• <b>Vecchiaia</b><br>Fonte: Censimenti federali  © 2013 DSS e Marc Siegenthaler, Berna.
  • <b>Vecchiaia</b><br>Manifesto della Fondazione svizzera per la vecchiaia, realizzato nel 1943 da  Martin Peikert (Museum für Gestaltung Zürich, Plakatsammlung, Zürcher Hochschule der Künste). La Fondazione svizzera per la vecchiaia (in seguito denominata Pro Senectute) promosse numerose campagne di manifesti dagli anni difficili del primo dopoguerra fino all'introduzione dell'AVS nel 1948.
  • <b>Vecchiaia</b><br>Fonte: Censimenti federali  © 2013 DSS e Marc Siegenthaler, Berna.

Vecchiaia

Fino all'inizio del XX sec. la vecchiaia era sinonimo di invalidità e infermità. Erano considerate vecchie le persone che accusavano un declino delle proprie capacità fisiche e mentali, a prescindere dal raggiungimento di una determinata età anagrafica. Il giudizio sulla vecchiaia era spesso ambivalente: veniva associata, da un lato, al decadimento psicofisico, alla fragilità e alla prossimità alla Morte, dall'altro all'esperienza e alla saggezza (Ciclo di vita ).

1 - Status sociale degli anziani e percezione della vecchiaia

In epoca romana (spec. durante la Repubblica) lo status dei membri più anziani di un nucleo domestico era rafforzato dalla struttura patriarcale della fam. (pater familias). Il culto degli antenati valorizzava il ruolo degli avi (maiores) di fronte ai discendenti (minores). Contrariamente a quella greca, la cultura romana presenta un numero relativamente elevato di raffigurazioni o sculture di persone anziane e il saggio di Cicerone Cato maior de senectute costituisce un autentico elogio della vecchiaia.

Le invasioni barbariche e le guerre che ne conseguirono furono accompagnate da una riduzione della percentuale di persone anziane, e quindi fragili, e del loro prestigio. Determinante per lo status sociale era allora il vigore fisico dimostrato fra l'altro negli scontri bellici, negli spostamenti e nei dissodamenti. Con la diffusione e l'affermazione del cristianesimo la vecchiaia riacquisì in parte una connotazione spirituale e positiva, che si manifestava spec. nelle descrizioni agiografiche, in cui l'anziano assurse a modello religioso o a persona di fiducia. La considerazione sociale riservata agli anziani dipendeva in parte anche dalla loro funzione di depositari delle tradizioni culturali, per cui nel ME non era determinante l'età in sé quanto la propria collocazione rispetto alle altre generazioni, ad esempio quale membro più vecchio del clan o della fam. Durante l'alto ME la vecchiaia fu di fatto un tema quasi irrilevante, dato che solo il 2-3% della pop. raggiungeva o superava i 60 anni di età. Dall'XI sec. la complessificazione della società medievale (fondazione di nuove città, sviluppo delle strutture feudali) portò a una maggiore diversificazione della posizione sociale e del prestigio attribuito alle persone anziane in base a ceto, ricchezza e luogo di residenza. A questo periodo risalgono anche le prime istituzioni caritative (case dei poveri, Ospizi, Ospedali) che assistevano gli anziani inabili al lavoro.

In ambito medico, la vecchiaia divenne tuttavia oggetto di attenzione solo nel tardo ME, periodo in cui l'inizio della senescenza era peraltro situato entro un arco cronologico piuttosto ampio, fra i 35 e i 70 anni. Alla fine del ME e in epoca moderna si registrò un aumento della percentuale di anziani, ma un declino della loro importanza sociale. La valorizzazione della giovinezza, ma anche il minore apprezzamento della tradizione orale a seguito dell'avvento della stampa tipografica e dell'affermazione della civiltà della scrittura peggiorarono la posizione sociale delle persone anziane spec. nell'Europa centrale. Con le epidemie di peste e altre malattie la vecchiaia, in quanto fase finale dell'esistenza, divenne uno dei temi delle rappresentazioni della morte. Gioventù e vecchiaia diventarono quasi sinonimi di vita e di morte. Nel XVI e all'inizio del XVII sec. i duri scontri bellici (guerre di religione, guerra dei Trent'anni) furono accompagnati in molti luoghi da un abbrutimento dei costumi ostile agli anziani.

