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Liberalismo

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Il liberalismo è l'atteggiamento e la dottrina di chi sostiene la libertà dell'individuo e della coscienza. Il termine, comparso nella lingua it. durante la Restaurazione, può essere applicato a diversi ambiti della vita sociale, quali la politica, l'economia, la filosofia, la religione. La nozione di "liberale" è molto più antica (fine del XII sec.) ed è utilizzata, in senso più generale, anche per definire un comportamento rispettoso e tollerante nei confronti degli altri. Il liberalismo caratterizzò la società sviz. a partire dal 1830; la sua preminenza fu minacciata, dopo il 1914, dalla prima guerra mondiale, dalla crisi economica e dall'avvento dei totalitarismi. La fase più acuta della sua crisi venne superata con il rigetto, nel 1935, dell'iniziativa popolare per la revisione totale della Costituzione fed. e dell'iniziativa di crisi. A partire dal 1945 il liberalismo ritrovò il suo ruolo dominante nella società elvetica, ruolo che detiene ancora all'inizio del XXI sec.

Autrice/Autore: Jean-Jacques Bouquet / gbp

1 - Il XVIII secolo

Il liberalismo è figlio dell'Illuminismo, nella misura in cui è il diritto e la capacità, per un individuo, di formarsi un'opinione personale e di esercitare le proprie facoltà senza altro limite che la Libertà degli altri. Il concetto è inseparabile dalla nozione di responsabilità e di ricerca della felicità nel senso attribuitole dagli anglosassoni, in particolare da John Locke, e si fonda sulla fiducia nel diritto naturale (Giusnaturalismo) e su una concezione ottimistica della natura umana, opponendosi in ciò al principio di autorità e anteponendo il libero esame all'obbedienza al dogma.

Nel contesto elvetico, questo insieme di concetti venne illustrato in primo luogo da Jean-Jacques Rousseau nel suo Contratto sociale (1762), in cui vi era la rivendicazione di una libertà naturale che doveva tuttavia conciliarsi con le Leggi. Questa aspirazione implicava un'esigenza ugualitaria (Uguaglianza) ma anche democratica (Democrazia). L'affermazione del liberalismo si accompagnò al recupero del mito di Guglielmo Tell, messo in scena da Friedrich Schiller nel 1804, e alla scoperta delle Alpi e della montagna, percepite come incarnazione di uno spazio di libertà; le poesie di Albrecht von Haller esaltarono la vita ideale degli uomini semplici e naturali. Un ruolo importante ebbero la crescente diffusione della stampa e dello spirito scientifico. Il movimento dei giovani a favore del rinnovamento politico, al quale partecipò Johann Kaspar Lavater, la comparsa di Società economiche e di soc. erudite, come quella dei cosiddetti economisti patrioti, fanno parte di un fenomeno coronato nel 1761 dalla fondazione della Società elvetica, per la quale l'idea di patria era inscindibile da quella di libertà.

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2 - Dall'Elvetica al 1830

2.1 - La Repubblica elvetica

Se la Rivoluzione elvetica del 1798 celebrava il liberalismo a parole, nei fatti non sempre lo mise in pratica (Repubblica elvetica). Mentre Lavater ne fu una vittima, Philipp Albert Stapfer riuscì a realizzare un notevole lavoro nel campo dell'istruzione pubblica. Dal canto loro, Henri Monod, Frédéric-César de La Harpe e Paul Usteri difesero fino al 1830 "la democrazia diretta dai migliori", basandosi sulla nozione di "capacità" in seguito ripresa dai fautori del Juste-Milieu. La Costituzione del 1798 proclamò l'inalienabilità della libertà naturale dell'uomo, ma se la libertà di coscienza e di culto non aveva limiti, l'espressione delle opinioni religiose doveva essere subordinata "a sentimenti di concordia e di pace", un riferimento indirizzato soprattutto alla Chiesa catt. Ai liberali si pose il problema dell'atteggiamento da assumere rispetto agli avversari e di decidere se la libertà dovesse essere garantita anche ai suoi nemici. L'articolo costituzionale venne in ogni caso recepito come persecutorio dai catt. conservatori. Inoltre, la sudditanza nei confronti della Francia e le angherie dell'occupante ostacolarono la libertà, mentre durante la Mediazione fu la stampa a essere imbavagliata.

