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Artigianato

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Tra tardo ME e inizio del XX sec. il termine artigianato indicava il lavoro manuale eseguito con attrezzi semplici. Titolare d'azienda e produttore, l'artigiano lavorava - da solo o con l'aiuto di Garzoni e apprendisti - soprattutto per una clientela locale, ma in parte anche per produrre scorte da smerciare in proprio; prevalevano le piccole aziende gestite da Maestri. Oggi il concetto di artigianato si riferisce ad aziende di dimensioni e livello tecnico variabili, che producono spec. articoli di lusso o di Arti decorative, realizzano pezzi unici su commissione e si occupano di riparazioni e della manutenzione di articoli industriali. Si registra la presenza di professioni artigiane anche nell'industria e nel settore pubblico.

Nell'ambito della storiografia sviz., fino ai primi anni '50 le ricerche sull'artigianato erano subordinate agli studi sulle Corporazioni; soltanto alcuni scritti di storia giur. ed economica trattavano l'argomento, ma limitandosi al quadro dell'economia. Le ricerche che analizzano l'artigianato in chiave etnologica, storico-sociale e storico-economica sono posteriori al 1970 e affrontano temi quali l'artigianato urbano e rurale, le migrazioni, i garzoni, la vita quotidiana, la storia della mentalità ecc.

1 - Origini

Si suppone che le più antiche tradizioni artigiane presenti nell'odierno territorio sviz. risalgano all'epoca preistorica, spec. per quanto concerne la lavorazione dei metalli (Artigianato del metallo). Scavi archeologici hanno portato alla luce delle officine nelle oppida celtiche (dal 300 a.C. ca.), ad esempio nella penisola di Enge, nei pressi di Berna; fra le molte attività spiccava per l'alta qualità la produzione di vetro destinato all'esportazione. In epoca galloromana (I sec. a.C. - V d.C.) l'artigianato, influenzato da tradizioni romane, si diffuse nei territori colonizzati. Nelle civitates, nei vici e castra si producevano oggetti di artigianato artistico e articoli in metallo, vetro, ceramica, legno, sasso e cuoio per la clientela locale e talvolta anche di paesi lontani (bronzi), come attestano reperti edafici, iscrizioni e testi di scrittori contemporanei. Dopo le migrazioni barbariche sopravvisse solo l'artigianato di alto livello, ispirato a modelli romani e bizantini (argenteria, oreficeria, produzione di armi, arti decorative), in alcune città di origine romana, nelle corti e nei conventi; la maggior parte delle altre attività artigiane, fra cui quelle legate alla signoria fondiaria medievale, divennero un'occupazione accessoria per la pop., dedita prevalentemente all'Agricoltura.

Autrice/Autore: Anne-Marie Dubler / vfe

2 - L'artigianato come forma economica innovativa delle città medievali

La situazione cominciò a mutare a partire dal XII sec., con la fondazione di nuove città: grazie alla protezione che le città provviste di cinta muraria garantivano alle officine e alla crescente richiesta di prodotti, l'artigianato divenne un settore autonomo. Gli artigiani, che costituivano la categoria professionale a carattere innovativo più importante dopo quella dei commercianti, influirono sul carattere e sull'assetto urbanistico delle città in misura anche maggiore, per esempio stabilendosi in determinati quartieri o strade ("strada dei fabbri", "dei conciatori", "dei fornai" ecc.). Nelle città, le attività artigianali inizialmente erano regolate da Consigli e com. patriziali; sotto la loro sorveglianza, i maestri vendevano pane, carne, cuoiame e tessuti nel Mercato coperto situato presso il palazzo com. Grazie alle vie con botteghe artigiane e al mercato coperto le città divennero per il contado centri di riferimento per l'acquisto quotidiano (Mercati) di prodotti artigianali (relazioni tra Città e campagna).

Nell'odierno territorio sviz. l'artigianato si sviluppò rapidamente, affermandosi nel settore alimentare, tessile, metallurgico ed edilizio; nacquero nuove specializzazioni e professioni, soprattutto nel campo delle arti decorative e della lavorazione dei metalli (corazzaio, spronaio, spadaio, pentolaio, stagnino, campanaro, fonditore di cannoni). Nel XIII sec. l'artigianato costituiva già la spina dorsale dell'economia urbana; nel XIV e XV sec. singoli rami trovarono nuovi sbocchi grazie all'esportazione dei prodotti: Lana a Friburgo, Seta a Zurigo, Cuoio e pelletteria a Berna, falci a Lucerna. Unitamente al commercio, l'artigianato contribuì in modo fondamentale alla prosperità delle città del tardo ME. Sul piano sociale gli artigiani delle città assunsero un'importanza crescente; ordinati per mestieri, essi si unirono in Confraternite (per la prima volta a Basilea dopo il 1220) e divennero un ceto come i contadini, i chierici, i cavalieri e i mercanti. L'organizzazione politica in corporazioni consentì agli artigiani di affermarsi pienamente nel XIV e XV sec.; essi influivano in modo decisivo sulle scelte politiche ed economiche: nelle Città a regime corporativo mediante la rappresentazione diretta, nelle altre tramite i seggi nei Consigli. Ovunque, inoltre, l'esercizio di un mestiere era vincolato all'appartenza alla rispettiva corporazione.

