trattato di conciliazione e regolamento giudiziario, che prevedeva, in seconda istanza, il deferimento delle controversie irrisolte alla Corte permanente di giustizia intern. dell'Aia. In generale, la politica del Consiglio fed. fu quella di sottoporre i fuoriusciti a una stretta sorveglianza, rifiutando però nel contempo qualsiasi cooperazione con le autorità it.; l'obiettivo principale era quello di evitare incidenti che potessero nuocere ai rapporti con la Penisola.

Mussolini cercò anche di influenzare le vicende politiche interne alla Conf., sostenendo finanziariamente personaggi politici a lui graditi. Nel 1930 ad esempio concesse 80'000 frs. ad Angiolo Martignoni, esponente conservatore del governo ticinese, nella speranza di contribuire a una sconfitta elettorale di Canevascini. Sempre grazie al suo aiuto, nel 1933 il colonnello vodese Arthur Fonjallaz poté fondare la Federazione fascista sviz., che rimase però un'imitazione caricaturale del modello it. ed ebbe un certo seguito solo nel Ticino (ca. 500 aderenti). I sussidi del duce a Fonjallaz (complessivamente 600'000 frs.) servirono anche al finanziamento dell'iniziativa popolare antimassonica (poi respinta dal popolo nel 1937). Ingenti aiuti giunsero anche a Georges Oltramare, capo dell'Unione nazionale di Ginevra, ricevuto nel 1937 da Mussolini a Roma insieme a numerosi seguaci.

Nell'ottobre del 1935, l'intervento militare it. in Etiopia, Paese membro della SdN, costrinse le autorità fed. a cercare un compromesso fra la salvaguardia delle buone relazioni con il regime, la neutralità e la fedeltà agli impegni assunti nell'ambito della SdN. A Ginevra, pur riconoscendo che l'I. aveva violato il patto della SdN, Motta dichiarò che la Svizzera non si considerava obbligata ad applicare le sanzioni, dato che queste rischiavano di pregiudicarne la neutralità. La partecipazione elvetica alla politica sanzionista fu poi in effetti quasi solo simbolica; l'embargo sulle esportazioni di armi venne esteso dal Consiglio fed. anche all'Etiopia, Paese aggredito. Soprattutto nel mese precedente all'entrata in vigore delle sanzioni, aumentò anche molto il transito attraverso la Svizzera di carbone ted. destinato alla Penisola. Tra gli immigrati it. le sanzioni accentuarono i sentimenti patriottici e le adesioni al regime, come è testimoniato dal successo riscosso in Svizzera dalla cerimonia di donazione delle fedi nuziali all'I. ("oro alla patria"), avvenuta nel dicembre del 1935. Nel dicembre del 1936, su proposta di Motta il Consiglio fed. riconobbe de jure l'Impero it. e dunque la nuova situazione creata in Etiopia dalla vittoria di Mussolini. Tale riconoscimento (il primo di uno Stato neutrale), che suscitò viva soddisfazione a Roma ma anche accese critiche (non solo da parte della sinistra) all'interno delle Camere fed., denotò oggettivamente uno squilibrio della posizione elvetica in favore del regime. Successivamente all'uscita definitiva dell'I. dalla SdN (dicembre 1937), Motta promosse il ritorno immediato della Conf. alla neutralità integrale, poi accettato nel maggio del 1938 dal Consiglio della SdN, che esonerò la Svizzera dall'obbligo di partecipare a qualsiasi forma di sanzione. Parallelamente alla Germania, l'I. in seguito dichiarò la propria soddisfazione per il fatto che la Svizzera fosse ormai liberata da vincoli che potevano comprometterne la neutralità. In precedenza però, all'indomani dell'Anschluss, Mussolini non aveva esitato a definire la Svizzera un "equivoco sulla carta europea", destinato a seguire le sorti dell'Austria, in un colloquio con suo genero, il ministro degli affari esteri Galeazzo Ciano.

Autrice/Autore: Mauro Cerutti

2.3.2 - Rapporti economici

La costituzione della Camera di commercio sviz. in I. nel 1919 testimoniò la vivacità degli scambi bilaterali, la cui importanza nel complesso non risentì della partecipazione it. alla prima guerra mondiale. Il nuovo trattato di commercio del 1923 diede poi parziale soddisfazione all'industria delle macchine elvetica, colpita in precedenza dalla nuova tariffa doganale it. del 1921. Rispetto al periodo precedente al 1914, negli anni tra le due guerre mondiali si registrò una diminuzione dell'importanza relativa delle importazioni sviz. dall'I., mentre la quota delle esportazioni verso la Penisola rimase sostanzialmente costante. Ciò si tradusse in una riduzione del saldo commerciale favorevole all'I., una tendenza rafforzatasi ulteriormente con l'accordo di clearing stipulato nel 1935 tra i due Paesi.

