• <b>Industrializzazione</b><br>Tavola delle attività su cui si fonda l'identità nazionale nella seconda metà del XIX secolo; litografia di  G. Müller,   stampata a Zurigo nel 1860 (Bernisches Historisches Museum) © Foto Stefan Rebsamen. Le prime due file di vignette raffigurano la campicoltura, la viticoltura, la frutticoltura, l'allevamento, l'economia lattiera e l'industria tessile e metalmeccanica, mentre la terza evoca le arti applicate (sulla sinistra) e i diversi mezzi di trasporto (sulla destra). Sotto queste immagini allegoriche della vita economica, le attività ricreative che contribuiscono al rafforzamento del giovane Stato federale: le feste di tiro, il canto, la ginnastica e l'alpinismo.
  • <b>Industrializzazione</b><br>Il padiglione dedicato all'energia elettrica all'Esposizione nazionale di Zurigo del 1939; fotografia di  Jean Gaberell (Biblioteca nazionale svizzera, Collezione grafica). Nella corte del padiglione, progettato dall'architetto Roland Rohn, venne messo in scena il processo di trasformazione dell'acqua in energia. I trasformatori della sottostazione di distribuzione, che effettivamente alimentavano il sito dell'esposizione, rappresentano la corrente ad alta tensione, mentre la torre radio, di cui è visibile solo la base, simboleggia le tecnologie basate sulla bassa tensione e l'alta frequenza.

Industrializzazione

L'industrializzazione rappresenta quella fase dello sviluppo economico in cui l'Industria diviene il motore principale della crescita generale. Essa si manifesta con lo sviluppo di nuove tecnologie e settori di attività e il declino o la trasformazione dei settori tradizionali (Protoindustrializzazione), un processo che sfocia in una redistribuzione degli investimenti e dell'impiego tra le varie industrie e regioni. Tale mutamento delle strutture produttive, frutto del costante incremento della produttività del Lavoro (Meccanizzazione) e del capitale, a sua volta reso possibile da Progressi tecnici e organizzativi e da nuovi tipi di imprese e forme di finanziamento (Capitalismo), rispecchia anche gli impulsi provenienti dai mercati, sia sul versante della domanda (emersione di nuovi bisogni che stimolano l'innovazione), sia su quello dell'offerta (crescita della pop. attiva, progressi scientifici, tecnici e nella formazione, nell'accumulazione e nel rinnovamento del capitale).

Nelle statistiche nazionali, questo cambiamento strutturale si traduce in una crescita, relativa e assoluta, del settore secondario, o, in altri termini, nell'aumento della quota dell'industria a scapito dell'Agricoltura, sia sul piano dell'occupazione, sia per quanto riguarda il contributo al prodotto nazionale. L'industrializzazione comporta tuttavia anche la modernizzazione del settore primario, dato che la meccanizzazione riduce il fabbisogno di manodopera e il ricorso a fertilizzanti chimici (Concimazione) permette di aumentare i rendimenti. Attraverso la domanda di Servizi da parte delle industrie (finanziamento, commercializzazione, trasporti), essa favorisce inoltre lo sviluppo del terziario, che con il tempo tende a diventare preponderante.

Una definizione dell'industrializzazione in termini puramente economici risulterebbe incompleta, dato che verrebbero trascurate le sue ripercussioni anche in altri campi. L'avvento della Società industriale, caratterizzata da un lato da una forte crescita del Tenore di vita medio, ma dall'altro anche da un aumento nella prima metà del XIX sec. del Pauperismo, in ambito socioculturale determina infatti un profondo mutamento del mondo del lavoro (Operai, Impiegati) e delle relative org., dei rapporti sociali (Questione sociale, Ruoli sessuali), degli stili di vita e della mentalità, l'acquisizione di nuove conoscenze, la nascita di nuove classi e del Movimento operaio e il degrado dell'Ambiente.

