• <b>Abbigliamento</b><br>Giovane donna in sottoveste con il suo sarto, illustrazione tratta dal  <I>Livre des Chefs d'Œuvre de la Maistrise des Tailleurs de Berne, 1730</I> di  Salomon Erb (Bernisches Historisches Museum) © Foto Stefan Rebsamen. Il corsetto, in uso a partire dal XII secolo, specialmente nel XVIII secolo veniva allacciato molto stretto. Nell'illustrazione, una scena voyeuristica secondo il gusto dell'epoca, una donna in sottoveste è affiancata dal suo sarto che le porge un corsetto.
  • <b>Abbigliamento</b><br>Ritratto di Ulrich Bräker e di sua moglie Salome nata Ambühl; olio su tela dipinto nel 1793 da   Joseph Reinhart (Bernisches Historisches Museum) © Foto Stefan Rebsamen. Mentre la maggior parte dei cicli pittorici sui costumi realizzati dai <I>Kleinmeister</I> svizzeri (<I>Trachtenbilder</I>) rappresenta un mondo contadino idealizzato, questo ritratto individualizzato è una precisa testimonianza dell'abbigliamento quotidiano nel Toggenburgo alla fine dell'<I>ancien régime</I>. Reinhart realizzò un vero e proprio reportage in tutte le regioni della Confederazione su richiesta di Johann Rudolf Meyer, un fabbricante argoviese di nastri in seta influenzato dallo spirito dell'Illuminismo. Le 127 tavole sono conservate al Bernisches Historisches Museum.
  • <b>Abbigliamento</b><br>Ritratto di Julie Willading; olio su tela dipinto nel 1792 da   Friedrich Oelenhainz (Museo nazionale svizzero). La moglie di Emanuel Niklaus Willading, balivo di Nyon e alfiere a Berna, è ritratta abbigliata secondo la moda francese, in voga presso le famiglie del patriziato cittadino alla fine dell'<I>ancien régime</I>.
  • <b>Abbigliamento</b><br>"Le Quattro Stagioni, il negozio per l'abbigliamento infantile", manifesto realizzato nel 1917 da  Robert Alexandre Convert (Museum für Gestaltung Zürich, Plakatsammlung, Zürcher Hochschule der Künste).
  • <b>Abbigliamento</b><br>Vetrina del negozio Bonnard a Losanna nel 1956; fotografia di  André Brandt (Musée historique de Lausanne).
  • <b>Abbigliamento</b><br>Manifesto pubblicitario per jeans, 1981 (Museum für Gestaltung Zürich, Plakatsammlung, Zürcher Hochschule der Künste).
  • <b>Abbigliamento</b><br>Manifesto pubblicitario per cappelli di un negozio di Basilea, 1921 (Museum für Gestaltung Zürich, Plakatsammlung, Zürcher Hochschule der Künste).

Abbigliamento

L'abbigliamento, una delle costanti antropologiche, è associato a più funzioni, che vanno dalla protezione fisica alla garanzia di pudore, all'Ornamento. Nelle società preindustriali serviva inoltre da importante mezzo di comunicazione, poiché segnalava il ceto e le disuguaglianze sociali. Nella società per ceti gerarchicamente strutturata del ME e della prima età moderna, il suo complesso sistema di segni - qualità delle stoffe, taglio, colori, accessori - consentiva di distinguere e identificare i Ruoli sessuali, l'appartenenza al clero o al laicato, lo status sociale e il prestigio di un individuo o di un gruppo.

1 - Dal Medioevo al 1800

1.1 - Abiti per ogni ceto

A partire dalla metà del XII e fino alla fine del XVIII sec. le autorità laiche e religiose cercarono di definire in forma pubblica l'ordinamento della società per classi attraverso ordinanze sugli abiti, in modo da contrastare la temuta confusione dei ceti: norme dettagliate prescrivevano la soglia massima di spesa per i vestiti ritenuta "confacente al ceto" per nobili e borghesi dei due sessi, serve e contadini (Leggi suntuarie). Un ricco abbigliamento dava appunto la possibilità a donne e uomini agiati della borghesia, ma anche ad arrampicatori sociali, di simulare con stoffe preziose, pellicce e monili l'appartenenza a un ceto superiore.