<b>Italia</b><br>Fonti: H. Ritzmann-Blickenstorfer (a cura di),  <I>Historische Statistik der Schweiz,</I> 1996, 698, 706; Amministrazione federale delle dogane  © 2017 DSS e Marc Siegenthaler, Berna.<BR/>
Commercio estero della Svizzera con l'Italia tra il 1890 e il 2015

Come risulta da un'inchiesta compiuta nel 1918 dalla Legazione sviz. di Roma, gli investimenti elvetici nella Penisola erano prevalentemente concentrati nelle regioni settentrionali più industrializzate (Lombardia, Piemonte, Liguria), dove si trovava oltre la metà (348) delle 639 ditte sviz. valutate di una certa importanza. Negli anni 1920-30 a esse si aggiunsero le filiali di alcune grandi soc. sviz. dei settori alimentare, chimico e farmaceutico (Wander, Suchard, Sandoz, Nestlé, Geigy, Hoffmann-La Roche); nel 1926 l'AIAG (la futura Alusuisse) fondò inoltre nei pressi di Venezia la Soc. anonima veneta alluminio (SAVA), che divenne uno dei maggiori produttori it. del settore. La crisi economica mondiale interruppe poi questa nuova ondata di investimenti. Stando a un'inchiesta promossa nel 1936 dall'Ass. sviz. dei banchieri, i crediti finanziari nei confronti dell'I. detenuti da persone fisiche e giur. residenti nella Conf. ammontavano complessivamente a 601 milioni di frs., una cifra notevole, ma di certo inferiore alla realtà, visto che per i titoli venne considerato il valore nominale e non la quotazione di borsa. Inoltre rimaneva ovviamente escluso dal computo totale il valore degli stabilimenti industriali e di altri beni posseduti da tali ditte in I. Malgrado ciò, l'indagine mise comunque in evidenza l'intensità dei rapporti sul piano industriale e finanziario tra i due Paesi, testimoniata anche dalla nascita, nel 1937 a Zurigo, dell'Ass. sviz. per i rapporti culturali ed economici con l'I. Figura di punta del comitato fu Carl Julius Abegg, che, oltre a controllare importanti stabilimenti tessili in I., sedeva nel consiglio di amministrazione della Pirelli Holding, fondata nel 1937 a Basilea. Dopo la guerra d'Etiopia, la piazza finanziaria sviz. assunse inoltre un'importanza crescente per l'I., dato che le banche sviz. presero il posto di quelle inglesi, franc. e statunitensi nella concessione di crediti alla Penisola. All'interno del clearing, fino al giugno del 1942 i creditori finanziari elvetici poterono trasferire integralmente in patria i ricavi dei loro investimenti nel regno, malgrado il controllo dei cambi introdotto dal regime nel 1934-35.

Autrice/Autore: Mauro Cerutti

2.3.3 - Fenomeni migratori

Per il periodo tra le due guerre, i censimenti fed. evidenziano un leggero calo degli Italiani stabilmente residenti nella Conf., frutto anche di una politica migratoria sviz. più restrittiva: da 134'000 nel 1920 il loro numero scese a 127'000 nel 1930. Una diminuzione più netta si ebbe poi nel 1941 (96'000), dovuta al rientro dei mobilitati. Gli it. continuarono a costituire oltre un terzo di tutti gli stranieri, formando la colonia straniera più numerosa se si considerano anche gli Stagionali, non contemplati dai censimenti fed. effettuati in dicembre. Il numero di questi ultimi aumentò costantemente fino agli inizi della crisi economica (35'920 nel 1931), per poi scendere nettamente in seguito (15'043 nel 1933). Negli anni tra le due guerre, più di 20'000 immigrati it. acquistarono inoltre la nazionalità sviz. Il trattato di domicilio e consolare del 1868 rimase in vigore, ma subì una modifica nel maggio del 1934, per cui l'ottenimento del permesso di domicilio fu vincolato a un soggiorno ininterrotto di cinque anni.

Dopo il calo registrato a causa delle vicende belliche, gli Svizzeri tornarono numerosi nella Penisola. Attorno al 1930, il loro numero ammontava a ca. 17'000 persone, di cui quasi la metà risiedeva in Lombardia. Proprio a Milano, la nascita di un fascio sviz. diretto dall'industriale Otto Bühler, già pres. della Camera di commercio sviz. in I., diede origine a una profonda scissione all'interno della colonia, superata solo nel 1939.

Autrice/Autore: Mauro Cerutti

2.3.4 - Rapporti culturali

Il nuovo regime suscitò interesse e ammirazione tra gli intellettuali sviz. più conservatori, in particolare tra quelli romandi (ad esempio Gonzague de Reynold), attratti dalla dottrina corporativistica, e negli ambienti catt., soprattutto dopo la conclusione dei Patti lateranensi (1929). L'Ass. sviz. per i rapporti culturali ed economici con l'I. organizzò conferenze con personaggi vicini al fascismo come l'uomo d'affari Giuseppe Volpi e lo storico Gioacchino Volpe; nel 1937 l'Univ. di Losanna conferì il dottorato h.c. a Mussolini. Nel Ticino, i timori nei confronti dell'irredentismo si rifletterono nel dibattito, già affiorato negli anni alla vigilia della prima guerra mondiale, attorno all'identità della Svizzera italiana, segnata dal dualismo tra italianità ed elvetismo.

Negli anni tra le due guerre mondiali, la presenza di studenti sviz. nelle Univ. it. risultò modesta; negli anni acc. 1926-27 e 1931-32 essi furono poco meno di un centinaio, concentrati prevalentemente negli atenei dell'I. settentrionale.

Autrice/Autore: Mauro Cerutti

2.4 - La seconda guerra mondiale e la caduta del fascismo

Negli anni della seconda Guerra mondiale, l'I. visse tre fasi distinte: il periodo di "non belligeranza", che durò fino al giugno del 1940, la partecipazione alla guerra al fianco del regime nazista, che terminò con la proclamazione dell'armistizio con gli Alleati (8.9.1943), e il periodo della guerra civile, con la presenza della Repubblica sociale it. sostenuta dai Tedeschi al nord, e del governo del maresciallo Pietro Badoglio appoggiato dagli angloamericani al sud, che ebbe fine con la Liberazione e la resa ted. (aprile 1945).

