• <b>Popolazioni pastorali</b><br>Veduta di Berna dal Sandrain; acquatinta colorata realizzata nel 1814-1819 ca. da  Gabriel Lory (padre)  sulla base di un disegno di Christoph Rheiner (Biblioteca nazionale svizzera). L'idillio pastorale alle porte della città avvalora l'idea, diffusa nel XIX secolo, che "lo Svizzero munge la sua vacca e vive pacificamente" (Victor Hugo, <I>Leggenda dei secoli</I>, 1859). All'immagine del pastore libero e selvaggio che cura il suo gregge sulla montagna si è lentamente sovrapposta quella degli Svizzeri campagnoli che vivono in una sorta di Arcadia. Questo stereotipo si diffuse ampiamente in Europa attraverso la pittura dei piccoli maestri.

Popolazioni pastorali

Alla creazione dell'immagine degli Svizzeri come pop. pastorale concorsero, dal XVIII sec., varie tradizioni ideologiche, dando vita a uno stereotipo di successo; vi trovarono convergenza l'ideologia sviz. dello Stato contadino (Contadini) dell'epoca moderna e il crescente entusiasmo per il mondo alpino (Alpi). Tali concezioni si ricollegavano inoltre alla lunga tradizione della filosofia e letteratura europea. Dal Rinascimento, e in particolare durante il periodo barocco, l'antica poesia pastorale, soprattutto le opere di Virgilio, godettero di grande popolarità. Nel XVI e XVII sec. la nostalgia dell'età aurea, di una vita semplice ma felice in Arcadia costituivano dei motivi ricorrenti della critica alla civilizzazione.

Questi elementi bucolici, ben noti alle élite colte, vennero quindi proiettati sui pastori sviz. (Pastorizia). La vita semplice e faticosa, ma sana e in armonia con la natura, la felicità in seno alla fam. e la libertà delle montagne vennero contrapposte allo stile di vita decadente nelle grandi città e presso le corti. La nostalgia in chiave ludica e poetica di una vita agreste si trasformò quindi in un esempio reale e attuale di teoria sociale. Albrecht von Haller, Jean-Jacques Rousseau e Salomon Gessner ne fornirono gli elementi costitutivi; le loro idee vennero recepite e rielaborate in tutto il mondo colto. L'interesse per la Svizzera come uno dei pochi luoghi in cui dai tempi più remoti si erano conservate strutture sociali considerate genuine, ispirò non solo poeti, pittori e musicisti, ma alla vigilia della Rivoluzione franc. anche pensatori politici di tutti gli schieramenti.

L'esplorazione della cultura popolare alpina figurò pertanto tra i postulati degli illuministi (Illuminismo); l'ideale preconcetto velò tuttavia spesso lo sguardo sulle realtà delle soc. alpine. Karl Viktor von Bonstetten indicò la via con le sue epistole (Briefe über ein schweizerisches Hirtenland nebst der Geschichte dieser Hirtenvölker, 1781). Il nascente turismo esigeva inoltre di poter esibire una cultura popolare autonoma (Tradizioni). Furono in particolare la Musica popolare e il Canto popolare a dover soddisfare le esigenze della società colta e ricevettero, a loro volta, stimoli importanti dagli ambienti illuministi urbani. Le due feste dedicate alla pastorizia alpina che ebbero luogo a Unspunnen nel 1805 e 1808, definirono un vero e proprio canone della cultura alpigiana, che si esprimeva in tornei, giochi, musica e danze (Feste federali, Giochi nazionali svizzeri).

L'immagine del pastore libero non affascinò solo i visitatori stranieri ma riuscì ad affermarsi - culmine dell'ideologia dello Stato contadino - anche tra gli stessi Svizzeri. Il verso di Schiller "Impara a conoscerlo questo popolo di pastori, ragazzo!" (Guglielmo Tell, 1804) divenne un'espressione corrente e il leitmotiv della coscienza nazionale che si stava formando nel corso del XIX sec. Il mito delle libere pop. pastorali non era peraltro circoscritto alle Alpi sviz. Anche in Scozia e nel Tirolo il pastore libero si impose come figura chiave per la costruzione dell'identità regionale.

<b>Popolazioni pastorali</b><br>Veduta di Berna dal Sandrain; acquatinta colorata realizzata nel 1814-1819 ca. da  Gabriel Lory (padre)  sulla base di un disegno di Christoph Rheiner (Biblioteca nazionale svizzera).<BR/>L'idillio pastorale alle porte della città avvalora l'idea, diffusa nel XIX secolo, che "lo Svizzero munge la sua vacca e vive pacificamente" (Victor Hugo, <I>Leggenda dei secoli</I>, 1859). All'immagine del pastore libero e selvaggio che cura il suo gregge sulla montagna si è lentamente sovrapposta quella degli Svizzeri campagnoli che vivono in una sorta di Arcadia. Questo stereotipo si diffuse ampiamente in Europa attraverso la pittura dei piccoli maestri.<BR/>
Veduta di Berna dal Sandrain; acquatinta colorata realizzata nel 1814-1819 ca. da Gabriel Lory (padre) sulla base di un disegno di Christoph Rheiner (Biblioteca nazionale svizzera).
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Durante il XIX sec. l'immagine della Svizzera come idilliaco Paese di pastori perse la sua valenza politica, trasformandosi in un cliché che trovò espressione per esempio nei racconti di Johanna Spyri sul personaggio di Heidi (1880-81), che divennero le opere più note della letteratura sviz. nel mondo. Per generazioni influenzarono l'immagine della Svizzera come terra libera e pura in mezzo alle montagne. Ancora nel 1921 la voce Älplerbräuche dell'Historisch-Biographisches Lexikon der Schweiz parlava con disinvoltura dell'"allegra libertà dell'estate montana".

L'entusiasmo per il mondo pastorale ricevette nuovi stimoli dallo studio del folclore affermatosi dopo il 1900, che rivolse particolare attenzione alla ricerca sugli ab. delle montagne. Nel segno della Difesa spirituale del periodo interbellico, il pastore assurse a incarnazione dello Svizzero capace di difendersi dal nemico, intrecciando la tradizionale immagine del pastore con quella del soldato temerario. Hans Georg Wackernagel in particolare rappresentò il mondo pastorale medievale come società arcaica e protostatale, in cui il valore guerriero si fondava sul vigore fisico, sul disprezzo della morte e sulla coesione incondizionata delle stirpi. In questa ottica la fondazione della Conf. fu merito dei "pastori guerrieri", tradizione a cui occorreva riallacciarsi. La concezione del pastore combattente si perpetuò ben oltre il periodo del secondo dopoguerra.

Dal XIX sec., ma soprattutto nella prima metà del XX sec., nell'iconografia politica il pastore compare come personificazione del popolo sviz. Dal 1922 sulla moneta da cinque franchi è raffigurato un pastore. Il pastorello (riconoscibile dal berretto) si è trasformato, nella propaganda politica e nelle caricature (Carl Böckli), in simbolo dello Svizzero onesto, ingenuo e talvolta un po' provinciale.


Bibliografia
– G. P. Marchal, A. Mattioli (a cura di), Erfundene Schweiz, 1992
– M. Weishaupt, Bauern, Hirten und "frume edle puren", 1992

Autrice/Autore: François de Capitani / rza