Questa evoluzione interessò solo la Svizzera germanofona, sulle cui corporazioni esercitò un influsso decisivo il modello ted.; di conseguenza, i successivi sviluppi socio-economici furono analoghi a quelli delle regioni situate a nord del Reno. Benché anche le città della Svizzera franc. e it. appartenessero formalmente all'Impero, nel tardo ME le loro confraternite religiose di artigiani non assunsero un ruolo di rilievo né sul piano economico né su quello politico; solo nel XVI sec. le consorterie urbane (jurandes, maîtrises) di Ginevra, Losanna e Neuchâtel seguirono il modello delle città franco-savoiarde e conf., ma il loro influsso politico rimase scarso.

Nelle città, fino ai primi sec. dell'epoca moderna, gli artigiani costituivano la forza più importante a livello economico, sociale e politico dopo i commercianti (in parte grazie ai loro rapporti con il movimento corporativo intern.). Nel corso dell'ancien régime il loro influsso e la loro carica innovativa diminuirono; sul piano economico subirono le conseguenze negative delle limitazioni normative cui erano soggetti i mestieri. Ciononostante, nella maggior parte dei cant. rimasero fino al 1798 la categoria professionale meglio organizzata, capace di imporre le proprie richieste anche ai governi aristocratici.

Autrice/Autore: Anne-Marie Dubler / vfe

3 - Lotta alle crisi e regolamentazione

La crisi dell'economia cittadina verificatasi nel tardo ME, dovuta al rapido sviluppo degli Stati territoriali urbani, provocò un primo forte cedimento del settore artigianale. Negli anni attorno al 1460 aumentarono i segnali di depressione e cominciò a farsi sentire il timore per la concorrenza: gli artigiani di Lucerna (1463/71), Zurigo (1460 ca.) e Berna (1464/67), seguiti poi da quelli di Friburgo (1505), cercarono con decreti consiliari di eliminare l'artigianato rurale, la cui importanza era stata sottovalutata, e i mercati situati nel contado, per assicurarsi il monopolio sulle attività artigianali e commerciali. Questa politica risultò tuttavia priva di efficacia: a Zurigo si arenò nell'affare Waldmann (1489). Più duraturo fu l'influsso di tensioni sociali all'interno dello stesso artigianato urbano. Oltre alle grandi aziende fiorenti con molti garzoni, apprendisti e aiutanti vi erano infatti maestri "poveri", con poco lavoro; costoro attribuivano la loro povertà al cumulo di attività produttive e commerciali dei maestri "ricchi", e vedevano la salvezza solo in una ripartizione "equa" (ossia egualitaria) degli oneri, del lavoro e del reddito. Le loro richieste di un ordinamento economico "equo" si rifacevano a movimenti religioso-sociali delle città imperiali; nacquero così, in Svizzera come nell'Impero, regolamentazioni tipiche di un'economia controllata (corporativa).

La nuova forma economica fu realizzata a tappe, sul modello delle città renane. A muoversi per prime, nella seconda metà del XV sec., furono Basilea, Zurigo e Lucerna; le altre città aristocratiche e a regime corporativo seguirono nel XVI e XVII sec. Le singole norme, varate in momenti di crisi economica (spec. nelle recessioni dopo il 1460, negli anni 1560-1590 ca. e a partire dal 1690), rimasero in vigore anche dopo le crisi. Dirette contro la libertà di esercitare attività imprenditoriali proprie dell'epoca medievale, esse limitarono gradualmente il campo d'azione degli artigiani. Una delle norme era costituita dal divieto, stabilito a Basilea nel 1491, di associare artigianato ("arti minori") e commercio ("arti maggiori"): l'artigiano doveva vendere unicamente i propri prodotti e il mercante non poteva produrne. Vi erano poi altre norme che sancivano il divieto di praticare il piccolo commercio con dei soci e di condividere l'officina con un altro maestro (anche padre e figlio) o che, nel XVI e XVII sec., imponevano alle aziende una limitazione delle loro dimensioni (3-4 posti di lavoro) o il contingentamento delle materie prime: granaglie per la Panetteria, capi di bestiame per la Macelleria, tannino o pelli per la Concia. Il campo di attività dei singoli mestieri era definito in modo severo per evitare la concorrenza; di qui lo status privilegiato del maestro di corporazione e la lotta legale a varie forme di concorrenza: forestieri non iscritti a corporazioni, artigiani del contado, piccoli venditori di prodotti artigianali. Su incarico dell'autorità, coloro che facevano parte dell'élite dei maestri emanavano norme di qualità e controllavano i prodotti; spettava invece direttamente all'autorità fissare e sorvegliare prezzi e salari. Fin dal XVI/XVII sec. ogni ramo dell'artigianato aveva un proprio regolamento professionale (ordinamento artigiano), approvato dal Consiglio.