2.4.1 - Il periodo della "non belligeranza" italiana

Nel settembre del 1939, nonostante il patto d'acciaio sottoscritto nel maggio dello stesso anno con la Germania, il governo fascista non entrò in guerra, ribadendo inoltre il rispetto della neutralità elvetica. Tale riconoscimento venne accolto con viva soddisfazione dalle autorità fed. e in particolare da Motta, che dopo il patto di Monaco (settembre 1938) aveva tessuto gli elogi di Mussolini, visto come il salvatore della pace. L'accordo sul transito concluso nel novembre successivo risultò assai favorevole per la Conf.: il regime concesse il libero passaggio delle merci da e per la Svizzera attraverso il territorio it. (compreso un massimo annuo di 200'000 t di idrocarburi), e mise a disposizione i porti di Genova (dove si insediò un funzionario fed.), Vado Ligure, Savona, Venezia e Trieste.

Autrice/Autore: Mauro Cerutti

2.4.2 - L'Italia in guerra

Nel discorso in cui annunciò l'entrata in guerra dell'I. (10.6.1940), Mussolini affermò tra l'altro di non voler trascinare nel conflitto i Paesi vicini non belligeranti, tra cui la Svizzera. Nel frattempo, tuttavia, lo Stato maggiore it. aveva ricevuto l'ordine di pianificare un'eventuale operazione militare contro la Conf. In realtà tali piani, che proponevano soluzioni più o meno radicali del "problema Svizzera", cercavano di delineare le possibili strategie it. nel caso di un'invasione ted. della Svizzera, uno scenario in cui l'I. avrebbe dovuto cercare di ottenere il massimo da una spartizione del territorio elvetico (in base alla teoria irredentista della "catena mediana delle Alpi", il Vallese, il Ticino e i Grigioni), anche a costo di attriti con l'alleato ted. Le sorti della Svizzera rimasero ancora incerte per alcuni mesi, come sembra confermare, alla data del 10 settembre, il diario dell'industriale Alberto Pirelli ("Quanto alla Svizzera, Ciano sembra non entusiasta di spartirla ma Ribbentrop sembra nettamente favorevole"). Il 26 settembre Mussolini ordinò ai responsabili militari di sospendere i piani operativi riguardanti il territorio elvetico. Il mese seguente, in una lettera a Hitler il dittatore proferì nuovamente dichiarazioni minacciose nei confronti della Conf., probabilmente per saggiare le intenzioni del Führer verso la Svizzera; l'esito disastroso della campagna di Grecia (inverno 1940-41) costrinse poi ad ogni modo il duce a ridimensionare le proprie ambizioni, rinunciando alla "guerra parallela" - condotta in autonomia dall'alleato - per limitarsi a una più modesta "guerra subalterna".

Seguendo l'esempio del Terzo Reich, nel luglio del 1940 il regime richiese con insistenza un credito al Consiglio fed. Per ragioni di opportunità politica e viste le concessioni it. in materia di transito, il mese successivo le autorità fed. accordarono 75 milioni di frs. sotto forma di anticipo all'interno del clearing, utilizzati dall'I. per l'acquisto di beni di utilità bellica dalla Svizzera. Sempre in agosto, un consorzio di banche sviz. concesse inoltre alla Penisola un prestito di 125 milioni di frs., garantito da un deposito in oro presso la Banca d'I. a Roma. In seguito, i crediti nel clearing in favore dell'I. vennero ulteriormente elevati in due occasioni (75 milioni nel giugno del 1941, 65 milioni nel novembre del 1942), per un totale complessivo di 215 milioni. Tra il 1940 e il 1943, si verificò un aumento in termini sia relativi sia assoluti delle esportazioni sviz. verso l'I., almeno per il 40% ca. composte da prodotti di utilità bellica (armi, ma anche apparecchi di precisione, prodotti orologieri, macchine e alluminio).

Dopo l'entrata in guerra della Penisola, la diplomazia elvetica assunse la difesa degli interessi it. presso una decina di Stati nemici, tra cui gli Stati Uniti (dal dicembre del 1941) e la Gran Bretagna (incluso il Commonwealth). Quale potenza protettrice la Svizzera organizzò ad esempio il rimpatrio di ca. 27'000 coloni it. dopo l'occupazione dell'Africa orientale it. da parte delle truppe britanniche (1941). Sul piano diplomatico, si verificarono tensioni nel gennaio del 1942 a causa delle pressioni del regime per ottenere il richiamo di Paul Ruegger, ministro sviz. a Roma, ritenuto troppo inflessibile nei confronti delle rivendicazioni it. in materia di crediti. Il Consiglio fed. cedette presto davanti all'intransigenza it., ma lasciò vacante il posto di ministro sviz. a Roma fino al novembre del 1942, quando il Consiglio fed. nominò Peter Vieli, esponente di punta del mondo bancario elvetico.