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2.2 - Il pensiero politico

Fra i pensatori liberali della fine del XVIII e dell'inizio del XIX sec., Benjamin Constant fu il principale teorico politico. Più antiaristocratico che democratico, nei suoi Principi di politica (1815) assunse una posizione critica nei confronti di Rousseau, che con la sua passione per la libertà anticipava il liberalismo ma anche il totalitarismo rivoluzionario, attraverso l'onnipotenza attribuita alla volontà generale. Secondo Constant, invece, il consenso della maggioranza non era sufficiente a legittimare ogni atto del potere. La libertà è il trionfo dell'individuo tanto sull'autorità che intende governare in modo dispotico quanto sulle masse che vorrebbero asservire la minoranza alla maggioranza. Constant faceva parte del gruppo di Coppet, una cerchia di amici che Germaine de Staël, nemica di ogni tirannia e soprattutto di Napoleone, riunì nel suo salotto fra il 1789 e il 1817. Molto cosmopolita, il gruppo - di cui facevano parte anche Karl Viktor von Bonstetten, Jean Charles Léonard Simonde de Sismondi e i fratelli ted. August Wilhelm e Friedrich Schlegel - divenne un punto di riferimento per i ginevrini moderati del XIX sec. (Etienne Dumont, Pierre-François Bellot, Jean-Jacques Rigaud, Antoine-Elisée Cherbuliez, Pellegrino Rossi).

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2.3 - La Restaurazione

Dopo il 1815, il liberalismo si scagliò contro la mentalità reazionaria, il dominio della Santa Alleanza e un patriottismo puramente cant. Numerosi pensatori, turbati dai provvedimenti presi contro i rifugiati e la stampa (Conclusum sulla stampa e sugli stranieri), si riunirono in soc. di utilità pubblica (Società svizzera di utilità pubblica (SSUP)), in associazioni di Studenti e di Tiro, nonché nel movimento filoellenico (Filellenismo) e nella Soc. elvetica, rinnovata nel 1819. Tutte queste manifestazioni dell'aspirazione alla libertà e all'unità nazionale erano fortemente ispirate dall'esempio it. e soprattutto ted. Numerosi giovani Svizzeri, sia romandi sia svizzeroted., studiavano infatti nelle Univ. germ.; diversi membri di soc. studentesche ted. trovarono rifugio a Basilea e nei Grigioni. Il sentimento di appartenenza a un gruppo comparve verso il 1825, quando diversi eruditi che desideravano una maggiore libertà interna e una resistenza verso le pressioni straniere denunciarono il conservatorismo degli uomini al potere. Assumendo un ruolo di coscienza critica del Paese, giornali come la Neue Zürcher Zeitung (NZZ) di Johann Heinrich Füssli e Paul Usteri (1821), il Nouvelliste vaudois (1824), il Journal de Genève (1826) e l'Appenzeller Zeitung (1828) diffusero le nuove idee, di cui Ignaz Paul Vital Troxler fu indefesso paladino attraverso l'insegnamento e gli scritti. Diverse voci si alzarono per l'abrogazione della Censura e la diminuzione della Tassa di bollo.

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3 - Dalla Rigenerazione al trionfo del 1848

Il 1830 segnò il trionfo del liberalismo (Rigenerazione). In 12 cant. vennero introdotti il suffragio universale maschile, la separazione dei poteri, la pubblicità dei dibattiti, le libertà personali, di credo (ma non sempre di culto), di associazione, di riunione, di stampa, di commercio e industria, il diritto di proprietà e quello di petizione.

Tra le figure di primo piano del movimento emersero, a Losanna, la "trinità acc." composta da André Gindroz, François Pidou e soprattutto Charles Monnard; a Berna, Karl e Johann Schnell e Xavier Stockmar; ad Aarau, Heinrich Zschokke; a Lucerna, i fratelli Eduard e Kasimir Pfyffer; a Zurigo, Conrad Melchior Hirzel; a San Gallo, Gallus Jakob Baumgartner. In Turgovia l'ispiratore del movimento, Thomas Bornhauser, rimase fuori dal governo. Superati dal Radicalismo o vittime del ritorno dei conservatori, questi nomi risultarono esclusi dall'esercizio del potere nel 1847.