1 - Dalle economie preindustriali alle società postindustriali

1.1 - La Svizzera nel quadro dell'industrializzazione dell'Europa occidentale

La Svizzera costituisce parte integrante di un'economia atlantica, in gestazione a partire dal XVI sec. e poi istituzionalizzata dopo la seconda guerra mondiale nell'OCSE, a cui appartengono gli Stati più ricchi del mondo. Le prime regioni a beneficiare di una modernizzazione che dal XVIII sec. fu all'origine di una Crescita economica furono quelle molto attive nel commercio intern., e in particolare negli scambi tra le diverse sponde dell'Atlantico del nord. Presente nei maggiori porti atlantici, la Svizzera si inserì presto nella divisione intern. del lavoro (Divisione del lavoro) a fianco di alcune potenze navali e coloniali (Olanda, Inghilterra, Francia), sia attraverso la fornitura di servizi (servizio mercenario, commercio di commissione, attività bancarie, investimenti), sia tramite l'importazione di prodotti tropicali e l'esportazione di manufatti (Commercio, Commercio estero). Esattamente come nel caso degli altri Paesi europei dediti al commercio, la cui prosperità risale a prima della rivoluzione tecnologica della fine del XVIII sec. - periodo in cui la Svizzera risultava il primo o secondo produttore europeo del settore cotoniero - nella Conf. l'industrializzazione fu preceduta dallo sviluppo degli scambi, da una lunga fase di crescita protoindustriale e dalla diversificazione della produzione. Si trattò quindi di un mutamento strutturale più graduale di quanto suggerito dal termine Rivoluzione industriale. Il passaggio dalle attività agricole al lavoro nelle manifatture, che coesistettero a lungo nella fase protoindustriale, fu lento e tardivo come nel resto d'Europa; solo in Inghilterra tale cambiamento fu precoce.

1.2 - Le fasi del cambiamento

Per la Svizzera, un elemento emerge chiaramente dalle ricostruzioni statistiche compiute per il XIX sec.: nel quadro della forte crescita del prodotto interno lordo (PIL) tra il 1850 e il 1914, sul piano occupazionale l'agricoltura rimase fin verso il 1870 il settore dominante all'interno dell'economia elvetica, con il 57% della pop. attiva nel 1850, il 43% nel 1870 ma solo ormai il 37% nel 1888 (il primo anno per cui si dispone di statistiche affidabili), contro risp. il 32%, il 38% e il 41% dell'industria. Malgrado il vigoroso sviluppo della produzione industriale, fino alla fine degli anni 1860-70 il settore primario risultò ancora determinante per l'andamento dell'economia nazionale, accelerando (1851-58) o frenando (1859-67) la crescita del PIL. In termini di valore aggiunto, è alla fine degli anni 1860-70 che l'agricoltura fu definitivamente raggiunta dall'industria, che divenne il motore della crescita. La transizione dal punto di vista del contributo dei settori primario e secondario alla crescita economica nazionale fu quindi relativamente precoce.

<b>Industrializzazione</b><br>Tavola delle attività su cui si fonda l'identità nazionale nella seconda metà del XIX secolo; litografia di  G. Müller,   stampata a Zurigo nel 1860 (Bernisches Historisches Museum) © Foto Stefan Rebsamen.<BR/>Le prime due file di vignette raffigurano la campicoltura, la viticoltura, la frutticoltura, l'allevamento, l'economia lattiera e l'industria tessile e metalmeccanica, mentre la terza evoca le arti applicate (sulla sinistra) e i diversi mezzi di trasporto (sulla destra). Sotto queste immagini allegoriche della vita economica, le attività ricreative che contribuiscono al rafforzamento del giovane Stato federale: le feste di tiro, il canto, la ginnastica e l'alpinismo.<BR/>
Tavola delle attività su cui si fonda l'identità nazionale nella seconda metà del XIX secolo; litografia di G. Müller, stampata a Zurigo nel 1860 (Bernisches Historisches Museum) © Foto Stefan Rebsamen.
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Nel caso elvetico vi è un'evidente correlazione tra due fenomeni più o meno contemporanei come lo sviluppo della rete ferroviaria (Ferrovie) e la piena affermazione dell'industria, avvenuta principalmente negli anni del secondo boom degli investimenti ferroviari (1869-75). La Svizzera mantenne i tratti di una società industriale fino agli anni 1970-80: tra il 1900 e il 1973, anno in cui la produzione industriale toccò il proprio apice, la forza lavoro occupata nel settore secondario rimase sostanzialmente costante, oscillando tra il 43% e il 46% della pop. attiva (media dei Paesi europei dell'OCSE: 38% tra il 1960 e il 1973), mentre quella impiegata nel terziario passò dal 25% al 45% (media dei Paesi europei dell'OCSE: dal 37% al 45%). Considerando invece l'apporto fornito al PIL elvetico, risulta probabile che il settore dei servizi abbia superato l'industria già a partire dagli anni 1920-30, dato il grande sviluppo da allora delle attività finanziarie (Piazza finanziaria) e assicurative sviz. sulla scena intern.