In particolare fino al settembre del 1943, le linee ferroviarie sviz. (in primis quella del San Gottardo) assunsero un'importanza notevolissima per il traffico di merci tra la Germania e l'I. Attraverso la Conf. passarono fino al 50% delle importazioni it. di carbone dal Terzo Reich, indispensabili per il funzionamento dell'apparato industriale della Penisola. Il Consiglio fed. mise inoltre a disposizione il San Gottardo anche per i treni che trasportavano in Germania lavoratori it. reclutati dalle industrie ted.: dall'aprile del 1941 al luglio del 1943, 181'000 operai giunsero in Germania via Svizzera, mentre 131'000 transitarono dal San Gottardo per tornare in patria. Dopo l'occupazione ted. dell'I. settentrionale, le autorità fed. si rifiutarono di riattivare questi traffici. Tali prestazioni - che la Svizzera era peraltro tenuta a fornire in base alla Convenzione del Gottardo - favorirono lo sforzo bellico dell'Asse, ma costituirono anche un'importante arma negoziale per la Svizzera nonché un elemento atto a dissuadere eventuali attacchi da parte delle due potenze confinanti. Sul piano bilaterale, il transito di merci it. attraverso la Conf. era controbilanciato dalla disponibilità dei porti it. per gli approvvigionamenti sviz. Da questo punto di vista lo scalo di Genova, divenuto di importanza secondaria per la Svizzera negli anni tra le due guerre mondiali, assunse una rilevanza ancora molto maggiore che durante la Grande guerra. Tra il 1940 e il 1942 infatti, quasi l'85% delle importazioni sviz. da oltreoceano, in prevalenza derrate alimentari (soprattutto cereali) indispensabili al sostentamento della pop. elvetica, transitarono dagli scali it. (il 70% da Genova).

Autrice/Autore: Mauro Cerutti

2.4.3 - Dalla caduta di Mussolini alla fine della guerra

Il 25.7.1943, dopo lo sbarco alleato in Sicilia, Mussolini venne destituito dal Gran Consiglio del fascismo. Agli inizi di agosto, le nuove autorità affidarono una delicata missione ad Alberto Pirelli, che tramite Charles Albert Nussbaumer (direttore della Soc. di Banca sviz. e pres. della Pirelli Holding) sondò la disponibilità del Consiglio fed. a intervenire presso gli Alleati al fine di ottenere il rinvio dello sbarco in I. continentale, in modo da scongiurare la reazione del Terzo Reich: come prevedibile, il governo rifiutò però tale proposta, appellandosi allo status di neutralità della Conf. In seguito, l'armistizio tra il governo Badoglio e gli Alleati annunciato l'8 settembre provocò l'occupazione militare di buona parte della Penisola da parte dei Tedeschi e la fuga del re e del governo Badoglio a Brindisi, nella zona dell'I. meridionale già sotto controllo alleato. Il Consiglio fed. richiamò definitivamente in patria il ministro Vieli; a Roma la legazione sviz. venne affidata a un incaricato d'affari. Con la nascita della Repubblica sociale it. (RSI), istituita il 23 settembre da Mussolini grazie all'appoggio ted. e comprendente l'I. centro settentrionale, la Svizzera si trovò confrontata con due governi it. che rivendicavano entrambi la loro legittimità esclusiva. Di fronte a questa situazione, le autorità fed. scelsero di mantenere rapporti ufficiali solo con il governo del Sud. Considerati i cospicui interessi elvetici nell'I. settentrionale, il Consiglio fed. ammise però in Svizzera un rappresentante della RSI, dotato di competenze anche consolari; nel febbraio del 1944, in seguito ai timori suscitati dal progetto di socializzazione delle imprese (che poi non ebbe conseguenze pratiche di rilievo) e dal blocco dei fondi elvetici promossi dalla RSI, le autorità fed. inviarono a loro volta un delegato commerciale (Max Troendle) presso il governo di Salò. Su iniziativa di alcuni membri influenti della colonia elvetica di Milano, già alla fine del 1942 era peraltro nata la Soc. mutua d'assicurazione danni di guerra, con lo scopo di far fronte alle perdite provocate dai bombardamenti alleati sulle città dell'I. settentrionale. Dotata di garanzia della Conf. e di un massimo di 2000 membri assicurati alla fine del conflitto, la Soc. permise di liquidare ca. 400 sinistri.

L'armistizio e l'occupazione ted. portarono allo sfascio dell'esercito it., lasciato senza direttive. Una porzione significativa dei militari sbandati - oltre 20'000, soprattutto Lombardi - riuscì a rifugiarsi in territorio elvetico, quasi sempre attraverso il confine ticinese. Considerati "rifugiati militari", vennero condotti oltralpe in campi allestiti dal Commissariato fed. per l'internamento e l'ospedalizzazione. Dal gennaio del 1944, ca. 500 di loro vennero ammessi nei cosiddetti campi univ. istituiti presso gli atenei romandi, dove poterono seguire corsi tenuti da professori sviz. ma anche da altri internati it. Sebbene in numero inferiore, oltre ai militari giunsero in Svizzera anche civili in fuga dalla Penisola per motivi politici o razziali: almeno 3600 ebrei it. trovarono rifugio nella Conf., alcune centinaia furono invece respinti. Furono accolti anche ex gerarchi fascisti (Dino Alfieri, Giuseppe Bastianini), grandi industriali come Giuseppe Volpi e la stessa figlia di Mussolini, Edda Ciano. Nell'ottobre del 1944, la caduta della Repubblica partigiana dell'Ossola, durata poco più di un mese, provocò un'ulteriore ondata di profughi (oltre ai civili, ca. 1500 partigiani), che si riversò nel Ticino e in Vallese attraverso il Sempione. Tra i profughi civili che giunsero in Svizzera durante l'intero arco della seconda guerra mondiale, i quasi 15'000 Italiani formarono il gruppo nazionale più numeroso; in totale, tenendo conto anche dei quasi 30'000 militari accolti, la Conf. diede ospitalità a ca. 45'000 profughi it.