Nelle città romande, corporazioni e regolamenti dei mestieri comparvero solo nel XVI sec.: a Ginevra su pressioni dell'autorità e per influsso dei rifugiati ugonotti, a Neuchâtel e a Losanna in base al modello offerto dalle città della Svizzera ted. Nel complesso, l'artigianato della Sviz. franc. è poco noto, perché finora la ricerca storica si è concentrata sulle attività orientate all'esportazione quali le arti tessili, l'orologeria, l'artigianato artistico a Ginevra, o l'estrazione e la fusione di minerali metallici a Neuchâtel, cioè su settori più vicini alla Manifattura e all'industria che all'artigianato. Nella Svizzera it. si sviluppò un artigianato di fama europea, i cui esponenti (costruttori edili, muratori, scalpellini, stuccatori ecc.) tuttavia, in parte per costrizione e in parte per libera opzione, emigrarono all'estero (Maestranze artistiche), dove si organizzarono in corporazioni (è il caso, ad esempio, delle confraternite lombardo-sviz. di maestranze edili nel XVI sec. emigrate in tutta Europa); nel Ticino, per contro, l'artigianato locale restò in gran parte non regolamentato.

Le norme non potevano imporre un "ordinamento equo": anche nell'ancien régime vi erano maestri ricchi e poveri, mestieri redditizi come fabbro ferraio, pellicciaio, conciatore, tintore (Tintoria) e mugnaio, che avevano mantenuto il commercio di materie prime, e mestieri "poveri" largamente diffusi (sarto, calzolaio, falegname, carpentiere, cordaio, tessitore). Anche se inizialmente le nuove misure diedero un nuovo impulso all'artigianato (con fasi di particolare sviluppo fra il 1620 e il 1650 e fra il 1660 e il 1680 ca.), il divieto di commercio e le dimensioni aziendali forzatamente ridotte impedirono la trasformazione delle imprese e provocarono, nel XVI e XVII sec., la nascita di nuove forme aziendali estranee all'artigianato e concorrenziali, come la manifattura e la produzione tessile commissionata a domicilio (Verlagssystem).

L'ordinamento artigiano non poté evitare che, di pari passo con i continui mutamenti della tecnica e della società, si trasformasse anche la struttura professionale. Ai produttori di armi medievali (balestre, archi, corazze) si sostituirono gradualmente nel XV e XVI sec. i fabbricatori di archibugi, schioppi e cannoni; a partire dal XVI sec. non erano più richiesti pergamenai ma cartai. Nel XVII sec. la crescita demografica e l'aumento della domanda portarono alla nascita di nuovi mestieri, prima nelle città ma in breve tempo anche nei villaggi: bottonaio e pettinaio, magliaio specializzato in calze e calzoni, trivellatore, chiodaio, parruccaio, rilegatore, orologiaio, organaro.

Autrice/Autore: Anne-Marie Dubler / vfe

4 - La formazione artigiana

Nell'ordinamento artigiano la formazione, cui provvedevano le corporazioni (consorterie), comprendeva un Apprendistato e un periodo di lavoro itinerante ed era regolamentata secondo le consuetudini imperiali. In un primo tempo, alla fine del XV sec., venne disciplinata quella di sellai, calderai, stagnini e simili, poi, nel XVI sec., le norme vennero generalizzate. Dopo un periodo di prova, il candidato era ammesso ufficialmente all'apprendistato in presenza della consorteria; una volta ultimato l'apprendistato, egli veniva "rilasciato" dal proprio maestro, sempre al cospetto della consorteria, e poteva avviare la propria formazione itinerante quale garzone. L'ordinamento artigiano regolamentava i 2-4 anni di apprendistato a grandi linee; dettagli come salario, durata, vitto e alloggio presso il maestro venivano fissati mediante un contratto privato (patto di tirocinio o accordazione). La formazione itinerante pluriennale dei garzoni divenne obbligatoria per diventare maestri (unici abilitati a esercitare in proprio) solo nel XVII sec.; non tutti i mestieri prescrivevano la presentazione di un capo d'opera ed un esame di maestria.