In numerose regioni della vecchia Conf. il declino del prestigio e l'esclusione degli anziani furono tuttavia attenuati da due tendenze riscontrabili nel XVI e XVII sec. Da un lato, nell'artigianato organizzato in corporazioni vi era una certa considerazione per i lavoratori più anziani, spec. nei mestieri in cui potevano far valere la propria esperienza, come nell'artigianato artistico. Dall'altro, i riformatori sviz., fra cui spec. Giovanni Calvino, sottolinearono le virtù della vecchiaia nell'ambito della loro rivalutazione della patria potestà. Con la giustificazione teocentrica della funzione paterna vennero introdotte norme specifiche miranti a relativizzare l'idealizzazione della gioventù.

Dal tardo XVII sec. tornò a imporsi progressivamente, nel quadro di una moralizzazione della società che valorizzava le virtù borghesi, un rispetto maggiore per la vecchiaia. La forma statale dell'assolutismo rafforzò la posizione sociale dei padri di fam. e degli anziani, che guadagnarono autorevolezza e divennero autorità. I concetti di padre e anziano divennero in parte sinonimi e il principio di anzianità ottenne crescente importanza. Questa evoluzione culminò nel XVIII sec. in un'autentica "intronizzazione della vecchiaia": l'immagine ideale coeva dell'individuo capace di gustare con moderazione i piaceri della vita, saggio, parco, soddisfatto, mite e morigerato corrispondeva alle possibilità fisiche delle persone in età ormai avanzata. Con l'aumento graduale della speranza di vita crebbe anche il peso demografico della pop. anziana nei villaggi e nelle città. Nella seconda metà del XVIII sec. si sviluppò una vera e propria medicina sociale della vecchiaia e per la prima volta furono affrontate problematiche legate al prolungamento della durata di vita. Solo dopo il 1760 l'atteggiamento verso le generazioni anziane divenne di nuovo più critico. Una gioventù sicura di sé cominciò a riconoscersi in figure eroiche loro coetanee, coraggiose e piene di vita, descritte ad esempio nel romanzo epistolare di Jean-Jacques Rousseau La nuova Eloisa (1761). Simili tendenze vennero rafforzate dallo Sturm und Drang e dalla Rivoluzione franc., con la connessa equiparazione di gioventù e rinnovamento.

Evoluzione del peso demografico della popolazione anziana
LuogoPeriodoPercentualea
Impero romano, Gallia, Italia settentrionale 5-7%
Europa centrale e settentrionale1-520 d.C.3%
(periodi di peste)520-7501-2%
 750-10003%
 1000-13483%
(periodi di peste)1348-15002%
Vallese1300-14001%
 1400-15003%
Ginevra (città)1561-16005%
Mettmenstetten16345%
Albisrieden, Zumikon16344%
Zurigo (città)16376%
Sulgen17106%
 17228%
Wiesendangen17216%
Oberstammheim e Unterstammheim176410%
Berna (città)176410%
Ginevra (città)179811%
 181611%
Lucerna (città)181210%
Svizzera18608,5%
 19009,2%
 194112,9%
 200020%

a Proporzione di persone di 60 anni e più sulla popolazione totale.

Fonti:François Höpflinger

Nel corso del XIX sec. lo status degli anziani conobbe un generale indebolimento a causa dei rapidi e incisivi mutamenti socio-economici. Il declino del prestigio della vecchiaia fu rafforzato da teorie mediche che la interpretavano unilateralmente come un processo degenerativo. Anche il potenziamento della formazione scolastica e professionale contribuì a ridurre l'autorevolezza delle fasce di età più avanzata, poiché i giovani erano spesso meglio formati degli anziani. Nel XX sec. la gioventù, intesa sia come fase dell'esistenza sia come generazione, fu fortemente rivalutata sul piano collettivo, e i mass media (riviste e, più tardi, cinema, televisione e pubblicità) veicolarono nella moda e nella cultura un'estetica incentrata sul corpo giovane. Ciò coincise con una svalutazione della vecchiaia, tanto più che di quest'ultima venivano sottolineate soprattutto le carenze (decadimento fisico, deficit cognitivi, abbandono dell'attività lucrativa).

Solo dagli anni 1970-80 quest'immagine mutò nuovamente: le teorie che ponevano in risalto le carenze senili furono sempre più contestate, e le opportunità poste in maggiore rilievo. Nel contempo si riscontrò un più marcato "ringiovanimento" delle persone anziane, sempre più inclini a mode e attività considerate un tempo appannaggio della gioventù (viaggi, sport, formazione continua, abbigliamento). Per tutelare meglio gli interessi specifici della propria fascia d'età, dagli anni 1980-90 si riscontra una tendenza crescente fra gli anziani a organizzarsi in sodalizi (ad esempio Pantere grigie sviz., 1986; Federazione ass. dei pensionati e d'autoaiuto in Svizzera, 1990; Consiglio sviz. degli anziani, 2001).