Il movimento vittorioso nel 1830 si divise rapidamente in due correnti: i radicali (cui appartennero Troxler e i futuri Consiglieri fed. Jonas Furrer, Josef Munzinger, Stefano Franscini e Henri Druey) e i fautori del Juste-Milieu. Mentre i primi ponevano l'accento sull'uguaglianza, i secondi privilegiavano la libertà: a loro avviso la gestione del potere andava affidata a un'aristocrazia naturale, a un'elite scelta per le proprie "capacità" e non alle masse incolte. Il liberalismo si scontrò con i nodi problematici costituiti dalle questioni religiose e dalla revisione del Patto federale; in alcuni casi fu vittima della reazione dei Cattolici conservatori (Friburgo, Lucerna, Vallese) o dei conservatori prot. (affare Strauss a Zurigo). Ma il divorzio fra liberali (Partito liberale (PL)) e radicali (Partito radicale democratico (PRD)) si consumò essenzialmente sul piano della politica fed.: per i primi il Patto fed. del 1815 era un contratto immutabile senza l'accordo di tutti, per gli altri si trattava di una legge dotata di un proprio dinamismo, che poteva essere modificata dalla maggioranza a seconda delle necessità derivanti dalle contingenze. Dopo il fallimento del Patto Rossi (1833), i liberali furono stretti tra il martello della rivoluzione e l'incudine della reazione e, pur disapprovando il Sonderbund, esitarono a ricorrere alla forza per vincerlo.

La Costituzione federale del 1848 fu la consacrazione dei principi liberali. Venne sancita la libertà economica (Libertà di commercio e di industria) e furono abolite le Dogane interne; sul piano politico furono estese e generalizzate le disposizioni del 1830. Le libertà dei cittadini furono garantite in particolare contro le restrizioni che i cant. avrebbero voluto imporre nell'ambito della scelta del domicilio, dell'istruzione religiosa e del matrimonio. Altri diritti vennero riconosciuti solo in seguito (gli ebrei ottennero l'uguaglianza nel 1866 e la libertà di culto nel 1874).

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4 - I temi principali

4.1 - L'istruzione

L'istruzione pubblica (Scuola) fu un campo di azione privilegiato del liberalismo. Durante l'Elvetica, Stapfer avviò una vasta opera di diffusione dell'Illuminismo, sostenendo tra l'altro gli ist. di Pestalozzi e Fellenberg, la cui campagna per l'emancipazione dell'infanzia venne poi proseguita da Friedrich Froebel. Il mutuo insegnamento, comparso a Friburgo nel 1815 grazie a padre Grégoire Girard, suscitò l'opposizione dei conservatori ma anche di alcuni liberali, che lo ritenevano troppo "meccanico" e "di ispirazione straniera"; Friburgo lo abolì nel 1823, Vaud nel 1834. L'apertura di scuole magistrali, medie e industriali, la trasformazione in Univ. delle Acc. di Berna e di Zurigo e l'istanza per la creazione di un'Univ. fed. furono alcune delle altre iniziative realizzate in questo ambito.

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4.2 - L'economia e il pensiero economico liberale

Sul piano economico, il liberalismo che avrebbe dovuto accompagnare l'evoluzione tecnica fu a lungo frenato dalle dogane interne e dai rigidi regolamenti corporativi. Per aggirare l'ostacolo si delocalizzò la produzione industriale, per esempio introducendo la filatura del cotone a Glarona, da dove la tela veniva poi esportata in tutta Europa. In questo campo il liberalismo trionfò dal 1798. Il blocco continentale costrinse le imprese a mostrare spirito di iniziativa. Lo slancio all'innovazione, favorito dal buon livello di istruzione, si tradusse simbolicamente nelle città nell'abolizione dei regolamenti edilizi e nella demolizione dei bastioni, e favorì la nascita di una classe padronale cosciente delle proprie esigenze e di quelle degli altri. Ciò malgrado, la libertà di commercio e di industria non fu mai assoluta (Economia di mercato). Le autorità potevano esigere dei certificati di capacità per l'esercizio di determinate professioni (Apprendistato). Alcune regie cant. (sale) e fed. (polvere da sparo fino al 1998) vennero mantenute per lungo tempo; il commercio di bevande alcoliche era limitato e il consumo di assenzio fu proibito tra il 1908 e il 2005. L'ordinanza sui cereali del 1929 obbligava la Conf. a garantirne l'approvvigionamento. Con il decreto fed. urgente del 1941, ai contratti collettivi di lavoro venne conferito il carattere di obbligatorietà generale. Nel 1947 vennero introdotti nella Costituzione nuovi Articoli sull'economia che permisero alla Conf. di adottare misure a favore di regioni o di settori minacciati (in particolare l'agricoltura) e di legiferare contro gli abusi dei cartelli. In generale, lo Stato si è assunto il compito di attenuare gli effetti delle variazioni cicliche e di regolamentare il funzionamento dell'economia (Economia keynesiana). Il corpo elettorale ha tuttavia conosciuto in alcuni casi sussulti di liberalismo: nel dopoguerra è stato abolito il decreto fed. che poneva dei limiti all'apertura e all'ampliamento degli alberghi (1952) e respinta una legge che voleva imporre il titolo di capacità per alcune professioni artigianali (1954). Le autorità stesse mirano alla liberalizzazione: il monopolio delle telecomunicazioni è stato soppresso nel 1998, quello della posta è stato attenuato. Il divieto delle case da gioco è stato abrogato nel 1993. All'inizio del XXI sec., questa politica doveva tuttavia confrontarsi con una crescente opposizione (rigetto della legge sul mercato dell'energia elettrica nel 2002, resistenze alla privatizzazione di Swisscom).