La formazione obbligatoria serviva ad arginare la concorrenza. In periodi di crisi si riducevano le nuove leve (un solo apprendista per bottega, numero chiuso di maestri), si aumentavano durata e costi della formazione, si rendeva difficile l'ammissione fra i maestri; oltre a preferire come apprendisti i figli di maestri, si scartavano le personae non gratae (illegittimi, figli di persone esercitanti Mestieri vili).

Autrice/Autore: Anne-Marie Dubler / vfe

5 - L'artigianato rurale

Se si escludono le attività domestiche dei contadini, i mestieri legati alle Bannalità o organizzati su scala sovrarregionale (ad esempio stagnini, calderai, sellai), nel tardo ME l'artigianato autonomo era poco frequente nelle zone rurali. Benché gli elenchi di garzoni delle città del XV sec. comprendano anche nomi di paesani, l'artigianato rurale non era ancora riconosciuto come un ceto professionale. Con la crescita demografica, nel XVI sec. i figli di contadini senza fattoria propria trasformarono in attività artigianale fissa occupazioni prima esercitate a titolo accessorio. In un primo tempo si diffusero mestieri come sarto, calzolaio, lavoratore edile e tessitore, mentre dopo il 1550 molti villaggi ebbero anche fabbri, cordai, carradori. La recessione economica (1560-90 ca.) spinse gli artigiani delle campagne a chiedere, come già avevano fatto i maestri attivi nelle città, una protezione legale dalla concorrenza; la loro organizzazione professionale sembrava imminente.

Corporazioni rurali, tuttavia, nacquero solo nei contadi di Berna, Lucerna e Soletta, nell'Argovia meridionale e nei borghi della Svizzera centrale, più tardi anche nella Svizzera orientale e nel contado basilese, ma non nella Svizzera franc. e it. Città a regime corporativo come Zurigo e Sciaffusa impedirono l'organizzazione degli artigiani rurali, favorendo il monopolio urbano; i maestri di campagna, però, potevano aderire a una corporazione cittadina. Cant. a regime aristocratico come Berna e Lucerna, invece, promossero la creazione di corporazioni rurali, che in genere adottarono il regolamento di quelle urbane. A parte qualche differenza, il quadro della situazione era molto simile in tutte le regioni rurali, anche romande e italofone: oltre ai maestri affiliati alle corporazioni per cui valevano norme adeguate al modello urbano (formazione regolamentata, officina, protezione dalla concorrenza), vi erano artigiani non organizzati ma anch'essi qualificati (garzoni con officina propria) e "guastamestieri" (autodidatti o con formazione lacunosa). In questo senso le zone rurali si differenziavano in modo fondamentale dalle città, in cui erano ammessi soltanto coloro che appartenevano a una corporazione. I "guastamestieri" erano Tauner che svolgevano lavori sia agricoli sia artigianali per i contadini come i Giornalieri; costavano poco ed eseguivano spec. riparazioni; benché sottopagati dai clienti e vessati dai maestri (delle città e del contado), riuscivano a mantenersi perché non restavano mai senza lavoro. Fra loro c'erano anche molti tessitori rurali, che dal XVI al XVIII sec. svolsero Lavoro a domicilio per conto di imprenditori-commercianti.

Gli artigiani attivi nelle zone rurali, qualificati o meno, non potevano mantenersi con la sola attività artigiana ma dipendevano anche da altri introiti. Quali "orticoltori" proprietari di case o di parti di case, di giardini, campi e con diritti d'uso sui beni comuni (boschi, pascoli, piantagioni), vivevano interamente o in parte dei propri prodotti; su questa fonte tradizionalmente agraria di reddito accessorio si basavano i prezzi e i salari più bassi fissati dall'autorità per l'artigianato rurale. Un reddito misto su base agraria era la regola anche per i titolari di aziende bannali, con prezzi e salari soggetti a tariffe (mugnai, osti, fabbri), che vivevano soprattutto del commercio di materie prime (cereali, vino, ferro) e di quanto prodotto dai loro poderi (sovente di vasta estensione).