Autrice/Autore: François Höpflinger / vfe

2 - Stile di vita e situazione domestica degli anziani

Non è praticamente possibile fornire indicazioni generali sullo stile di vita e le condizioni abitative degli anziani nel passato, poiché, da un lato, vi erano marcate differenze a seconda della regione, del ceto sociale e delle situazioni fam. e, dall'altro, gli alti tassi di mortalità erano all'origine di una grande varietà di realtà fam. e di vita. La ridotta speranza di vita rendeva rara la convivenza di più di due generazioni. I nuclei fam. di tre generazioni, già in sé eccezionali per motivi demografici sia in città sia in campagna, spesso costituivano comunque una breve fase transitoria fra altre forme di convivenza: nel 1720 rappresentavano, ad esempio, il 4,6% di tutti i nuclei fam. nella città di Ginevra, ma nelle regioni rurali divennero in seguito più diffusi, come nel 1822 a Jussy (14,1%). Le condizioni di produzione e gli assetti proprietari erano determinanti per lo stile di vita e la situazione domestica concreta di uomini e donne in età avanzata; va inoltre fatta una distinzione tra la situazione nelle campagne e quella nelle città.

Evoluzione demografica dei rapporti fra generazioni
PeriodoEtà media dei primogeniti alla morte del/della:
 madrepadrenonnaanonnoa
1881/883732102
1920/214136146
1958/6350422514
1991/9255472717

a Da parte di madre.

Fonti:A. Stuckelberger, F. Höpflinger, Vieillissement différentiel, 1996

Autrice/Autore: François Höpflinger / vfe

2.1 - Nelle campagne

I rapporti fra generazioni e la posizione sociale degli anziani erano condizionati dalle modalità di trasmissione della proprietà (divisione reale o trasmissione indivisa). La possibilità di decidere della destinazione ereditaria del proprio patrimonio, fattore determinante del potere del capofam. sui figli, permetteva alla generazione più anziana di esercitare un certo controllo sul proprio sostentamento durante la vecchiaia (Previdenza per la vecchiaia). Date le condizioni economiche spesso precarie (al limite della sussistenza), negli ambienti rurali le liti sulla presa a carico degli anziani erano molto frequenti; il momento della trasmissione della fattoria era costantemente oggetto di conflitti fra generazioni. La convivenza fra figli adulti e genitori in età avanzata era piuttosto una scelta obbligata determinata da ragioni economiche e non corrispondeva alle immagini idealizzate sulla vita degli anziani nel "grembo della fam.". Per accelerare i passaggi di proprietà tra generazioni, nel XVII sec. si diffuse il ricorso a vitalizi, ad esempio nella forma che metteva a disposizione dei genitori anziani una piccola abitazione separata (nota nella Svizzera ted. come Stöckli); poiché questa soluzione presupponeva una dimensione minima del podere, questa prassi contrattuale era circoscritta alle regioni con fattorie sparse in cui vigeva il sistema della trasmissione indivisa.

Autrice/Autore: François Höpflinger / vfe

2.2 - Nelle città

I centri urbani offrivano una maggiore indipendenza fra generazioni rispetto alle regioni rurali. Gli artigiani anziani non vivevano da soli, ma in genere non abitavano nemmeno più con i figli; dopo la metà del XVII sec. è attestato che nelle maggiori città oltre il 75% degli anziani di entrambi i sessi formava un nucleo fam. separato. Il loro mantenimento era agevolato in città dal fatto che gli artigiani in età avanzata godevano di una protezione particolare (ad esempio grazie al divieto della concorrenza) e che per le donne vi erano maggiori possibilità di svolgere attività fisicamente meno pesanti (filatura, cucito). La percentuale elevata di anziani alla testa di un proprio nucleo fam. nelle città sviz. del XVII e XVIII sec. derivava comunque anche da una politica di insediamento restrittiva: per molti servi, domestiche, garzoni ecc. giunti a lavorare in città in giovane età, la vecchiaia comportava il ritorno (spontaneo o forzato) nel com. di origine. La forte autonomia e la situazione di relativo privilegio sociale di cui godevano le persone anziane residenti in città erano espressione di uno squilibrio dei rapporti fra città e campagna. Con il declino dell'artigianato organizzato in corporazioni nel XVIII sec. divenne tuttavia più difficile conservare un nucleo fam. autonomo. La percentuale di capifam. anziani diminuì, mentre aumentò quella dei prebendari in età avanzata negli ospedali cittadini.