<b>Italia</b><br>Il valico di frontiera italo-svizzero di Ponte Chiasso all'inizio di maggio del 1945; fotografia realizzata da  Christian Schiefer (Archivio di Stato del Cantone Ticino, Fondo Christian Schiefer).<BR/>La guerra sul fronte italiano è da poco finita, Mussolini è appena stato giustiziato e gli ultimi gruppi fascisti hanno deposto le armi. Soldati tedeschi che avevano tentato di riparare in Svizzera per sfuggire all'avanzata delle truppe alleate vengono disarmati e riaccompagnati in territorio italiano sotto lo sguardo dei curiosi.<BR/>
Il valico di frontiera italo-svizzero di Ponte Chiasso all'inizio di maggio del 1945; fotografia realizzata da Christian Schiefer (Archivio di Stato del Cantone Ticino, Fondo Christian Schiefer).
(...)

I primi colloqui tra rappresentanti alleati e i vertici del movimento partigiano si svolsero in Svizzera, a Lugano (novembre 1943), dove dal marzo del 1944 il Comitato di liberazione nazionale Alta I. (CLNAI), organo supremo della Resistenza, dispose di una propria delegazione. La resa ted., che il 2.5.1945 pose fine alla guerra su territorio it., venne preceduta da negoziati segreti nella Conf. tra Allen W. Dulles e il generale Karl Wolff, comandante delle SS in I., resi possibili dall'intermediazione del maggiore dell'esercito sviz. Max Waibel. Tali trattative, passate alla storia come "operazione Sunrise", contribuirono a evitare la distruzione inizialmente prevista di infrastrutture e industrie nell'I. settentrionale da parte delle truppe ted. e a scongiurare situazioni potenzialmente esplosive lungo le aree di confine.

Autrice/Autore: Mauro Cerutti

2.5 - Dal 1945

2.5.1 - Rapporti politici e migrazioni

Nel gennaio del 1947, la nomina di Egidio Reale come primo rappresentante della nuova I. repubblicana a Berna ebbe un forte significato simbolico, dato che si trattava di un esule antifascista vissuto in Svizzera dal 1927 al 1945. Nel 1953, quando la legazione it. fu elevata al rango di ambasciata, Reale divenne il primo ambasciatore della Penisola nella Conf.; il Consiglio fed. invece trasformò in ambasciata la propria legazione a Roma solo nel 1957.

Fin dai primi anni del secondo dopoguerra, l'immigrazione tornò a costituire un tema centrale nei rapporti bilaterali, visto l'ingente bisogno di manodopera estera dell'economia sviz. e l'impossibilità di reclutare nella stessa misura che in passato lavoratori ted. e austriaci. Dal 1946 l'ufficio fed. dell'industria, delle arti e mestieri e del lavoro (UFIAML) fu incaricato di promuovere e coordinare, anche con missioni nella Penisola, il nuovo afflusso di lavoratori it. impiegati in vari settori dell'economia nazionale (agricoltura, industria alberghiera, industria tessile, edilizia, ma anche industria metallurgica e meccanica). Su iniziativa dell'I., nel 1948 venne sottoscritto un accordo bilaterale relativo all'immigrazione dei lavoratori it. in Svizzera, il primo del suo genere concluso dalla Conf. Per evitare che i nuovi immigrati si stabilissero definitivamente nel Paese, le autorità fed. riuscirono a imporre un aumento da cinque a dieci anni della permanenza minima richiesta per l'ottenimento del permesso di domicilio. Inoltre promossero una politica tendente a privilegiare in maniera sistematica, spec. nell'edilizia e nell'industria alberghiera, l'assunzione di stagionali (a cui ancora nel 1956 andava il 46,5% dei permessi di lavoro rilasciati alla manodopera it.), facilmente rimpatriabili in caso di andamento congiunturale sfavorevole. Per loro, così come per i dimoranti annuali, si poneva anche il grave problema dei ricongiungimenti fam., verso cui la Svizzera si dimostrò per lungo tempo inflessibile, contravvenendo alle raccomandazioni dell'OECE che dal 1953 sollecitò i Paesi membri a mostrare maggiore disponibilità nell'accogliere anche i membri della fam. dei lavoratori emigrati. La difficile ripresa dell'economia it. negli anni della ricostruzione, e successivamente il permanere di forti sacche di disoccupazione nelle regioni meridionali della Penisola garantirono comunque un'abbondante offerta di manodopera; nel complesso la Svizzera fino all'inizio degli anni 1970-80 costituì la principale meta per l'emigrazione it. Dal 1950 al 1970, in base ai censimenti fed. di dicembre ca. la metà degli stranieri residenti in Svizzera fu costituita da Italiani, il cui numero passò da 140'000 (49% del totale) nel 1950 a 346'000 (59%) nel 1960 e a 584'000 (54%) nel 1970. La quota it. risultava ancora più elevata considerando le statistiche dell'UFIAML (elaborate dal 1955) riferite al mese di agosto, che includevano gli stagionali e i Frontalieri, ma non i lavoratori stranieri con permesso di domicilio. La punta massima sul totale della manodopera straniera non domiciliata venne raggiunta nel 1961, con oltre il 70%.