Proibito nelle città, il Lavoro a giornata svolto a basso costo dagli artigiani nella casa e nella fattoria del cliente, era molto diffuso nelle campagne, dove in genere le officine dei maestri iscritti a corporazioni non erano viste di buon occhio. Nel XVII sec. lo scontento nei loro confronti era diffuso: nel 1644 gli ab. dell'Emmental ottennero l'abolizione provvisoria delle corporazioni rurali, attorno al 1650 quelli del contado zurighese la revoca parziale dei privilegi dei maestri attivi nelle campagne. Le corporazioni finirono con il tollerare in ampia misura il lavoro a giornata presso il cliente nel caso dell'artigianato rurale; viceversa gli artigiani "borghesi" (stagnai, pellicciai, conciatori in allume, orefici e argentieri, pittori, scultori, vetrai e pittori su vetro) imposero il loro monopolio urbano nei contadi delle città aristocratiche o a regime corporativo e bloccarono l'esportazione di materie prime nelle zone rurali. Lo sdegno per la repressione dell'artigianato rurale ad opera delle città si manifestò, fra l'altro, nei villaggi sciaffusani (1790) e intorno al lago di Zurigo (1794).

Autrice/Autore: Anne-Marie Dubler / vfe

6 - Artigianato come campo maschile, ruolo della donna

Mentre nel ceto contadino il manso del signore fondiario consentiva anche alle donne di gestire una fattoria, l'artigianato delle città europee divenne un settore professionale prettamente maschile. Nella città medievale alle donne venne dapprima concesso di esercitare professioni tessili o legate alla lavorazione di cuoio e pellicce, tuttavia alla fine del tardo ME fu loro tolta questa opportunità di lavoro. Le corporazioni decretarono il diritto esclusivo dell'uomo a diventare maestro; nelle officine operavano, almeno ufficialmente, solo uomini (maestro, garzoni, apprendisti); eccezion fatta per il campo tessile, la formazione era appannaggio maschile. Il lavoro femminile era permesso solo in caso di morte del maestro: la vedova poteva gestire l'officina finché questa passava al figlio, limitandosi quindi a conservare il privilegio maschile nella professione.

Fin dalla crisi del 1690 ca. i bassi prezzi e i salari stabiliti dalle autorità portarono nel settore artigianale a una povertà diffusa: numerosi artigiani delle città tornarono a far parte del ceto medio-basso o basso. Nelle zone rurali, le condizioni economiche degli artigiani equivalevano sovente a quelle dei braccianti e dei "guastamestieri". Nel XVIII sec. persino la limitazione delle aziende a 3-4 posti di lavoro appariva superata: nelle officine delle città cominciarono a mancare i garzoni forestieri, ciononostante le aziende non erano gestite dal solo maestro. I regolamenti degli artigiani non menzionano l'attività di mogli, figli e figlie in sostituzione di garzoni e apprendisti; in realtà, però, nei mestieri "poveri" le officine si erano trasformate in Aziende familiari, con costi minori e prive del tipico carattere intern. conferito dai garzoni forestieri; la formazione itinerante, molto richiesta nel tardo ME, nell'ancien régime non era più ambita. La Riforma aveva tolto ai garzoni la libertà di definire autonomamente l'itinerario; a trattenerli in patria, poi, c'era il timore di essere soppiantati da concorrenti forestieri. I figli maschi, inoltre, per anni erano sfruttati nell'officina paterna come manodopera a basso costo, finché non "riscattavano" la formazione itinerante, versando una tassa alla corporazione, per potersi mettere finalmente in proprio. Dovendo ricorrere al lavoro infantile, i maestri istruivano anche le figlie, cui peraltro non era concesso lo status ufficiale di apprendiste; dopo la morte del padre, alle figlie era comunque proibito esercitare un'attività indipendente. Le lavoratrici nubili erano perseguite dalla consorteria e, a dispetto delle loro conoscenze professionali, erano costrette a mendicare. Alle donne era permesso solo cucire biancheria e tessere; i tessitori tuttavia, pur tollerando il lavoro femminile autonomo, non consentivano loro di aderire alla corporazione.

Autrice/Autore: Anne-Marie Dubler / vfe

7 - Rivalità fra artigiani urbani e rurali nel XVIII secolo

L'ordinamento artigiano esigeva dal maestro del contado la stessa formazione prevista per quello attivo in città. Prezzi e salari più bassi nonché possibilità di lavoro minori spinsero, dopo il 1550, i maestri dalle campagne a stabilirsi nelle città, che, per arginare il fenomeno, cominciarono a ostacolare l'acquisto del diritto di cittadinanza, prima di impedirne l'ottenimento dopo il 1600. Questa politica rispondeva alle richieste dei maestri delle città, che dal Consiglio esigevano l'allontanamento della concorrenza adducendo varie motivazioni: l'elevato numero di artigiani, la scarsità di lavoro e l'incerto futuro dei loro figli. Dal tardo ME le corporazioni urbane avevano esteso il loro "banno" (raggio legale di attività) oltre le mura cittadine e cacciato i maestri di campagna. Dalla fine del XVI sec. costoro si stabilirono nei villaggi circostanti, situati a non più di due ore di cammino dai centri, mossi dal desiderio di lavorare, con onorari migliori, per "signori e borghesi". Per quanto non fossero autorizzati a cercare lavoro nella città e a introdurvi prodotti finiti, essi potevano accettare ordinazioni di clienti venuti appositamente nel villaggio. L'aspra concorrenza presente in prossimità dei centri urbani era ridotta o del tutto inesistente nei pressi delle città minori, dove il ceto alto era di più modesta condizione.