Oltre a stabilire una distinzione tra i ceti, l'abbigliamento, in particolare quello femminile, fissava differenziazioni più sottili all'interno di una stessa classe. Alle donne non sposate era consentito indossare un costume particolare, che le distingueva dalle altre: secondo l'ordinanza zurighese del 1357/72, ad esempio, abbellire i propri vestiti con oro, argento, seta o pietre preziose era permesso unicamente alle giovani donne nubili, non alle coniugate e alle vedove.

Accanto alla distinzione in ceti, scopo delle ordinanze sui vestiti (e in generale sul Lusso) era porre limiti al desiderio di rappresentanza di un individuo o di un gruppo e alla esibizione dimostrativa di ricchezza, prevenendo in tal modo lo sperpero e la povertà; un certo ruolo avevano anche motivi di natura mercantilistica e nazionale. Con la Riforma si ebbe una massa imponente di nuovi "mandati sui vestiti"; attraverso la predicazione e l'emissione di ordinanze Zwingli, Bullinger e Calvino si sforzarono di attuare il loro programma di riforme anche nell'ambito dell'abbigliamento, esortando l'uomo, ma soprattutto la donna, alla semplicità esteriore, all'onorabilità, alla modestia, e alla rinuncia ad abiti provocanti e a sfarzi "peccaminosi". Solo sul finire del XVIII sec. l'abbigliamento perse importanza come garante di una "leggibilità del mondo ben ordinato"; le riviste di moda, diffuse fin da quel sec., allentarono il rapporto fra modo di vestire e ordinamento sociale, ponendo perciò fine anche al periodo dei mandati ufficiali sui vestiti.

Autrice/Autore: Katharina Simon-Muscheid / vfe

1.2 - Calzari a becco d'anatra e strascichi della nobilità

Pressoché inattuabili sul piano politico si rivelarono i tentativi delle autorità di intervenire sui privilegi tenacemente difesi dalla nobiltà. L'esempio più eloquente del rapporto fra identità e Rappresentanza è costituito dal Twingherrenstreit di Berna, sullo sfondo del conflitto fra la vecchia élite e il primo scoltetto borghese. Nel 1464 il furto di un'ostia provocò l'emissione di un'ordinanza contro la moda dei calzari affusolati a becco d'anatra, le lunghe "code" (strascichi) femminili e i corti abiti maschili che la moda di corte borgognona prescriveva. Un'ordinanza modificata del 1470, che ribadiva il divieto di indossare strascichi e calzari a becco d'anatra, provocò una dimostrazione pubblica di dame e gentiluomini della nobiltà, che in ostentata violazione al divieto si presentarono in chiesa vestendo i capi in questione. Nel processo che ne seguì essi si richiamarono al loro diritto di distinguersi e spiegarono come durante i giorni feriali, in cui non indossavano abiti in seta o con dorature, avessero deciso di adottare quei particolari capi in modo da distinguersi dalle altre persone. I nobili vennero condannati al pagamento di una multa e al bando, per un mese, dalla città, ma per ragioni economiche il Consiglio si vide costretto a chiedere loro di tornare e a modificare a loro favore l'ordinanza sui vestiti.

Autrice/Autore: Katharina Simon-Muscheid / vfe

1.3 - Marginalità sociale e abbigliamento

L'isolamento di determinate fasce sociali, ordinato dall'alto e perseguito sistematicamente fin dal tardo ME, era ottenuto attraverso l'imposizione di regole di vestiario volte a contraddistinguere visivamente con segni negativi le minoranze. Ebrei dei due sessi, lebbrosi e prostitute, ma anche coloro che chiedevano l'elemosina, erano bollati con capi d'abbigliamento simbolici. Il tratto più appariscente del costume maschile ebraico, il cappello a punta, era in origine un segno distintivo volontario, legato alla tradizione; solo nel corso del XIII sec. la Chiesa lo rese obbligatorio, conferendogli un significato simbolico stigmatizzante; il medesimo processo riguardò il velo delle donne ebree. Il quarto Concilio lateranense (1215) impose inoltre agli ebrei di indossare un cerchietto o un anello (spesso giallo) come emblema della loro religione; anelli gialli li identificano, del resto, anche nelle cronache illustrate sviz. Le più antiche ordinanze in area germanofona sulla prostituzione, risalenti al XIII sec., erano volte a sottolineare la diversità di status tra donne "onorate" e donne "dissolute". Un'ordinanza zurighese del 1319, ad esempio, imponeva alle prostitute di portare "una cuffietta rossa"; capi di vestiario e distintivi gialli, ma anche verdi e rossi, servivano a evidenziarne il disonore. Nel 1417 il Consiglio di Basilea costrinse i ruffiani a portare copricapi tondi gialli su cui erano cuciti tre dadi neri a punti bianchi, per impedire che essi si vestissero, con il denaro delle prostitute, come i nobili, confondendo così pubblicamente onore e disonore.