Dal 1953 il Consiglio fed. incaricò le FFS di organizzare treni speciali per permettere il rientro degli immigrati it. in occasione delle elezioni politiche; ca. 90'000 di loro (il 36% degli aventi diritto) si recarono in patria per quelle del 1958, 180'000 per quelle del 1963. Queste facilitazioni non erano prive di secondi fini politici, dato che il governo sperava che gli operai it. in Svizzera, meglio pagati di quelli rimasti nella Penisola, votassero per le forze di governo e non per il partito comunista it., uno dei maggiori del suo genere in Europa occidentale. Nel contesto della Guerra fredda, forte era anche il timore di un'infiltrazione comunista nelle ass. attive nella difesa dei lavoratori, come la Federazione delle Colonie libere italiane, sorte in Svizzera nel novembre del 1943 su iniziativa di rifugiati antifascisti e sorvegliate discretamente dalla polizia fed. La paura del "pericolo rosso" fu all'origine di arresti ed espulsioni: nel 1955 ad esempio il Consiglio fed. decise l'allontanamento di una ventina di comunisti it., membri della federazione di lingua it. del partito del lavoro sviz.

<b>Italia</b><br>Partenza dei lavoratori italiani alla stazione di Basilea (Natale 1964). Fotografia di Siegfried Kuhn (Ringier Bildarchiv, RBA1-1-6475) © Staatsarchiv Aargau / Ringier Bildarchiv.<BR/>A ridosso delle vacanze di Natale o di Pasqua, ogni anno una moltitudine di lavoratori carichi di bagagli, in procinto di ritornare in Italia presso le famiglie, affollava le stazioni. In quanto stagionali (ca. 170'000 nel 1964), molti di loro erano del resto costretti a recarsi nella Penisola per qualche mese.<BR/>
Partenza dei lavoratori italiani alla stazione di Basilea (Natale 1964). Fotografia di Siegfried Kuhn (Ringier Bildarchiv, RBA1-1-6475) © Staatsarchiv Aargau / Ringier Bildarchiv.
(...)

Viste le insistenze del governo it., nel 1961 le autorità elvetiche accettarono l'avvio di negoziati paralleli per la revisione dell'accordo sull'immigrazione del 1948 e della convenzione relativa alle assicurazioni sociali del 1951. Per quanto riguarda quest'ultimo punto, le trattative sfociarono nella convenzione bilaterale sulla sicurezza sociale (dicembre 1962), basata sul principio della reciprocità, che estese le prestazioni dell'AVS/AI anche ai lavoratori it. Sulla prima questione, i negoziati subirono invece un'interruzione già nel novembre 1961 in seguito alle polemiche suscitate dalla visita nella Conf. di Fiorentino Sullo, ministro it. del lavoro, che non aveva esitato a criticare la politica migratoria e il sistema sociale sviz. Anche dopo la loro ripresa, le discussioni si rivelarono difficili, per cui si dovette attendere il 1964 per la firma del nuovo accordo sull'emigrazione che, pur presentando solo modeste concessioni in materia di ricongiungimento fam., sembrò in contraddizione con la politica avviata l'anno precedente dal Consiglio fed. per frenare l'afflusso di immigrati. Esso suscitò quindi un ampio dibattito pubblico e parlamentare nonché vive preoccupazioni negli ambienti operai e all'interno dei sindacati, provocando il lancio della prima iniziativa popolare di stampo xenofobo nel 1965, anno peraltro segnato dalla morte di 57 lavoratori it. sul cantiere vallesano del Mattmark. Alla prima iniziativa contro l'inforestierimento, poi ritirata, ne seguì un'altra (detta anche "iniziativa Schwarzenbach" dal nome del suo promotore), respinta nel 1970 dal 54% dei suffragi nonché dalla maggioranza dei cant.; la percentuale elevata dei voti favorevoli costrinse però il Consiglio fed. a rafforzare le misure di stabilizzazione e riduzione della manodopera straniera, sancendo una svolta nella storia della politica migratoria elvetica. La crisi petrolifera iniziata nel 1973 costrinse poi quasi 200'000 lavoratori stranieri al rientro in patria, tra cui molti Italiani. Da allora, si è verificata una diminuzione costante degli Italiani in Svizzera, in termini sia assoluti sia relativi: da 419'000 residenti nel 1980 (44,3% di tutti gli stranieri) si è passati a 383'200 nel 1990 (31%) e a 322'200 nel 2000 (quasi il 22%). La notevole diminuzione registrata negli anni 1990-2000 è stata però compensata per oltre due terzi dalle naturalizzazioni (più di 42'000). Dal 1889 al 2000 gli Italiani che hanno acquistato la cittadinanza sviz. sono stati oltre 150'000; più della metà delle naturalizzazioni sono avvenute negli ultimi 30 anni.

Per quanto riguarda invece la colonia sviz. in I., dalla fine della guerra essa ha conosciuto un costante aumento dei propri effettivi, salendo da 13'500 persone nel 1945 a 24'500 nel 1986 e a 46'327 nel 2005 (di cui 35'508 con la doppia cittadinanza).

Nell'ambito della cooperazione transfrontaliera, nel 1995 il cant. Ticino e le province it. di Como, Varese e Verbano-Cusio-Ossola hanno dato vita alla Regio Insubrica, con lo scopo di promuovere i contatti e l'integrazione tra le rispettive aree. Nel 1998 i due Paesi hanno inoltre sottoscritto accordi relativi all'assistenza giudiziaria in materia penale (in vigore dal 2003) e alla cooperazione tra le autorità di polizia e doganali (in vigore dal 2000).