I maestri delle città, pur angariando quelli del contado con i loro monopoli, dalla fine del XVII sec. risentirono anch'essi della scarsità di lavoro, dei prezzi troppo bassi e dell'atteggiamento dei loro clienti, restii a saldare i conti. Anch'essi dovettero ricorrere a redditi accessori, assumendo piccole cariche pubbliche (portatore di sacchi, guardia notturna, usciere, doganiere, guardaportone ecc.) e sfruttando terreni comuni gratuiti. Nel XVIII sec. mestieri molto diffusi come quello di falegname, cordaio, copritetto e carradore erano svolti, in pratica, solo da dimoranti poveri; i soli a non avere troppe difficoltà economiche erano, tutt'al più, coloro che esercitavano mestieri "borghesi" e i titolari di bannalità, grazie ai loro profitti commerciali. In seguito a pressioni economiche, nel XVIII sec. la coscienza di categoria che caratterizzava i maestri delle corporazioni, sia in città che in campagna, si trasformò in boria di casta attenta all'esteriorità.

L'impressione di una "decadenza dell'artigianato" nell'ancien régime, suscitata dalle continue rimostranze degli artigiani, è peraltro fallace. Alla fine del XVIII sec., nelle zone rurali i professionisti del settore non agrario, artigiani compresi, a seconda della struttura economica regionale rappresentavano il 20-40% della pop. attiva (18% nell'Unterland zurighese, 37% nella regione di Berna) e avevano un peso economico importante. In molti rami, spec. nell'edilizia e nelle arti decorative, le prestazioni fornite dagli artigiani erano di alta qualità. È tuttavia innegabile che le numerose misure protettive impedivano loro di accedere a un'economia moderna.

Autrice/Autore: Anne-Marie Dubler / vfe

8 - XIX e XX secolo: libertà di commercio e industria o regolamentazione professionale?

Il 19.10.1798 l'Elvetica proclamò la libertà di commercio e industria, abolendo l'obbligo dell'appartenenza corporativa. Vennero improvvisamente a cadere le norme protettive e gli artigiani dovettero confrontarsi con una libertà di concorrenza illimitata; in difficoltà di fronte a una situazione inaspettata, desideravano solo assoggettarsi nuovamente a un'istituzione paracorporativa. Nel 1803 Zurigo, Basilea, Sciaffusa e Soletta ripristinarono le corporazioni e diedero ai maestri il regolamento richiesto; la libertà di commercio e industria rimase interamente in vigore nell'ovest e nel sud della Svizzera, in parte anche negli altri cant. ted. Prese così avvio una lotta lunga e tenace tra fautori della libertà di commercio e industria e sostenitori della regolamentazione professionale, sullo sfondo della progressiva Industrializzazione della Svizzera.

Dopo il 1800 nelle città si verificò un afflusso senza precedenti di maestri di campagna e artigiani non qualificati; i maestri delle città ritennero imminente la "decadenza dell'artigianato". Mentre i maestri di campagna si adattarono alla nuova situazione, quelli di città assunsero un atteggiamento reazionario: nei cant. germanofoni richiesero tramite numerose petizioni sia nuovi regolamenti sia l'abolizione della Libertà di commercio e di industria e della Libertà di domicilio. Fu in questo clima controverso che nacque a Lucerna un ordinamento artigiano che prevedeva nuove corporazioni obbligatorie (1819/24) e a Zurigo una legge sui mestieri che distingueva le professioni artigiane in "libere" e "regolamentate" (1832). Le rivendicazioni degli artigiani, tuttavia, trovarono sempre meno consensi nei governanti e nel popolo, e i bruschi mutamenti politici occorsi negli anni attorno al 1830 favorirono il crollo dei bastioni corporativi: i cant. Sciaffusa, Basilea Campagna, Soletta e Zurigo (seguiti da Basilea Città nel 1874) introdussero la libertà d'industria nelle risp. Costituzioni. Il primato dell'artigianato urbano su quello rurale perse di significato; le tensioni fra città e campagna si attenuarono, ma gli artigiani dovettero attendere anni per potersi trasferire liberamente in altri cant. (fino al 1858, per esempio, fra Zurigo e Sciaffusa).