Autrice/Autore: Katharina Simon-Muscheid / vfe

1.4 - Mode "impudiche"

Attorno alla metà del XIV sec. l'abbigliamento femminile e maschile mutò radicalmente, tanto da risultare addirittura scioccante per alcune persone dell'epoca. Le vesti ampie e sciolte furono sostituite con abiti, per uomini e donne, che sottolineavano le forme del corpo e dunque le diversità fra i sessi. Bersaglio delle critiche divennero le scollature "licenziose" delle donne, le giubbe e i farsetti "osceni" degli uomini, lunghi solo fino alle cosce. Le autorità dei singoli cant. conf. e perfino la Dieta fed. si occuparono a più riprese del tema, proibendo l'abbigliamento "impudico" e multando trasgressori e sarti, ma senza successo. Il più antico "mandato" zurighese (1357/72) proibiva in generale i capi ampiamente scollati e aderenti, con l'abbottonatura anteriore o sul fianco, le giubbe maschili succinte e i calzari a becco d'anatra.

Un vistoso cambiamento nel comportamento e nel vestiario, che in pochi decenni riguardò l'intera Conf. (villaggi compresi), fu registrato fra l'altro dai cronisti Valerius Anshelm e Renward Cysat, che lo attribuirono ai mercenari di ritorno dalle guerre d'Italia e di Borgogna con le loro accompagnatrici. Attraverso un confronto tra l'abbigliamento tradizionale e di importazione (franc. e it.), Anshelm descrisse nei dettagli le innovazioni, criticando la politica conf. e il sistema delle pensioni; secondo la sua opinione il vestiario ricco e variopinto rifletteva la decadenza dell'ordinamento e dei valori della vecchia Conf.

Le novità della fine del XV sec. erano, per gli uomini, le giacche e i pantaloni "partiti" (con spacchi e guarniti di stoffe di altro colore), i sospensori ingigantiti e con appariscenti decorazioni, le "grandi brachette imbottite" e le brache "divise" (a lunghe strisce multicolori). Il nuovo colore di moda per uomini e donne era il giallo, un colore che fino ad allora a nord delle Alpi veniva considerato un marchio disonorevole ed era associato a ebrei, eretici, prostitute, carnefici, buffoni e al traditore Giuda. Secondo Anshelm, le autorità di Berna vietarono, sull'intero territorio, l'abbigliamento "partito" di origine militare spagnola, pena una multa di 5 lire. Nel 1521 egli menz. tra le nuove, costose mode i morbidi colletti lombardi (separati o su casacca), le cappe spagnole, i calzari fissati alle dita (che costavano il doppio di quelli precedenti, allacciati alla caviglia) e, per le donne, profonde scollature, veli, cuffie, colletti, camicette e maniche di tipo milanese. Nel suo diario degli anni 1536-67, Felix Platter descrive minuziosamente, soffermandosi persino sui colori, gli abiti che indossava da bambino e quelli che, giovane seguace delle mode, si era fatto confezionare a Montpellier e a Basilea.

Le nuove usanze e consuetudini riguardarono dapprima gli ab. delle città e dei centri principali; solo con un certo ritardo, secondo Renward Cysat, anche la pop. rurale agiata cominciò ad adottare, invece dei semplici vestiti tradizionali di panno locale, abiti realizzati con costose stoffe importate. Cysat descrive l'atteggiamento nei confronti dell'abbigliamento dei Conf. maschi a seconda dell'età e del ceto: mentre anziani e persone onorate indossavano brache e farsetti "alla ted.", senza spacchi, e casacche o giubbe al ginocchio, di lana o di lino, i giovani - specie se d'alto rango o di ritorno da spedizioni militari - preferivano calzoni a spacchi e con guarnizioni in seta e taffetà, alla moda dei lanzichenecchi e di altri ted. Sempre secondo Cysat (che era peraltro poco interessato all'abbigliamento femminile), i nuovi calzari erano portati da esponenti di tutti i ceti, ma quelli in cuoio lucido (secondo il gusto franc. e it.) soprattutto dalla gente di città.