Accanto ai pensatori politici, in Svizzera vi sono stati anche alcuni teorici del liberalismo economico. Rossi vedeva nella ricchezza legata allo sviluppo morale il fine dell'economia politica; con spirito ottimista riteneva che la libera concorrenza favorisse i profitti, permettendo al popolo di parteciparvi, e propugnava l'integrazione fra la piccola proprietà e la grande azienda, realizzata tramite la libera associazione. Un altro ginevrino, Sismondi, fu in una prima fase un puro liberale smithiano. In seguito assunse posizioni più sfumate: la libera concorrenza causava a suo avviso grandi sofferenze a diversi strati della pop., che lo Stato doveva tutelare. A metà del XX sec., anche Wilhelm Röpke associò preoccupazioni morali a una visione liberale rinnovata: occorreva superare lo sterile dualismo fra il laissez-faire proprio del liberismo economico e il collettivismo a beneficio di un liberalismo costruttivo, di un "umanesimo economico". La sua linea rimaneva comunque "di destra", caratterizzata com'era da un'idea di ristabilimento morale, dalla predilezione per le democrazie "sane" come quella sviz. e dei Paesi scandinavi o anglosassoni e da una visione critica della Rivoluzione franc.

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4.3 - Le tendenze neoliberali

Nel secondo e nel terzo quarto del XX sec. l'antagonismo fra liberalismo economico e rivendicazioni sociali ebbe la tendenza a ridursi; vi contribuirono la convenzione sulla pace del lavoro firmata nel 1937, la stipulazione di contratti collettivi, l'adozione di leggi sociali, il miglioramento del livello di vita della pop. e la politica finanziaria molto prudente delle grandi imprese, che ridistribuivano solo una parte dei loro profitti. A partire dal 1980, il Capitalismo divenne più aggressivo (Monetarismo). Diversi operatori finanziari rivendicarono una politica più generosa nei confronti degli azionisti; la redditività divenne un aspetto prioritario, e portò alla fusione di imprese, alla soppressione di posti di lavoro, all'attribuzione di salari molto elevati ai quadri ritenuti efficienti. Questo orientamento, contraddistinto dal lavoro su chiamata, dalla tendenza ad abolire lo statuto di funzionario e dalla retribuzione in base al merito, si è ulteriormente rafforzato durante la recessione degli anni 1990-2000, conferendo ai termini di Neoliberalismo e di ultraliberalismo una connotazione negativa. Malgrado le numerose critiche, il programma neoliberale tende a imporsi, come mostra la trasformazione delle regie fed. in imprese orientate anch'esse alla redditività. Il divieto del lavoro notturno per le donne è stato revocato nel 2000.

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4.4 - Liberalismo e filosofia

Mentre Constant fu il principale teorico politico del liberalismo, Vinet ne fu il riferimento morale. Egli considerava la libertà un mezzo, una condizione al servizio della verità; di indole elitaria, aborriva la demagogia e la violenza. Con lui il liberalismo filosofico dichiarò enfaticamente che la libertà, in tutte le lingue la parola più bella dopo quella di amore, imponeva l'ubbidienza a Dio e la resistenza verso gli uomini. La libertà di coscienza implicava il rifiuto delle leggi immorali e la libertà di culto, realizzabile solo attraverso la separazione fra Chiesa e Stato. Vinet difese pertanto i prot. dissidenti nel 1829, o il diritto dei Lucernesi di richiamare i gesuiti nel 1844, e si schierò contro la pena di morte. Per Ernest Naville il fine era più importante dei mezzi, la libertà preferibile alla ricerca della libertà, che non era un bene in sè ma la condizione del bene. Charles Secrétan nella sua Philosophie de la liberté (1849) attribuiva una libertà "assoluta, illimitata, insondabile" al solo Creatore, che, per amore, ha fatto dell'uomo una creatura capace di conquistare liberamente la propria personalità morale e religiosa. Molto critico nei confronti del capitalismo, preconizzava un cristianesimo sociale fondato sulla cooperazione. Troxler infine, prima di gettarsi nella battaglia politica, difese nei suoi scritti una filosofia della natura in cui l'antropologia occupava un ruolo centrale; senza rinnegare il cristianesimo, lo ridusse a una gnosi: il mondo e Dio sono nell'uomo.

