13/05/2015 | segnalazione | PDF | stampare

Censura

Nell’edizione a stampa questo articolo è corredato da immagini. È possibile ordinare il DSS presso il nostro editore.

Il termine censura indica il controllo esercitato dalla Chiesa o dallo Stato su discorsi pubblici, rappresentazioni figurate, pubblicazioni, opere teatrali, film, trasmissioni radiotelevisive e altre forme massmediali. La censura si propone di vigilare sui contenuti della comunicazione in ambito politico, economico, sociale e religioso; serve insomma a garantire la stabilità del potere. Tra le conquiste dell' Illuminismo e del Liberalismo vi erano le libertà di parola e di stampa ( Diritti umani); da allora la censura è considerata il simbolo dei regimi totalitari. Anche gli Stati democratici, tuttavia, si riservano ancora oggi il diritto di censurare i mezzi di diffusione in situazioni eccezionali. Il ricorso a sanzioni penali in caso di diffamazione e di immagini di violenza estrema o di pornografia dura nei mass media ha lo scopo di tutelare altri beni giur. fondamentali, quali, ad esempio, la protezione dei minori, e quindi non viene considerato una censura. Accanto alla censura dichiarata e a quella occulta, esistono anche altre forme, spesso sottili, di condizionamento. Alcune lobby, per esempio, esercitano pressioni sui media più critici, boicottandoli al momento di assegnare la propria pubblicità.

1 - Dal tardo Medioevo al 1848

Nella seconda metà del XV sec., il Libro divenne rapidamente un mezzo di comunicazione di massa ( Stampa tipografica, Case editrici); a questo periodo risalgono pertanto anche i primi casi tangibili di censura. In principio simili misure vennero prese dalle autorità laiche ed ecclesiastiche per contrastare gli attacchi rivolti dagli umanisti e poi dai riformatori alle dottrine della Chiesa e all'ordine statale. Per reazione agli stampati d'informazione apparsi intorno al 1480, i vescovi di Würzburg e di Basilea emanarono nel 1482 alcuni ordini di censura ecclesiastici per impedire la diffusione degli scritti eretici. Nel 1487 papa Innocenzo VIII propose di introdurre, per le opere a stampa, una sorta di licenza concessa dalla Chiesa, il cosiddetto imprimatur. L'editto di Worms (1521) sottopose tutti i libri al controllo episcopale. Nel 1559, sotto papa Paolo V, apparve un elenco dei libri vietati, l'Index librorum prohibitorum, che continuò a essere stilato fino al 1948. Nel 1965 la Chiesa catt. abolì la censura.

I cant. conf. istituirono delle autorità censorie a partire dagli anni 1520-30. Nel 1523 Zurigo sottopose le stamperie cittadine a una sorveglianza diretta e mise sotto controllo la vendita di opere a stampa straniere; in seguito questa decisione fu più volte confermata. Anche Basilea si diede un'ordinanza sulla censura, che fu rinnovata nel 1558. La città di Berna promulgò il suo primo editto di censura contro gli scritti dei riformatori nel 1524; esso perse valore nel 1528, quando la città si convertì alla nuova fede. Nel 1539 Berna emanò una nuova ordinanza di censura, mentre la direttiva di Ginevra dello stesso anno venne inasprita nel 1540 e nel 1544. Nella maggior parte dei cant. catt. erano vietate la vendita e la lettura di scritti riformatori; Friburgo proibì completamente la stampa tipografica fino al 1584. Le ordinanze di censura nel periodo dello scisma servivano non solo a reprimere le posizioni teol. della confessione avversaria, ma anche, almeno in parte, a proibire i tanti oltraggi che la propaganda religiosa riservava ai propugnatori della fede contrapposta. Per molto tempo i singoli governi applicarono tali decreti di censura soltanto in maniera puntuale; solo nel XVII sec. sembrò rinascere la solidarietà fra le autorità catt. e rif., che presero ad aiutarsi reciprocamente nella lotta contro gli scritti oltraggiosi.