Autrice/Autore: Katharina Simon-Muscheid / vfe

1.5 - Influssi spagnoli e francesi

Sotto l'influsso spagnolo, dopo la metà del XVI sec. cominciò a diffondersi l'uso di abiti neri e di colore scuro. Le profonde scollature femminili furono sostituite dalle camicie accollate e con colletto decorato; al posto del berretto si impose il cappello alto a forma di ditale e con falda stretta. Le donne sposate continuarono a portare la cuffia, che sempre più spesso però non cingeva il mento e le guance; una novità era costituita dai cappucci tondi in pelliccia d'orso o dalle loro imitazioni in lana. Gli abiti scuri, confezionati con stoffe di pregio diverso a seconda del ceto e della ricchezza, venivano alleggeriti da monili, colletti bianchi pieghettati e da cuffie e grembiali bianchi, come attestano ritratti d'epoca e inventari di eredità. A partire dal XVII sec. la qualità e quantità della biancheria e il candore di camicie, colletti e pizzi divennero lo status symbol della nobiltà e della borghesia agiata.

<b>Abbigliamento</b><br>Giovane donna in sottoveste con il suo sarto, illustrazione tratta dal  <I>Livre des Chefs d'Œuvre de la Maistrise des Tailleurs de Berne, 1730</I> di  Salomon Erb (Bernisches Historisches Museum) © Foto Stefan Rebsamen.<BR/>Il corsetto, in uso a partire dal XII secolo, specialmente nel XVIII secolo veniva allacciato molto stretto. Nell'illustrazione, una scena voyeuristica secondo il gusto dell'epoca, una donna in sottoveste è affiancata dal suo sarto che le porge un corsetto.<BR/>
Giovane donna in sottoveste con il suo sarto, illustrazione tratta dal Livre des Chefs d'Œuvre de la Maistrise des Tailleurs de Berne, 1730 di Salomon Erb (Bernisches Historisches Museum) © Foto Stefan Rebsamen.
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Nel XVIII sec. si fece sentire l'influsso franc. Mentre fra i membri di Consigli e gli ecclesiastici rif. continuarono a dominare le toghe nere con collare increspato, la moda franc. si affermò nell'abbigliamento femminile con crinoline e busti molto scollati e aderenti, e in quello maschile con calzoni al ginocchio di colore scuro, giacche ricamate, panciotti ornati e jabots di trine bianchi; cuffie e cappucci furono sostituiti da acconciature curate e parrucche.

<b>Abbigliamento</b><br>Ritratto di Ulrich Bräker e di sua moglie Salome nata Ambühl; olio su tela dipinto nel 1793 da   Joseph Reinhart (Bernisches Historisches Museum) © Foto Stefan Rebsamen.<BR/>Mentre la maggior parte dei cicli pittorici sui costumi realizzati dai <I>Kleinmeister</I> svizzeri (<I>Trachtenbilder</I>) rappresenta un mondo contadino idealizzato, questo ritratto individualizzato è una precisa testimonianza dell'abbigliamento quotidiano nel Toggenburgo alla fine dell'<I>ancien régime</I>. Reinhart realizzò un vero e proprio reportage in tutte le regioni della Confederazione su richiesta di Johann Rudolf Meyer, un fabbricante argoviese di nastri in seta influenzato dallo spirito dell'Illuminismo. Le 127 tavole sono conservate al Bernisches Historisches Museum.<BR/>
Ritratto di Ulrich Bräker e di sua moglie Salome nata Ambühl; olio su tela dipinto nel 1793 da Joseph Reinhart (Bernisches Historisches Museum) © Foto Stefan Rebsamen.
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<b>Abbigliamento</b><br>Ritratto di Julie Willading; olio su tela dipinto nel 1792 da   Friedrich Oelenhainz (Museo nazionale svizzero).<BR/>La moglie di Emanuel Niklaus Willading, balivo di Nyon e alfiere a Berna, è ritratta abbigliata secondo la moda francese, in voga presso le famiglie del patriziato cittadino alla fine dell'<I>ancien régime</I>.<BR/>
Ritratto di Julie Willading; olio su tela dipinto nel 1792 da Friedrich Oelenhainz (Museo nazionale svizzero).
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Autrice/Autore: Katharina Simon-Muscheid / vfe