Le ass. locali artigiane e commerciali (anche di più mestieri), fondate tra il 1840 e il 1860 in vari cant. (Svizzera franc. e it. escluse), pur auspicando un ordinamento non corporativo insistevano sull'abolizione della libertà d'industria e di domicilio e invocavano dazi protettivi. Solo dopo il 1870 l'ottica cambiò: il dibattito si concentrò soprattutto sul miglioramento della Formazione professionale. L'introduzione della libertà di commercio e industria nella Costituzione fed. del 1874 stimolò questo processo, che, accelerato dalla lunga crisi economica (1873-95), alla fine coinvolse l'organizzazione politica dell'artigianato portando a una riforma della formazione e a un nuovo orientamento dell'intera categoria.

Poiché la superiorità dell'industria appariva chiara, l'artigianato cercò alleati e decise di unirsi gradualmente a settori come il commercio al dettaglio, l'industria Alberghiera, alcune professioni dei Servizi e determinati rami industriali. In ted. divenne quindi comune l'attribuzione del medesimo significato ai termini Handwerk (artigianato) e Gewerbe (commercio), che per tre sec. avevano indicato concetti diversi. La svolta provocò, per decenni, tutta una serie di nuovi sodalizi professionali a livello locale: vennero fondate numerose ass. indipendenti di categoria ma soprattutto org. di mutuo soccorso (cooperative di acquisti e di commercio, uffici fiduciari, centri contabili e di consulenza aziendale, casse di compensazione, casse malati). Nel contempo la formazione artigiana scelse la formazione parallela in azienda e nella scuola professionale, oggi completato da corsi di introduzione (obbligatori dal 1980) e dal perfezionamento in sede lavorativa (diploma di maestria) o in scuole univ. professionali (legge fed. del 1997).

Pietre miliari del nuovo orientamento politico si rivelarono la fondazione dell'Unione svizzera delle arti e mestieri (USAM) nel 1879 e delle sue sezioni cant., org.-quadro delle ass. locali di categoria; in tal modo artigiani e piccoli imprenditori poterono far sentire la loro voce nei gruppi politici, accanto alle federazioni operaie, padronali e contadine. La speranza in un ritorno alle org. professionali obbligatorie e in restrizioni alla concorrenza fu però sempre viva, e si riaccese nei periodi di crisi o quando una determinata professione era minacciata: negli anni 1933-35, ad esempio, con il progetto di un ordinamento per categorie professionali (Corporativismo), nel 1954 con la proposta politica - poi bocciata dal popolo - di una protezione statale per calzolai, parrucchieri, sellai e carradori mediante un attestato di capacità obbligatorio.

La libertà di commercio e industria non era un'ovvietà per l'artigianato sviz., attenutosi per sec. a consuetudini e norme professionali vigenti nell'Impero. Solo nel XIX sec. si verificò una cesura: mentre le organizzazioni artigianali ted. riuscirono per gradi, fin dal 1870-80, a far ripristinare le corporazioni e la tutela dalla concorrenza, in Svizzera l'artigianato restò deregolamentato, privo di protezione dalla concorrenza, senza organizzazione obbligatoria e restrizioni all'esercizio autonomo della professione (nessun obbligo di maestria) e ai campi di attività.

Autrice/Autore: Anne-Marie Dubler / vfe

9 - L'artigianato all'insegna dell'industrializzazione e dei mutamenti strutturali

Dopo il 1800 vigeva ancora un clima di concorrenza nell'ambito dell'artigianato stesso: fra maestri di campagna e di città, fra artigiani qualificati e "guastamestieri". Le manifatture, le aziende tessili con produzione a domicilio e le prime Fabbriche erano orientate al commercio su lunghe distanze e non costituivano un pericolo. Solo attorno al 1820 si delineò l'aspetto rivoluzionario del nuovo sistema produttivo: le macchine consentivano un rendimento maggiore, con prodotti più convenienti e adeguati alla moda del momento. A differenza dell'artigianato, lento e in grado di produrre un numero limitato di pezzi, la fabbrica poteva coprire la forte domanda della pop., in rapida crescita. Le fabbriche aumentarono la produzione di articoli realizzati con l'ausilio delle macchine, eseguiti in precedenza manualmente; dopo il 1850 il peso economico dell'artigianato diminuì proporzionalmente all'espansione dell'industria. L'evoluzione tecnologica rese superflui determinati mestieri: la porcellana di fabbrica sostituì il vasellame degli stagnini, il cavo metallico la fune dei cordai. Nella seconda metà del XIX sec. il commercio al dettaglio si diffuse rapidamente, come sistema distributivo efficiente, sia nelle città sia nei villaggi. L'offerta sempre più vasta dei negozi (vetreria, ferramenta, maiolica, terracotta, biancheria da casa, articoli di cartoleria, scarpe, abiti confezionati) provocò fra gli artigiani un calo delle ordinazioni e disoccupazione. Con il regresso della produzione artigianale, diminuirono anche gli artigiani (10,7% nel 1888; 8,4% nel 1920).