Fattori economici come il pauperismo e la maggiore importanza della forza fisica in contesti di produzione industriale spiegano perché nel XIX sec., spec. fra i ceti più svantaggiati, la vecchiaia corrispondesse non solo al peggioramento del proprio status sociale ma anche all'impossibilità di conservare un nucleo fam. autonomo. All'inizio del sec. crebbe notevolmente il numero di anziani subaffituari e locatari di un posto letto. Nello stesso periodo divennero più numerosi anche gli anziani che ospitavano per ragioni economiche persone estranee alla cerchia fam. Alla fine del XIX e all'inizio del XX sec. in alcune regioni, come la Svizzera centrale, crebbe inoltre la percentuale di persone in età avanzata che vivevano con i propri figli, perché questi non potevano rendersi autonomi a causa di difficoltà finanziarie. Anche le guerre e la crisi della prima parte del XX sec. contribuirono a rendere relativamente frequenti i nuclei fam. in cui convivevano tre generazioni e ostacolarono la creazione di nuove fam., ragion per cui molti anziani di queste generazioni non ebbero discendenti.

Nel secondo dopoguerra tornò a imporsi la tendenza all'indipendenza abitativa ed economica delle diverse generazioni. La convivenza fra genitori anziani e figli adulti divenne di nuovo più rara, malgrado il netto prolungarsi del periodo di vita in comune. Se nel 1960 la percentuale di ultrasettantenni che vivevano con i propri figli era ancora del 27% ca., nel 2010 essa era scesa a meno del 5%. Parallelamente il tasso di anziani che abitavano da soli era notevolmente aumentato (individualizzazione della vecchiaia). Nel contempo la percentuale di donne sole di 75 anni e più salì tra il 1960 e il 2010 dal 24 al 51%, mentre questa tendenza tra i coetanei uomini era meno marcata (11% nel 1960, 22% nel 2010). Il divario sempre maggiore fra i due sessi quanto a speranza di vita è all'origine di una crescente femminilizzazione della vecchiaia: nel corso del XX sec. la percentuale di donne è cresciuta spec. nelle fasce più anziane della pop.

<b>Vecchiaia</b><br>Fonte: Censimenti federali  © 2013 DSS e Marc Siegenthaler, Berna.<BR/><BR/>
Femminilizzazione della vecchiaia nel XX secolo

Autrice/Autore: François Höpflinger / vfe

3 - Povertà fra gli anziani e previdenza per la vecchiaia

Fino al XX sec. le condizioni economiche degli anziani erano determinate soprattutto dalle loro capacità lavorative e dalla loro situazione patrimoniale. Fino a XX sec. inoltrato per la grande maggioranza della pop. lavorare sino alla morte era una necessità assoluta. Per la maggior parte delle persone la sicurezza economica durante la vecchiaia dipendeva dalla capacità di continuare a esercitare la propria professione. La vecchiaia, intesa come declino della capacità lavorativa, era dunque in molti casi un fattore decisivo di impoverimento. Da sempre le fasce tradizionalmente povere erano formate da donne sole e vecchi: così, ad esempio, nel 1579 a Lucerna oltre l'85% dei bisognosi era costituito da donne nubili o vedove e a Olten verso la fine del XVIII sec. i due terzi delle persone al beneficio dell'assistenza pubblica avevano superato i 55 anni. Il rischio di povertà era particolarmente elevato per le donne anziane: a Ginevra, fra il 1745 e il 1755, più di un terzo delle persone assistite dall'ospedale generale erano donne di oltre 60 anni.

Fino al XVIII sec. non esistette alcuna forma specifica di previdenza pubblica per la vecchiaia. Le corporazioni ad esempio non ne prevedevano alcuna, limitandosi tutt'al più a un'assistenza in caso di invalidità. Le prime istituzioni caritative (ospizi, ospedali), che spesso ospitavano anziani inabili al lavoro, risalgono tuttavia già al tardo ME. La capacità lavorativa - ma anche le condizioni di vita - degli anziani poveri erano oggetto di controlli mirati e gli ospedali operavano una distinzione fra prebendari agiati e disagiati. Nel XVI sec. anche nella Conf. si riscontrò una comunalizzazione dell'assistenza pubblica e degli ospedali, che di fatto si trasformavano spesso in case per anziani. Gli aiuti pubblici furono progressivamente circoscritti ai cittadini del proprio com. (ospizi com.). Le misure repressive contro i poveri, fra cui molti uomini e donne anziani, vennero ampliate (divieto di accattonaggio, codice morale e di comportamento per i bisognosi). Nel XVIII sec. la percentuale degli anziani ospedalizzati crebbe soprattutto nelle città, come a Ginevra dove il tasso di persone di 60 anni e più decedute all'ospedale generale salì dal 4,7% nel 1582 al 10,2% nel 1689, fino a raggiungere il 17% nel 1780.