2 - XIX e XX secolo

2.1 - Gli abiti fra bisogno e moda

Anche dopo il 1800 forma, taglio, fattura, colore e ornamenti degli abiti furono determinati non solo dai bisogni di base ma anche e soprattutto dalla moda. Dato che non esisteva un "abbigliamento sviz." o una moda sviz., le élite delle città e dei borghi sviz. continuarono, con un certo ritardo, a imitare quelle dei centri europei, seguendo quindi, dopo il 1800, in particolare la moda della società borghese di Parigi. In Svizzera si imitarono dunque l'uso dell'abito a camicia con scollatura, pantaloni lunghi con stivali, gilè, frac e bicorno e, dopo il 1815, la moda biedermeier: giacca con maniche a sbuffo, vita stretta e sciarpa in seta, calzoni di colore discreto, gilè, frac e cilindro. Come nel resto d'Europa, anche in Svizzera dopo il 1850 l'abbigliamento si ispirò non solo a Parigi ma anche a Londra: le case di moda parigine crearono per le donne crinoline, tournoures (sottoabiti imbottiti, dal 1865) e culs-de-Paris imbottiti (dal 1880), strettamente allacciati, mentre tra gli uomini si diffuse il gusto inglese che sarebbe divenuto classico nel XX sec. (soprabito, finanziera, giacca, camicia con colletto rigido e cravatta). L'alta moda, dal 1859 disegnata da stilisti di case rinomate, con la creazione di capi esclusivi e di esemplari unici restò appannaggio dei ceti facoltosi; il ceto medio sia cittadino sia rurale imitava l'abbigliamento dell'élite.

Con la produzione industriale di massa o pensata per i magazzini, nel XIX sec. vestirsi divenne più facile per le classi popolari e i meno abbienti. A partire dal 1860 l'Industria dell'abbigliamento sviz. provvide a fornire alla pop. operaia bluse da lavoro, cappotti ecc. di produzione propria o importata. Presto questa prima semplice offerta di confezioni si ampliò e verso la fine del XIX sec. gli articoli messi a disposizione dei clienti (soprattutto cittadini) delle fasce di reddito bassa e media, risp. dai Grandi magazzini e dalle case di moda, furono sempre più numerosi e con accessori sempre più di moda. Negozi specializzati esclusivi (a Zurigo, ad esempio, Grieder per articoli in seta, Keller per capi in lana e Bally per le scarpe) offrivano oltre ad articoli costosi anche confezioni di massa e scarpe su misura.

I periodi successivi alle due guerre mondiali furono caratterizzati da cambiamenti nell'abbigliamento, resi possibili dall'eliminazione di tabù sociali e dall'atteggiamento favorevole verso le novità: il lavoro femminile salariato, l'igiene, lo sport e il tempo libero rivoluzionarono il modo di vestire e a lungo termine favorirono la diffusione di abiti di uso quotidiano e da passeggio comodi e funzionali. Poiché da qualche tempo anche le confezioni più a buon mercato imitano nello stile, nel taglio e nell'etichetta (per esempio il coccodrillo che caratterizza la marca Lacoste) l'abbigliamento esclusivo, quest'ultimo si distingue dalla confezione di massa soprattutto per i materiali pregiati, la fattura curata e gli accessori costosi.

Nel XIX sec. l'abbigliamento e la moda riguardavano i soli adulti; mode e vestiti veri e propri per l'infanzia non esistevano. In tenera età bambine e bambini indossavano tuniche, dai 5-7 anni in poi versioni ridotte dei capi per adulti. Solo dal 1890 prese il via la moda infantile, riservata alle classi agiate di città (indumenti alla marinara per i maschi, vestitini a sacco per le femmine ecc.). In campagna, dove non solo fra i poveri gli abiti dei bambini erano quelli smessi dai genitori e riadattati, l'abbigliamento per l'infanzia si affermò solo lentamente (nelle valli montane solo dopo il 1950). Negli anni '60 si diffuse un abbigliamento pensato specificamente per giovani e adolescenti.