Durante la crisi del 1873 l'artigianato soffrì della scarsità di lavoro in modo tale da sembrare ormai prossimo al declino totale. Intorno al 1895, però, sulla spinta dello slancio economico si verificò finalmente un mutamento strutturale nel settore: se da un lato alcuni mestieri scomparvero (saponaio, pettinaio, chiodaio, birraio ecc.), furono assimilati dall'industria o divennero attività incentrate sulla riparazione (calzolaio, orologiaio ecc.), dall'altro nacquero via via nuove professioni artigiane, di cui molte nell'industria e nei servizi (carrozziere, installatore, elettricista, montatore, garagista, meccanico ciclista, radiotecnico, fotografo, droghiere).

L'Edilizia e l'industria alberghiera si espansero notevolmente. Le dimensioni delle aziende aumentarono lentamente: all'inizio del XX sec. (1905) prevalevano ancora le aziende piccole con 1-9 addetti (in quasi la metà dei casi con un solo maestro), che costituivano il 95% delle imprese ma impiegavano soltanto il 47% della pop. lavorativa occupata (1905). Dal 1905 al 1929 il numero delle aziende piccole diminuì e quello degli occupati aumentò; parallelamente, la dimensione media dell'azienda passò da quattro a sei addetti. Tale mutamento strutturale colpì soprattutto le aziende individuali povere e i dettaglianti; la tendenza all'espansione fu frenata dalla crisi degli anni '30. Più rapido fu invece l'iter della meccanizzazione: se nel 1905 le aziende dotate di motori (anche elettrici) erano l'11%, nel 1939 la loro percentuale era salita al 59%.

Aziende e occupati nei settori artigiano-commerciale e industriale 1905-1995a
 190519291955b1965b1975b1995b
Totale aziende 201  218  253  248  263  288 
di cui aziende piccolec 19195% 17179% 22689% 21185% 22585% 23882%
di cui aziende individuali       9638%   7731%   8231% 10336%
Totale occupati 846 1 261 1 799 2 368 2 366 2 900 
di cui in aziende piccole 39847% 56545% 55331% 57524% 62126% 83329%

a In migliaia (cifre approssimative).

b Settore secondario e terziario, senza amministrazione pubblica.

c 1-9 persone.

Fonti:Das Gewerbe in der Schweiz, 1979, 14, 278; Censimento delle aziende, 1995

Dopo il 1950, l'alta congiuntura conferì al settore artigiano-commerciale uno slancio inaspettato, aprendo la strada al Lavoro femminile salariato nel campo dell'artigianato e provocando importanti mutamenti tecnologici e delle dimensioni aziendali. Ne conseguì il passaggio dall'artigianato e dal piccolo commercio alla vera e propria fabbrica e alla grande distribuzione. Poiché in Svizzera non esiste una definizione precisa del settore e le statistiche riuniscono in una sola voce aziende produttive artigiane e industriali, l'evoluzione si può descrivere solo a grandi linee. Dopo il 1950 le dimensioni medie delle aziende sono aumentate, con interruzioni negli anni '70 e all'inizio degli anni '90 (7 occupati nel 1955, 9,5 nel 1965, 9 nel 1975, 11 nel 1985, 8 nel 1991, 10 nel 1995). Fra il 1955 e il 1995 la quota delle aziende piccole (con la maggior parte delle attività artigiane) è diminuita (causando la "morte dei negozietti"); dopo il 1985, peraltro, è emersa la tendenza a un nuovo aumento delle aziende individuali. Altra tendenza iniziale era quella al calo dei dipendenti nelle aziende piccole, il cui numero però è tornato a salire negli anni '70. Poiché oggi le professioni artigiane si distribuiscono fra artigianato, industria e servizi, esse partecipano sia al calo generale della produzione sia alla crescita dei servizi.

Al più tardi a partire dal 1950, l'artigianato in Svizzera ha smesso di essere un settore a sé stante: come nell'industria e nei servizi, il successo economico della singola impresa dipende dal continuo mutamento sul piano strutturale e dell'adeguamento al progresso tecnologico.

Autrice/Autore: Anne-Marie Dubler / vfe

Riferimenti bibliografici

Bibliografia
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