Alla fine del XVIII sec. e nel corso del XIX ospedali e istituzioni sociali si specializzarono, definendo meglio i propri compiti e i gruppi di cui si occupavano: vennero così creati ist. specifici per le diverse categorie di assistiti (orfanotrofi, penitenziari, ist. per ragazzi, ospizi com. e case per anziani). Lo sviluppo della medicina fu accompagnato, spec. nella seconda metà del XIX sec., da una maggiore differenziazione fra ospedale, casa di cura e clinica psichiatrica. Non di rado gli ospizi com. e le case per anziani furono collocati in luoghi periferici, rafforzando così l'emarginazione degli anziani. Il principio in base al quale l'assistenza era a carico del com. di origine, che rimase prevalente anche dopo la creazione dello Stato fed. nel 1848 e fu abolito definitivamente solo nel 1977, portò spesso al trasferimento, anche forzato, di persone anziane e invalide. Agli ospiti delle case di riposo si continuò a chiedere di prestare un'attività lavorativa (ad esempio in cucina o nel giardino) nei limiti delle loro possibilità.

<b>Vecchiaia</b><br>Manifesto della Fondazione svizzera per la vecchiaia, realizzato nel 1943 da  Martin Peikert (Museum für Gestaltung Zürich, Plakatsammlung, Zürcher Hochschule der Künste).<BR/>La Fondazione svizzera per la vecchiaia (in seguito denominata Pro Senectute) promosse numerose campagne di manifesti dagli anni difficili del primo dopoguerra fino all'introduzione dell'AVS nel 1948.<BR/>
Manifesto della Fondazione svizzera per la vecchiaia, realizzato nel 1943 da Martin Peikert (Museum für Gestaltung Zürich, Plakatsammlung, Zürcher Hochschule der Künste).
(...)

Il rischio per le persone anziane di cadere in povertà rimase elevato fino ai primi decenni del XX sec. Ancora nel 1920 il 35% di loro era bisognoso di assistenza (Pro Senectute). In assenza di una sicura previdenza contro la vecchiaia, la percentuale di anziani ancora attivi professionalmente rimase molto alta. Le loro condizioni economiche migliorarono solo nel secondo dopoguerra con l'introduzione dell'Assicurazione vecchiaia e superstiti (1948) e grazie a una migliore previdenza professionale (Casse pensioni). All'inizio del XXI sec. la povertà fra gli anziani, benché non del tutto scomparsa, non era più un fenomeno di massa; in seguito all'introduzione nel 1966 del sistema di prestazioni complementari, la sussistenza di tutti gli anziani è di principio garantita.

<b>Vecchiaia</b><br>Fonte: Censimenti federali  © 2013 DSS e Marc Siegenthaler, Berna.<BR/><BR/>
Tasso di occupazione fra la popolazione di 60 anni e più

Autrice/Autore: François Höpflinger / vfe

Riferimenti bibliografici

Bibliografia
– P. Borscheid, Geschichte des Alters, 1, 1987
– M. Mattmüller, Bevölkerungsgeschichte der Schweiz, parte 1, 2 voll., 1987
– G. Minois, Storia della vecchiaia dall'antichità al Rinascimento, 1988 (franc. 1987)
– L. Demaitre, «The care and extension of old age in medieval medicine», in Aging and the Aged in Medieval Europe, a cura di M. M. Sheehan, 1990, 3-22
– J. Ehmer, Sozialgeschichte des Alters, 1990
– I. Cochelin, «In senectute bona», in Les âges de la vie au moyen âge, a cura di H. Dubois, M. Zink, 1992, 119-138
– G. Heller (a cura di), Le poids des ans, 1994
– A. Perrenoud, «Parents, grand-parents et parenté à Jussy au tournant du XIXe siècle», in Des archives à la mémoire, 1995, 305-323
– G. Göckenjan, Das Alter würdigen, 2000
– P. Thane (a cura di), Das Alter - eine Kulturgeschichte, 2005
– K. Seifert, Chronik Pro Senectute 1917-2007, 2007

Autrice/Autore: François Höpflinger / vfe