<b>Abbigliamento</b><br>"Le Quattro Stagioni, il negozio per l'abbigliamento infantile", manifesto realizzato nel 1917 da  Robert Alexandre Convert (Museum für Gestaltung Zürich, Plakatsammlung, Zürcher Hochschule der Künste).<BR/>
"Le Quattro Stagioni, il negozio per l'abbigliamento infantile", manifesto realizzato nel 1917 da Robert Alexandre Convert (Museum für Gestaltung Zürich, Plakatsammlung, Zürcher Hochschule der Künste).
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Il movimento per il recupero dei Costumi svizzeri tradizionali negli anni '20, da intendere come reazione all'"internazionalizzazione" dell'abbigliamento provocata dalla pubblicità e dalla stampa, fu tra i primi moti di protesta dell'"antimoda" in Svizzera. I movimenti posteriori al 1950 (rock, punk, hippy, ecologista ecc.) si attennero, per quanto riguarda l'abbigliamento, ai loro modelli (spec. statunitensi).

Autrice/Autore: Anne-Marie Dubler / vfe

2.2 - Sartoria, fai-da-te e abiti confezionati

Fino alla prima metà del XX sec. la confezione su misura era usuale sia in città sia in campagna, e l'artigianato sartoriale molto diffuso (62'400 sarti indipendenti e 5822 attivi nella confezione nel 1910; 20'685 persone occupate nella sartoria e nella confezione nel 1975); tuttavia attorno al 1890 i prodotti dei calzaturifici (Industria delle calzature) - dagli eleganti stivali con stringhe alle scarpe popolari dalla base in legno e impeciate - cominciarono a minacciare il successo delle scarpe su misura dei calzolai. Le donne delle classi di reddito medie e basse provvedevano da sé all'abbigliamento, spec. dopo il trionfo della macchina da cucire (prodotta in Svizzera dal 1858) e l'obbligo di frequentare corsi di lavoro femminile (Lavoro manuale). La scuola prevedeva l'apprendimento della confezione e della riparazione dei capi di vestiario più importanti (soprattutto biancheria intima, camicie da notte, grembiuli), anche con l'aiuto di un'intera letteratura specializzata. L'acquisto di abiti confezionati si affermò dapprima nelle città e nei maggiori centri; in campagna i rappresentanti di confezioni raccoglievano ordini di casa in casa, finché (dopo il 1950) negozi e boutique offrirono articoli di moda anche nei villaggi. Dopo il 2000, grazie ai prodotti tessili cinesi che hanno inondato il mercato, la vendita per corrispondenza di abbigliamento di tendenza a prezzi abbordabili é cresciuta in modo esponenziale sia nelle città, sia nelle campagne. Il rapido alternarsi di offerte a buon mercato, tipico a partire dagli anni '70 e '80, ha indotto i giovani al noto consumismo e all'acquisto spontaneo di vestiti che spesso vengono indossati in una sola occasione o stagione: dato che le riparazioni hanno un costo troppo elevato l'abito smesso finisce alla raccolta dei tessili.

Autrice/Autore: Anne-Marie Dubler / vfe

2.3 - Abiti per occasioni speciali

Da sempre alcune occasioni speciali, soprattutto religiose, hanno richiesto abiti particolari, usati solo in quella particolare circostanza. Qualche consuetudine, ancora vincolante prima del 1950 - l'abito scuro e discreto con cappello per le funzioni religiose, nero per i funerali e per il periodo del lutto -, ha in seguito perso importanza, prima in città e poi anche in campagna. Nonostante il diffuso allentamento delle usanze religiose, il bianco festivo si è conservato nei battesimi (per i battezzandi), nelle prime comunioni e nelle nozze; viceversa, l'abito scuro di coloro che ricevono la confermazione è stato gradualmente sostituito da scelte estetiche individuali.