I primi giornali periodici indussero le autorità a emanare nuove ordinanze di censura, in riferimento alla pubblicazione di notizie politiche. La Ordinari Wochenzeitung, apparsa a Basilea nel 1610, fu soppressa l'anno dopo dalle autorità cittadine. Il compito delle autorità censorie di Zurigo consisteva nell'impedire la critica rivolta alle Sacre Scritture e alla Confessione elvetica, e gli attacchi sferrati alla città e alle sue autorità. La commissione responsabile multava le stamperie che pubblicavano un settimanale senza autorizzazione, e una di queste aziende fu persino confiscata. La censura bernese era considerata particolarmente vigile, soprattutto nel Paese di Vaud, dove veniva esercitata dai balivi. Anche qui era vietata qualunque critica nei confronti dello Stato e della Chiesa.

Nel XVIII sec. vigeva in tutti i cant. una censura di Stato, più o meno severa, sulla Stampa. Nella Svizzera romanda apparvero dal 1732 diversi Feuilles d'Avis con inserzioni, a volte anche con brevi notizie dall'estero, ma senza commenti politici. Nella seconda metà del sec. nacquero quotidiani e riviste che proponevano articoli culturali e scientifici. Il primo quotidiano della Svizzera it., Nuove di diverse corti e paesi, pubblicato dalla fam. Agnelli nel 1746, poteva riferire notizie dall'estero, ma non sulla Svizzera. Anche altri giornali si limitavano a riferire avvenimenti esteri. La critica nei confronti delle autorità veniva punita con differenti gradi di severità: Jakob Heinrich Meister, cacciato da Zurigo nel 1769 per aver pubblicato un volumetto "dal contenuto derisorio e vergognoso", fu graziato dopo solo tre anni, mentre Johann Heinrich Waser, autore di un pamphlet contro alcuni membri del Consiglio, venne decapitato nel 1780.

Dopo lo scoppio della Rivoluzione franc. (1789), il governo di Berna non riuscì a impedire, neanche con la minaccia di severe punizioni, che il cant. venisse sommerso da pubblicazioni rivoluzionarie. Mentre a Basilea il controllo esercitato sulla stampa era piuttosto liberale, a Soletta gli autori di testi che chiedevano una maggiore libertà venivano condannati alla reclusione o all'esilio.

La Costituzione della Repubblica elvetica fondata nel 1798 contemplava fra i diritti democratici anche la libertà di stampa; ciononostante il governo soppresse sin dall'inizio le pubblicazioni che non gli erano gradite. Già alla fine del 1798 la libertà di stampa venne di nuovo abolita e l'Atto di mediazione del 1803 non comprendeva tale libertà fra i diritti costituzionali. Le élite dominanti sostenevano piuttosto che non potevano essere tollerati "giornali liberticidi". Il primo Landamano della Svizzera, Louis d'Affry, chiese a tutti i cant., con una circolare del 1803, di istituire delle autorità preposte alla censura, spec. in considerazione della forte dipendenza della Svizzera dall'estero. Alcuni cant. reintrodussero ufficialmente la censura; Berna emanò un regolamento di polizia riguardante la pubblicazione di giornali e volantini; altri cant. esercitarono una censura per lo più occulta. Gli organi di stampa nati durante l'Elvetica con lo scopo di formare un'opinione politica cessarono le pubblicazioni o vennero convertiti in semplici giornali d'informazione. Nel 1812 la Dieta approvò un conclusum che invitava i cant. ad agire "contro l'abuso della libertà di stampa" nelle questioni politiche. Ginevra fu l'unico cant. sviz. a contemplare la libertà di stampa nella Costituzione già nel 1814.

