• <b>Ciclo di vita</b><br>Piatto in maiolica, realizzato attorno al 1810 (Museo nazionale svizzero). Il ciclo vitale Ŕ da sempre oggetto di rappresentazioni immaginarie, che riflettono un ordine sociale idealizzato.

Ciclo di vita

Il concetto di ciclo di vita o di etÓ della vita Ŕ presente in tutte le societÓ. Per Dante, che riprese da Ippocrate e Avicenna la suddivisione della vita in quattro etÓ analoghe alle stagioni, l'adolescenza andava dalla nascita al venticinquesimo anno di etÓ (Infanzia, Giovent¨), la maturitÓ dai 25 ai 45 anni, la Vecchiaia fino ai 70, mentre in seguito iniziava la decrepitezza. Altri autori, come S. Agostino, Isidoro di Siviglia (VII sec.) o Vincenzo di Beauvais (XII xec.), suddividevano la vita in sei o sette periodi corrispondenti ai pianeti. Le immagini che dalla fine del ME illustravano il ciclo vitale lo presentavano spesso in dieci tappe, dalla nascita ai 100 anni. Il censimento bernese del 1764 procedette invece per semplificazione, creando i tre gruppi dei giovani, attivi e vecchi. I criteri cambiavano a seconda del sesso: nella fascia centrale vi erano le donne in etÓ riproduttiva (14-50) e gli uomini assoggettati al servizio militare (16-60). Anche la Chiesa utilizz˛ per le donne il criterio della riproduzione, stabilendo l'etÓ canonica a 40 anni.

<b>Ciclo di vita</b><br>Piatto in maiolica, realizzato attorno al 1810 (Museo nazionale svizzero).<BR/>Il ciclo vitale Ŕ da sempre oggetto di rappresentazioni immaginarie, che riflettono un ordine sociale idealizzato.<BR/>
Piatto in maiolica, realizzato attorno al 1810 (Museo nazionale svizzero).
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Dopo la Riforma e il Concilio di Trento (1563), l'iscrizione obbligatoria del battesimo nei registri parrocchiali introdusse la nozione precisa dell'etÓ nella vita quotidiana. Il concetto di etÓ misurabile fu da allora strettamente legato al modo di pensare l'organizzazione sociale e si diffuse fra i ceti pi¨ colti come segno di individualizzazione. A ogni etÓ furono attribuite funzioni specifiche, con tappe segnate dai Riti di passaggio.

Fino al XVIII sec., il bambino era considerato in genere come un adulto in miniatura o come un essere imperfetto, incompiuto. Una nuova concezione si svilupp˛ a partire dal 1750. Johann Heinrich Pestalozzi rivendic˛ il diritto all'infanzia e a un insegnamento conforme alle capacitÓ e alla maturitÓ proprie di quell'etÓ. In seguito la legislazione sul lavoro dei bambini sotto i dieci anni (dal 1815 a Zurigo) e la scolarizzazione obbligatoria in tutta la Svizzera (nel 1874) segnarono il riconoscimento della specificitÓ dell'etÓ infantile.

Nella societÓ tradizionale, il periodo della giovent¨ o dell'adolescenza - termine che assunse la sua accezione attuale solo nel XIX sec. - cominciava con la pubertÓ e finiva con il matrimonio. Era l'etÓ della dipendenza economica, durante la quale si attendeva, indipendentemente dal fatto che si vivesse presso i genitori o meno, di potersi accasare e subentrare al padre. Il matrimonio segnava l'ingresso nella vita adulta. La capacitÓ matrimoniale era fissata, presso i catt., a 14 anni per i ragazzi e a 12 per le ragazze, mentre la maggiore etÓ matrimoniale veniva raggiunta pi¨ tardi (a 30 e 25 anni). La maggiore etÓ civica poteva essere inferiore; durante l'ancien rÚgime, i ragazzi partecipavano alla Landsgemeinde a partire dai 14 anni.

Fino all'inizio del XIX sec., il ciclo di vita femminile era scandito quasi esclusivamente dalle maternitÓ. In teoria, fra il matrimonio e le cure all'ultimo nato, le madri trascorrevano 20 anni della loro vita nella cura dei figli; durante questi anni mettevano al mondo, se le circostanze erano favorevoli, otto bambini (nati vivi). Ma spesso la morte interrompeva le unioni e la durata media dei matrimoni (14 anni) non era superiore a quella odierna. Con la transizione demografica si ebbe una mutazione radicale. Nella campagna ginevrina (Jussy) dell'inizio del XIX sec., una donna su cinque rimaneva nubile, il 14% delle donne sposate non aveva figli (oggi il 17% ca. delle coppie), in media nascevano soltanto 3,7 bambini e l'ultimo parto avveniva a 36,5 anni. L'aspettativa di vita dopo il periodo di educazione dei figli aumentava.

I cambiamenti demografici hanno dunque aggiunto delle "etÓ" e trasformato le relazioni fra le generazioni. Non molto tempo addietro, la vecchiaia era una prospettiva riservata a una minoranza. Nel 1900 il 39% degli Svizzeri raggiungeva i 65 anni con la speranza di poter vivere una decina d'anni ancora; un sec. dopo, l'85% della pop. raggiunge questo traguardo, con un'ulteriore aspettativa di vita di 17,6 anni in media. Ciononostante, giÓ dall'inizio del XX sec. si afferm˛ la rivendicazione del diritto al Pensionamento, iscritto nella Costituzione fed. nel 1925 e ratificato nel 1947 con la legge sull'AVS. Il periodo della vecchiaia conosce da allora un cambiamento qualitativo: fra il pensionamento e la senescenza si frappone una nuova tappa ricca di potenzialitÓ e tempo libero. Nello stesso tempo l'adolescenza, a lungo fatta corrispondere con la pubertÓ, si estende a monte (a scapito dell'infanzia) e a valle (l'entrata nel mondo del lavoro avviene sempre pi¨ tardi). Alle due estremitÓ della vita, le differenze fra le generazioni si attenuano mentre fra giovani, adulti e "giovani vecchi" (pensionati di recente) si vengono a creare rapporti di concorrenza.


Bibliografia
– A. E. Imhof, Reife des Lebens, 1988
– C. Attias-Donfut, GÚnÚrations et Ôges de la vie, 1991
– A. ThiercÚ, Histoire de l'adolescence, 1850-1914, 1999

Autrice/Autore: Alfred Perrenoud / gbp