2 - La via svizzera all'industrializzazione

La Svizzera ha vissuto mutamenti tecnici, organizzativi e strutturali simili a quelli conosciuti da altre regioni industriali (affermazione della meccanizzazione e del lavoro di Fabbrica, trasformazione del settore industriale dovuta alla diffusione di nuove tecnologie). Tranne che nel campo dell'Orologeria e nell'Industria chimica, dai caratteri marcatamente creativi, le imprese nazionali hanno beneficiato prevalentemente di tecnologie di provenienza estera. Nei settori di volta in volta tecnologicamente all'avanguardia, protagonisti delle varie "rivoluzioni industriali" (industria tessile, ferrovie, elettronica), la Svizzera progredì attraverso l'imitazione di tecniche e procedimenti sviluppati altrove, riuscendo così a colmare il ritardo rispetto ai Paesi più innovatori. Mettendo a frutto le conoscenze tecniche e le informazioni scientifiche disponibili a livello intern., imprenditori e dirigenti di grandi imprese, tra cui alcuni stranieri, riuscirono a garantire una relativa indipendenza tecnologica in tempi più o meno rapidi a seconda dei settori.

Malgrado la tendenza alla convergenza tecnologica, le diverse ondate di modernizzazione, avviate da alcune nazioni leader, non si sono manifestate ovunque in maniera univoca. Le specificità nazionali possono essere rilevanti: variabili quali la struttura e la dimensione del mercato, la disponibilità e il costo relativo dei fattori di produzione, i livelli di competenza in ambito tecnico, commerciale e finanziario, ma anche il contesto storico e istituzionale - nel caso sviz., il raggiungimento tardivo di un'unità politica ed economica - hanno infatti portato a scelte produttive e soluzioni tecnologiche specifiche per i diversi Paesi.

Anche se in Svizzera l'evoluzione tecnica e strutturale non ha conosciuto vere e proprie cesure, non sono mancati periodi di crisi, caratterizzati da difficoltà sul piano sia economico sia politico.

2.1 - Dagli inizi della meccanizzazione alla rivoluzione ferroviaria (fine del XVIII secolo-1850)

Il mezzo sec. che seguì al crollo della vecchia Conf. (1798) fu caratterizzato dalla progressiva modernizzazione delle strutture politiche nei cant. rigenerati (Rigenerazione), che adottarono Costituzioni ispirate ai principi del Liberalismo. Sul piano sociale, fu l'emergente Borghesia d'affari, fiduciosa nel progresso tecnico, a impegnarsi a favore di radicali riforme sul piano economico (unificazione del Mercato interno) e politico (creazione di un potere centrale). Nel 1848 queste pressioni sfociarono nella nascita di uno Stato fed. inizialmente dotato di poteri limitati, che pose fine a diversi decenni di instabilità e stallo istituzionale.