L'abbigliamento professionale, in origine d'importanza pratica come nel caso della tuta da meccanico, assunse ulteriori funzioni a seconda della professione, in modo da distinguere dal contesto chi lo portava (ad esempio cuochi e personale sanitario) e sottolinearne il rango (altezza diversa del copricapo per i cuochi, colore del grembiule per il personale ospedaliero). L'abbigliamento formale standard, come il completo della donna d'affari o l'abito con cravatta del funzionario di banca, voleva essere un segnale di correttezza che ispirasse fiducia nell'azienda; le Uniformi nei servizi pubblici (piloti di linea, tranvieri ecc.), nella polizia e nell'esercito segnalavano, inoltre, funzioni pubbliche e competenze superiori. Abiti dal rigore immutabile come le toghe o le vesti talari caratterizzano le cariche pubbliche di ecclesiastici, giudici e docenti univ. Fino agli anni '70 la Chiesa catt. imponeva norme severe in materia di abbigliamento; oggi la sottana e l'abito nero con colletto bianco sono spariti nel clero secolare, ma contraddistinguono ancora certe correnti tradizionaliste. Più rigorose sono le norme previste per gli abiti degli ordini religiosi.

Dopo il 1880 gli eventi sociali e lo sport, e più recentemente anche le attività del tempo libero, esercitarono un enorme influsso sulla nascita di nuove forme di abbigliamento. Un vestiario specifico era previsto per ogni occasione sociale (abito da uomo a falde o smoking, abito da donna da sera o da cocktail); ogni nuova disciplina sportiva, ogni tipo di svago ha inventato e inventa una specifica tenuta (da tennis, da equitazione, da jogging, da sci, da viaggio).

Autrice/Autore: Anne-Marie Dubler / vfe

2.4 - Abito e senso del corpo, biancheria intima

Mentre il XIX sec. si distingueva per le sue regole di vestiario ("l'abbigliamento corretto" per ogni occasione), il XX sec. è contraddistinto dall'abito casual e confortevole. Risalgono già a prima del 1900 la lotta ai danni causati alla salute dall'abbigliamento, il divieto dei coloranti nocivi (fra cui il giallo cromo), la campagna "riformatrice" per gli abiti non attillati e contro i corsetti stretti e il crescente interesse per la pulizia e il Bucato. L'industria dell'abbigliamento cominciò a studiare le proprietà termiche e la permeabilità all'aria delle stoffe, sperimentando i primi materiali sintetici - seta artificiale, viscosa; Fibre artificiali e sintetiche - e diversi tipi di tessitura. A partire dagli anni '50 fu quindi possibile sviluppare, fra l'altro, numerose varianti di biancheria "sana" e antireumatica e, nell'abbigliamento sportivo, speciali tessuti traspiranti.

Solo nel XIX sec. la biancheria intima divenne una componente accessoria fissa dell'abbigliamento: la sottoveste, la maglia e le più recenti mutande (al ginocchio o ai polpacci) erano la norma nell'abbigliamento cittadino, mentre la pop. contadina indossava comunemente più sottovesti (anche di lana) ma non le mutande, che si imposero solo dopo il 1900. Nella prima metà del XX sec. la biancheria intima cucita dalla sposa era parte del corredo di nozze, sia borghese sia contadino; solo dopo il 1950 si affermò la maglieria eseguita a macchina dall'industria sviz., in cotone di facile manutenzione. Oggi l'intimo in seta ricamata, disegnato da stilisti, è in voga fra le donne giovani attive professionalmente, così come il body (intimo monopezzo). Fin dagli anni '20 la camicia da notte di un tempo (maschile e femminile) ha trovato un concorrente fisso nel pigiama.

<b>Abbigliamento</b><br>Vetrina del negozio Bonnard a Losanna nel 1956; fotografia di  André Brandt (Musée historique de Lausanne).<BR/>
Vetrina del negozio Bonnard a Losanna nel 1956; fotografia di André Brandt (Musée historique de Lausanne).
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Con l'affermarsi di nuovi stili di vita, determinati fra l'altro dall'attività professionale della donna (anche casalinga) e dalla scomparsa della servitù da case ormai tecnicizzate, nacquero, fin dall'inizio del XX sec., nuove esigenze in materia di abbigliamento quotidiano, tra cui la lavabilità, la facilità di conservazione (dagli anni '50) e il comfort. Capi di vestiario degli anni '60 come jeans e magliette, indossati in un primo momento anche in Svizzera come segno del rifiuto della civiltà e protesta contro l'ordine costituito, segnarono un punto di svolta: i jeans aprirono la strada ai pantaloni femminili e sostituirono progressivamente i calzoni corti maschili. Per influsso delle attività sportive e di svago, un abbigliamento pratico-spigliato (abito senza cravatta, completo pantalone per le donne, scarpe da ginnastica) è entrato in parte anche nel mondo del lavoro. Dagli anni '70 la donna, in lotta per la parità, può portare i pantaloni in tutte le occasioni; la ricerca di un aspetto giovanile e lo stile unisex hanno avvicinato l'abbigliamento delle varie fasce d'età e dei due sessi.