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4.5 - Liberalismo e religione

Il concetto di liberalismo comparve tra i rif. attorno al 1830, e si fondò sulla convinzione che il protestantesimo fosse una religione della libertà (nel senso del libero esame delle Scritture), e non dell'autorità: ognuno aveva il diritto di mettere in discussione la dottrina. Con Jean-Jacques-Caton Chenevière, questa concezione si spinse fino al rifiuto delle confessioni di fede (disputa sul Credo apostolico), della dottrina della Trinità e di quella della divinità di Gesù. Grazie ad essa, venne riconosciuta l'utilità del metodo storico-critico nell'interpretazione delle Scritture. Questa corrente ebbe quali esponenti Alois Emanuel Biedermann, Alexander Schweizer e Martin Werner. La volontà di sottrarre la vita religiosa all'ingerenza dello Stato, assieme ad alcuni conflitti con le autorità politiche, portò alla fondazione di Chiese evangeliche libere (Vaud, 1847-1965) e alla separazione fra Chiesa e Stato (Ginevra, 1907; Neuchâtel, 1943).

Gerarchia catt. e liberalismo furono a lungo molto distanti una dall'altro. Il liberalismo fu collocato fra gli "errori" della modernità da Gregorio XVI (1832) e Pio IX (1864). Tuttavia, numerosi erano i fautori delle idee liberali tra i fedeli (ca. un terzo dei catt. nel XIX sec.) e persino in seno al clero. In Svizzera gli articoli di Baden, l'esistenza e le proprietà dei conventi, il numero di giorni festivi e l'idea che si aveva del ruolo della scuola furono all'origine di conflitti. La proclamazione dell'infallibilità del pontefice nel 1870, inoltre, provocò la nascita di ass. di catt. liberali che presero la decisione, attuata nel 1875, di costituirsi in Chiesa cattolico-cristiana. La reazione successiva al Concilio Vaticano II suscitò nuovamente alcune tensioni fra la gerarchia e i fedeli "liberali", come testimoniano le vicende che coinvolsero i teologi Stephan Pfürtner (1971-74) e Hans Küng (1970-79). Più tardi, l'attaccamento dei catt. sviz. alle loro libertà si manifestò nella questione del vescovo Wolfgang Haas (1988-97). Anche nel giudaismo esiste una tendenza liberale; Ginevra ospita una comunità israelita liberale dal 1970, Zurigo dal 1978 (Or Chadasch).

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4.6 - La libertà

Il liberalismo è stato oggetto di critiche provenienti sia dalla sua destra sia dalla sua sinistra. Per i conservatori, la difesa della società e il mantenimento dell'ordine dovevano avere il primato sulla libertà (Conservatorismo), che peraltro assumeva significati diversi a seconda delle sensibilità degli individui, delle regioni e delle confessioni. Nella Svizzera centrale e in altre regioni alpine, catt. e dalle strutture a carattere comunitario, la libertà non era concepita come la pensava Alexandre Vinet, erudito acc. prot., individualista ed esperto di diritto romano: la libertà era intesa come fatto pratico e non come principio, era il diritto di agire rettamente all'interno dell'ordine naturale delle cose. Per la sinistra, il liberalismo si era limitato a introdurre delle libertà formali, un'uguaglianza di diritti, senza però creare le condizioni che avrebbero consentito a tutti di beneficiarne (Socialismo). Altri vi vedevano una forza morale necessaria, ma non sufficiente, poiché la democrazia politica andava completata con la democrazia economica.

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4.7 - La morale e l'etica

Nell'ambito della morale, il liberalismo si contrappone al rigorismo, la tolleranza alla repressione. I principali motivi di frizione sono stati o sono tuttora il divorzio, le forme di convivenza diverse dal matrimonio (concubinato, unione omosessuale), l'aborto, l'autorità nei confronti del coniuge e dei figli, l'obiezione di coscienza e il consumo di droghe. In questi ambiti si riscontra una certa discrepanza fra l'atteggiamento della Svizzera ted. "liberale" e quello dei cant. romandi, più repressivi. La politica nei confronti degli stranieri e dei rifugiati assume anche una valenza etica che spinge certuni fino alla disobbedienza civile.

Il liberalismo, spesso qualificato "di destra" se lo si considera dal punto di vista economico, si colloca pertanto storicamente e filosoficamente anche a "sinistra", in ragione della sua opposizione ai dogmi e della sua concezione della natura umana. Si tratta dunque non tanto di una dottrina quanto piuttosto di uno stato d'animo.

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Riferimenti bibliografici

Bibliografia
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