Nel Patto fed. del 1815 manca qualunque riferimento alla libertà di stampa. All'epoca della Restaurazione le potenze della Santa Alleanza esercitarono in alcuni momenti una forte pressione sulla Conf. Prussia, Austria e Russia contestavano soprattutto l'attività agitatoria svolta dai profughi provenienti dalla Svizzera nei confronti delle monarchie reazionarie. Dopo un intervento del governo austriaco, la Dieta emanò nel 1823 il cosiddetto Conclusum sulla stampa e sugli stranieri, che obbligava i cant. a controllare rigorosamente le notizie fornite su altri Stati; non doveva essere pubblicato niente che "potesse danneggiare potenze amiche o dar loro occasione per fondate proteste". Nel 1830 la Dieta riunita a Berna decise di abolire questa legge sulla censura, dopo che già due anni prima dieci cant. si erano pronunciati a sfavore di una proroga.

A partire dagli anni 1830-40 i giornali godettero di una libertà di opinione più o meno limitata. Alcuni cant. avevano già proclamato la libertà di stampa: Glarona nel 1828, Zurigo, Lucerna e Argovia nel 1829. Fra il 1830 e il 1834 il numero dei giornali politici salì da 30 a 54 e la stampa divenne uno strumento importante nella lotta combattuta da radicali, liberali e conservatori per guadagnarsi il favore dell'opinione pubblica. Il progetto di Costituzione fed. del 1833 non accordava alla Conf. nessuna competenza nel campo della stampa; si temeva che essa, per riguardo nei confronti dei Paesi esteri, potesse limitare la libertà dei cant. liberali come aveva fatto durante la Restaurazione.

Autrice/Autore: Ernst Bollinger / did

2 - Dopo il 1848

Nel 1848 la libertà di stampa fu espressamente iscritta nella Costituzione dello Stato fed. e la stampa venne così riconosciuta come terreno del confronto pubblico e democratico. Erano tuttavia previste sanzioni a livello fed. per gli abusi "rivolti contro la Conf. e le sue autorità". La libertà di stampa produsse in breve un ulteriore sviluppo dei giornali d'opinione, e in seguito degli organi di partito, che sostituirono sempre più la vecchia stampa d'informazione.

Dopo il 1848 le autorità fed. limitarono la libertà di stampa solo durante le due guerre mondiali. La censura nel periodo della prima guerra mondiale è stata poco studiata. Il 30.9.1914, in virtù dei suoi poteri straordinari il Consiglio fed. esortò il Dip. politico a elaborare, insieme al Dip. di giustizia e polizia, misure restrittive contro gli organi di stampa "che mettono in pericolo le buone relazioni della Svizzera con le altre potenze o che non sono compatibili con la posizione neutrale del nostro Paese". Con questo ci si riferiva non tanto alla pubblicistica nazionale quanto agli innumerevoli scritti di propaganda che arrivavano dalle potenze in guerra. Il 2.7.1915 il Consiglio fed. emanò un'ordinanza che puniva l'oltraggio a popoli, capi di Stato e governi stranieri e il 27.7.1915 istituì, "allo scopo di esercitare in maniera paritaria e omogenea il controllo politico sulla stampa", una commissione di controllo composta da cinque membri, che in realtà disponeva solo di poteri limitati. Due di questi membri furono designati dall'Ass. sviz. per la stampa. Gli ammonimenti della commissione colpivano per lo più pubblicazioni minori, spesso di lingua franc. Scopo di tali misure era probabilmente anche quello di impedire che si ampliasse ulteriormente la spaccatura fra la Svizzera ted. e quella franc.