<b>Italia</b><br>Fonte: Censimenti federali  © 2017 DSS e Marc Siegenthaler, Berna.<BR/>
Popolazione italiana residente in Svizzera dal 1880 al 2010
<b>Italia</b><br>Tifosi italiani festeggiano la vittoria della loro nazionale nella finale dei campionati mondiali di calcio del 2006; fotografia scattata nella Langstrasse a Zurigo la sera del 9.7.2006  © KEYSTONE / Walter Bieri.<BR/>
Tifosi italiani festeggiano la vittoria della loro nazionale nella finale dei campionati mondiali di calcio del 2006; fotografia scattata nella Langstrasse a Zurigo la sera del 9.7.2006 © KEYSTONE / Walter Bieri.
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<b>Italia</b><br>Fonti:  <I>Annuario statistico della Svizzera;</I>   <I>Die Volkswirtschaft;</I> Ufficio federale della migrazione  © 2006 DSS e Marc Siegenthaler, Berna.<BR/>I lavoratori italiani in Svizzera fino all'entrata in vigore degli accordi bilaterali I con l'Unione europea nel giugno del 2002.<BR/>
Lavoratori italiani in Svizzera secondo il tipo di permesso dal 1955 al 2001

Autrice/Autore: Mauro Cerutti

2.5.2 - Rapporti economici e trasporti

Già nell'agosto del 1945, i due Paesi firmarono un accordo commerciale, che prevedeva la concessione da parte sviz. di un credito di 80 milioni di frs., vincolato al ripristino delle linee di collegamento tra il porto di Genova e il confine elvetico e al riconoscimento e al graduale ammortamento dei debiti contratti dal regime fascista. Proprio quest'ultimo punto suscitò però l'opposizione delle autorità alleate, per cui l'accordo non entrò mai in vigore. Gli scambi ripresero quindi sulla base di compensazioni private, un sistema che venne mantenuto in maniera sostanzialmente immutata fino al 1950. Risolto il problema del veto alleato nel luglio del 1946, la questione dell'estinzione dei debiti it., che nei confronti della sola Conf. ammontavano a 310 milioni di frs. (di cui ca. 70 per le spese di internamento dei militari it.) tornò al centro dell'attenzione. Essa venne infine risolta nel maggio del 1949, quando i due Paesi concordarono un'indennità sommaria di 145 milioni di frs., di cui 125 pagati dal governo it. entro il 1952 in divise libere. I 20 milioni rimanenti, concessi sotto forma di investimenti nella Penisola, furono impiegati per la costruzione di navi, la realizzazione del nuovo Centro sviz. di Milano e in favore delle scuole sviz. presenti in I.

Nel 1950, la conclusione di nuovi accordi commerciali e di pagamento bilaterali e l'adesione di entrambi i Paesi all'Unione europea dei pagamenti segnarono una tappa fondamentale verso la liberalizzazione progressiva delle relazioni economiche tra Svizzera e I., dopo un quindicennio in cui il clearing e le compensazioni private avevano frapposto molteplici ostacoli burocratici al loro naturale sviluppo. In seguito i rapporti commerciali conobbero un andamento favorevole, sostanzialmente non intaccato né dall'entrata in vigore del Mercato comune (1958) né dalla partecipazione della Svizzera all'AELS (1960). Nella seconda metà del XX sec., l'I. è stata costantemente il terzo-quarto partner commerciale in ordine di importanza della Svizzera, con percentuali straordinariamente stabili sia per le importazioni (10% ca.) sia per le esportazioni (8% ca.). Come nei periodi precedenti, la bilancia commerciale tranne rare eccezioni è risultata strutturalmente favorevole alla Penisola. Negli anni 1950-60, ma spec. nel decennio successivo, il contrabbando di orologi, caffè e soprattutto sigarette, tollerato dalle autorità doganali sviz., costituì una parte cospicua (fino al 25%) delle esportazioni verso l'I. In quanto beneficiaria dell'imposta sul tabacco, anche l'AVS ricavò ingenti introiti dal contrabbando di sigarette (ca. 100 milioni di frs. annui alla fine degli anni 1960-70). Favorito anche dal sistema dei cambi fissi, il contrabbando conobbe un drastico ridimensionamento solo in seguito alla rivalutazione del franco rispetto alla lira it. nella prima metà degli anni 1970-80.

Una volta superata la difficile fase dei primi anni postbellici, gli investimenti sviz. in I. tornarono a crescere; aziende pubbliche e private it. di prim'ordine fecero inoltre ricorso alla piazza finanziaria elvetica per ottenere crediti ed emettere prestiti obbligazionari. Oltre a un primo credito di 100 milioni di frs. nel 1954, che ebbe una notevole risonanza perché interpretato come un atto di fiducia delle banche sviz. nella stabilità economica e politica della Penisola, va segnalato in particolare un prestito di 200 milioni di frs. concesso nel 1955 dalla Conf. (tramite le FFS), alle Ferrovie dello Stato it., finalizzato al potenziamento e all'elettrificazione delle linee di collegamento tra l'I. settentrionale e la Svizzera. Nemmeno la nazionalizzazione dell'industria elettrica it. (1962), che colpì gli interessi delle soc. finanziarie elvetiche che detenevano partecipazioni nel settore, riuscì a mutare il clima favorevole: negli anni 1956-70, la Svizzera risultò infatti il terzo investitore diretto nella Penisola dietro a Stati Uniti e Gran Bretagna, con il 15,7% del totale. Altre statistiche che consideravano anche i titoli di credito ponevano addirittura la Conf. al primo posto tra gli investitori esteri in I.; a tale proposito occorre però tenere conto del fatto che spesso si trattava di capitali it. esportati illegalmente nella Conf. e poi reinvestiti nella Penisola sotto veste elvetica per ragioni fiscali. Le fughe di capitali assunsero proporzioni notevoli soprattutto tra la fine del 1963 e l'inizio del 1964 e nel biennio 1968-69, a causa dei timori che i governi di centro sinistra (che vedevano la partecipazione del partito socialista) e le agitazioni sindacali suscitarono tra gli operatori economici. Poiché il denaro giunse soprattutto nel Ticino, Lugano - dove erano attive molte filiali di banche it. - divenne la terza piazza finanziaria della Svizzera, dopo Zurigo e Ginevra. L'afflusso di capitali it. fu anche all'origine di scandali, tra cui il più clamoroso fu quello che nel 1977 coinvolse la succursale di Chiasso del Credito sviz. e che si risolse con una perdita di 1,4 miliardi di frs. La conclusione degli accordi bilaterali I e II tra la Svizzera e i Paesi dell'Unione europea ha contribuito a consolidare ulteriormente i legami economici tradizionalmente stretti tra la Conf. e l'I.