<b>Abbigliamento</b><br>Manifesto pubblicitario per jeans, 1981 (Museum für Gestaltung Zürich, Plakatsammlung, Zürcher Hochschule der Künste).<BR/>
Manifesto pubblicitario per jeans, 1981 (Museum für Gestaltung Zürich, Plakatsammlung, Zürcher Hochschule der Künste).
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Autrice/Autore: Anne-Marie Dubler / vfe

2.5 - Gli accessori

Ancora nella prima metà del XX sec. la tenuta corretta femminile prevedeva la borsa e l'ombrello, quella maschile l'orologio da tasca e il bastone da passeggio, entrambe il cappello, la sciarpa, i guanti e il fazzoletto. In qualche caso gli accessori dettati dalle convenzioni cambiarono per fattori esterni; l'automobile, ad esempio, fece diminuire l'uso dei cappelli, soggetti anche alla concorrenza della pettinatura corta e della permanente. Dopo il 1960 vi fu il boom degli accessori disegnati dalle case di moda, che a ogni stagione cercavano di creare nuovi oggetti del desiderio: insieme ai vestiti si offrivano monili, cinture, scarpe, copricapi, borsette, sciarpe e ombrelli adatti. Le distinzioni fra settori diversi di commercio sono divenute più sfumate: negozi di scarpe e case di moda offrono la combinazione perfetta di accessori da affiancare ai loro prodotti. Oggi, mentre nell'alta moda la calzatura curata è decaduta ad accessorio, nell'abbigliamento quotidiano popolare è sempre più sostituita da scarpe da ginnastica o a buon mercato.

<b>Abbigliamento</b><br>Manifesto pubblicitario per cappelli di un negozio di Basilea, 1921 (Museum für Gestaltung Zürich, Plakatsammlung, Zürcher Hochschule der Künste).<BR/>
Manifesto pubblicitario per cappelli di un negozio di Basilea, 1921 (Museum für Gestaltung Zürich, Plakatsammlung, Zürcher Hochschule der Künste).
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Autrice/Autore: Anne-Marie Dubler / vfe

Riferimenti bibliografici

Fonti
  • Dal Medioevo al 1800

    – F. Platter, Tagebuch, a cura di V. Lötscher, 1976
  • XIX e XX secolo

    Schweizer Familie, 1-, 1894- (suppl. Das fleissige Hausmütterchen)
    – A. Winistörfer, A. Meyer, Frauen Wirken und Walten, 1916 (19263)
Bibliografia
  • Dal Medioevo al 1800

    – L. Zehnder, Volkskundliches in der älteren schweizerischen Chronistik, 1976
    – C. Andersson, Dirnen, Krieger, Narren, 1978
    – A. Ribeiro, Dress and Morality, 1986
    – A. Hauser, Was für ein Leben, 1987
    – G. Wolter, Die Verpackung des männlichen Geschlechts, 1988
    – O. Blanc, Le vêtement, 1989
    – D. Roche, La culture des apparences, 1989
    – N. Bulst, R. Jütte (a cura di), Zwischen Sein und Schein, 1993 (con bibl.)
    – C. Walker, «Les lois somptuaires ou le rêve d'un ordre social», in Equinoxe, 11, 1994, 111-129
    – K. Simon-Muscheid, «"Schweizergelb" und "Judasfarbe"», in ZHF, 22, 1995, 317-343 (con bibl.)
  • XIX e XX secolo

    – K. Wiederkehr-Benz, Sozialpsychologische Funktionen der Kleidermode, 1973
    – I. Weber-Kellermann, Der Kinder neue Kleider, 1985
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