Nel 1933 il Consigliere fed. Heinrich Häberlin, capo del Dip. di giustizia e polizia, fece appello all'"autodisciplina" della stampa. Il richiamo era soprattutto rivolto alla stampa di sinistra, che con la sua polemica contro Hitler e Mussolini logorava le relazioni estere della Svizzera. In caso di "gravi trasgressioni", il decreto del Consiglio fed. del 26.3.1934 prevedeva delle ammonizioni o persino il divieto di pubblicazione. Solo controvoglia il Consiglio approvò la creazione di una commissione, composta da cinque rappresentanti della stampa, che avrebbe dovuto applicare il nuovo strumento disciplinare. Secondo il programma sostenuto dal Consigliere fed. Giuseppe Motta nel settembre del 1938, i giornali - a differenza della radio - non erano obbligati a praticare una "neutralità di opinione", ma non dovevano danneggiare troppo gli sforzi dello Stato per attuare una politica neutrale. Stando a quanto riferisce il rapporto del Consiglio fed. del 1946, le autorità intervennero contro due dozzine ca. di giornali, e in alcuni casi più di una volta. Il Journal des Nations di Ginevra venne proibito a tempo determinato e così anche la Schweizer-Zeitung am Sonntag pubblicata a Basilea.

Nel 1939, di nuovo in virtù di poteri straordinari, venne reintrodotto un regime di censura. Per i testi dei giornali valeva, contrariamente alle disposizioni originarie, il principio della censura repressiva, mentre per i quadri, le sceneggiature, i film, ecc. quello della censura preventiva. Il controllo sulla stampa rimase fino al 1942 ufficialmente di competenza del generale capo, ma fu svolto per lo più da specialisti civili. Nel febbraio del 1940 il Parlamento si oppose a un eccesso di restrizioni. L'esercito non poteva essere criticato, la neutralità non andava messa in questione, né si poteva sminuire il prestigio del governo. Venivano punite le infrazioni alle direttive generali e alle norme particolari. Dal luglio del 1943 al giugno del 1945, nell'ambito delle cosiddette misure leggere, vi furono in Svizzera 4749 reclami, 802 ammonizioni e 36 confische. Quanto alle misure severe, durante tutto il periodo della guerra vennero emanate 23 ammonizioni ufficiali; 11 quotidiani furono sottoposti a censura preventiva, tre dei quali a tempo indeterminato. Quattro giornali vennero completamente vietati e 20 per periodi compresi tra un giorno e quattro mesi. La maggior parte dei provvedimenti interessò la stampa socialista. A queste misure si aggiunsero i tentativi delle autorità di influenzare con delle direttive i contenuti della stampa, tentativi che ben presto si rivelarono problematici. Nel complesso, la pop. sviz. poté avere durante la guerra un buon quadro degli avvenimenti più importanti, nonostante la censura. Quest'ultima fu usata più come forma di cautela in politica estera che ai fini della repressione in politica interna. Una condizione favorevole all'esercizio della censura era invece il fatto che molti esponenti del mondo dell'informazione condividevano gli scrupoli delle autorità e imponevano loro stessi alle notizie un carattere di prudenza.

Autrice/Autore: Georg Kreis / did

Riferimenti bibliografici

Bibliografia
– S. Markus, Geschichte der schweizerischen Zeitungspresse zur Zeit der Helvetik (1798-1803), 1909
– K. Weber, Die schweizerische Presse im Jahre 1848, 1927
– J. Ruchti, Geschichte der Schweiz während des Weltkrieges 1914-1919, 1, 1928, 137-146
– G. Kreis, Zensur und Selbstzensur, 1973
– C. Graf, Zensurakten aus der Zeit des Zweiten Weltkrieges, 1979
– C. Graf, «Innen- und aussenpolitische Aspekte schweizerischer Zensur während des Zweiten Weltkrieges», in Festschrift zum 60. Geburtstag von Walther Hofer, 1980, 553-569
– R. Ruffieux, «La presse politique en Suisse durant la première moitié du XIXe siècle», in Festschrift Gottfried Boesch, 1980, 231-244
– M. Perrenoud, «"La Sentinelle" sous surveillance», in RSS, 37, 1987, 137-168
Die verbotenen Bilder 1939-1945, 1989
– E. Bollinger, Pressegeschichte, 1, 1995
– C. Guggenbühl, Zensur und Pressefreiheit, 1996
– E. Bollinger, «Das Schweizer Zeitungswesen in der ersten Hälfte des 19. Jahrhunderts», in Die Macht der Bilder, 1998, 25-41