I trafori ferroviari sviz. - primo fra tutti il San Gottardo - oltre a beneficiare dello sviluppo degli scambi commerciali bilaterali, assunsero anche una notevole importanza per il traffico di transito tra la Penisola e l'Europa centro settentrionale fino agli anni 1960-70. L'andamento negativo dell'economia in seguito alla crisi petrolifera e la crescita del traffico su gomma a scapito di quello su rotaia, favorita anche dalla realizzazione della galleria autostradale del San Gottardo (1980), ne ridimensionò però in seguito il ruolo per quanto riguarda il trasporto merci. Nel 1958 l'avvio dei lavori di costruzione del tunnel stradale del Gran San Bernardo, inaugurato nel 1964, fu preceduto da una convenzione italo-sviz.; i finanziamenti vennero assicurati per metà da una soc. it. (comprendente anche la Fiat) e una sviz. La realizzazione della galleria andò di pari passo con la posa di un oleodotto da Genova a Collombey-Muraz, dove venne anche costruita una raffineria di petrolio. Pure in questo caso si trattò di un'iniziativa congiunta tra i due Paesi, promossa dall'ENI, l'ente petrolifero di Stato it., e dalla Soc. finanziaria italo-sviz. L'apertura, nell'ambito del progetto della Nuova trasversale ferroviaria alpina (NTFA), delle gallerie di base del Lötschberg e del San Gottardo, risp. nel giugno del 2007 e nel 2016 ca., permetterà di velocizzare i collegamenti ferroviari tra le regioni dell'Altopiano e l'I.

Autrice/Autore: Mauro Cerutti

2.6 - Rapporti culturali

Dopo la seconda guerra mondiale, le relazioni culturali bilaterali hanno beneficiato del sostegno di enti quali l'Ist. sviz. di Roma (1947), il Centro culturale sviz. di Milano (1997), lo Spazio culturale sviz. di Venezia (2002) e il Centro di studi it. di Zurigo (1950); inoltre va ricordata la presenza sul territorio elvetico di numerosi comitati locali della Soc. Dante Alighieri. Nel 1986 è stata istituita la Commissione culturale consultiva italo-sviz., con il fine di promuovere la cooperazione culturale bilaterale.

In ambito acc., la mobilità studentesca è stata favorita dall'accordo per il reciproco riconoscimento dei titoli univ. (2000). Con la nascita dell'Università della Svizzera it. (1996), accanto alla tradizionale presenza di studenti ticinesi negli atenei it. si è registrato anche un afflusso crescente in senso contrario.

Scrittori svizzeroted. quali Friedrich Dürrenmatt, Max Frisch e Peter Bichsel sono stati tradotti in it., mentre nell'ambito dell'architettura è soprattutto il ticinese Mario Botta, formatosi peraltro in I., ad aver raggiunto un alto grado di notorietà nella Penisola, realizzando tra l'altro la sede di Rovereto del Museo d'arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto (2002) e la ristrutturazione del Teatro alla Scala di Milano, conclusa nel 2004.

Su un piano più generale, mentre ancora negli anni 1960-70 gli immigrati it. e le loro abitudini in Svizzera erano stati in parte percepiti come una minaccia, negli ultimi decenni si è assistito a un rovesciamento di prospettiva e a una "italianizzazione" (ad esempio nell'ambito della moda e della gastronomia) dello stile di vita sviz., un'evoluzione particolarmente evidente nelle città di tradizione rif. A ciò ha contribuito anche il fatto che nel secondo dopoguerra l'I. è diventata un'importante meta turistica per molti Svizzeri.

<b>Italia</b><br>Manifesto di una mostra sul design italiano al Museo di arti applicate di Zurigo (1954), realizzato da   Carlo Vivarelli (Museum für Gestaltung Zürich, Plakatsammlung, Zürcher Hochschule der Künste).<BR/>I legami tra grafici italiani e svizzeri risultano stretti, in particolare grazie al prestigio acquisito negli anni 1950-60 dalle scuole di arti applicate di Zurigo e Basilea, entrambe attente al design italiano d'avanguardia.<BR/>
Manifesto di una mostra sul design italiano al Museo di arti applicate di Zurigo (1954), realizzato da Carlo Vivarelli (Museum für Gestaltung Zürich, Plakatsammlung, Zürcher Hochschule der Künste).
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Autrice/Autore: Mauro Cerutti

Riferimenti bibliografici

Fonti
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