In questo periodo l'industrializzazione conobbe una prima ondata, che riguardò però solo alcune regioni del Paese e le attività orientate all'esportazione come i settori del cotone, della Seta (principalmente nella Svizzera orientale, nella regione basilese e a Neuchâtel) e l'orologeria (Ginevra, arco giurassiano). Se da un lato tali attività si innestarono sulle strutture produttive protoindustriali ereditate dal XVIII sec., dall'altro beneficiarono comunque di innovazioni tecniche di importanza decisiva; così, la produzione meccanizzata e standardizzata di movimenti grezzi per orologi si diffuse dalla fine del XVIII sec. nel Giura franc., da dove presto inondò il mercato orologiero sviz. Nel caso dell'industria del Cotone, l'adozione di innovazioni tecniche e organizzative sperimentate in una prima fase nelle filande inglesi diede una svolta decisiva a tutto il settore tessile sviz. (Industria tessile). All'inizio del XIX sec., alcune centinaia di migliaia di persone furono toccate dal declino della filatura manuale, soprattutto nella Svizzera orientale (San Gallo, Appenzello Esterno, Glarona, Zurigo, Argovia). La meccanizzazione dei processi produttivi in vari settori originò un trasferimento di manodopera verso quelle attività che le macchine non erano ancora in grado di svolgere nel XIX sec. Per quanto riguarda l'industria tessile, la forte disoccupazione tecnologica verificatasi inizialmente venne riassorbita dallo sviluppo di un'ampia gamma di produzioni di nicchia (Ricamo, tessuti colorati, operati e broccati, stampa con blocchi di legno di fazzoletti e scialli, articoli di seta), e anche nel ramo orologiero si assistette a una grande diversificazione merceologica, basata su tecniche manuali e numerosi piccoli miglioramenti.

Questa specializzazione in attività che richiedevano elevate capacità specifiche, resa possibile dalla disponibilità di manodopera abile, abbondante e a basso costo, si realizzò nel contesto tradizionale delle industrie decentrate e a domicilio (Lavoro a domicilio), che dal 1800 al 1880 occuparono un numero abbastanza costante di persone (attorno a 120'000). Nel 1850, gli operai di fabbrica (42'000, contro i 130'000 lavoratori dell'industria a domicilio) costituivano appena il 4% della pop. attiva; nel 1880 il loro numero era passato a 150'000, pari all'11% della pop. attiva. Nel XIX sec. in Svizzera l'industrializzazione fu incentrata sulle produzioni tradizionali, che rinnovarono gradualmente la loro base tecnologica (meccanizzazione della filatura all'inizio del XIX sec., della tessitura attorno alla metà del sec. e del ricamo dalla fine degli anni 1860-70; produzione meccanizzata di movimenti grezzi per orologi e poi, dal 1880, di orologi prodotti in serie). Ancora nel 1900 e nel 1910, le imprese orologiere e tessili, e in particolare queste ultime, impiegavano ca. la metà dei dipendenti del settore secondario; solo un quinto della pop. attiva lavorava nelle fabbriche. A ostacolare l'innovazione dei processi produttivi concorsero la mancanza di Carbone, importante fonte di energia, e l'ampia disponibilità di manodopera, che si tradusse in bassi livelli salariali almeno per tutta la prima metà del XIX sec.

Anche il successo dei prodotti elvetici sui mercati intern. non mancò di influenzare il modello sviz. di industrializzazione, innanzitutto favorendo la permanenza dei settori tradizionali: dato che i consumi interni non offrivano possibilità sufficienti di espandere le vendite, tali attività riuscirono a sopravvivere e a crescere grazie al commercio e al continuo ampliamento dei mercati di sbocco, soprattutto extraeuropei. In seguito la focalizzazione sui mercati esteri e la concorrenza intern. - soprattutto dei tessuti di cotone inglesi di bassa gamma, venduti nel mondo intero a poco prezzo grazie al basso costo del carbone - indussero gli imprenditori sviz. a concentrare la produzione nei settori di nicchia ad alto valore aggiunto, a innovare i prodotti e a migliorarne la qualità. La specializzazione e la flessibilità sarebbero stati in seguito elementi caratteristici dell'industrializzazione in Svizzera.

Mentre non è accertato che in un primo momento le industrie esportatrici abbiano dato un contributo significativo alla crescita economica del Paese, risulta invece sicuro che gli effetti di spillover da un settore all'altro avrebbero in seguito avuto ripercussioni importanti sull'Economia d'esportazione e sulla crescita del reddito nazionale. L'Industria delle macchine nacque infatti da un processo di disintegrazione verticale del settore tessile, la cui domanda di prodotti per il candeggio, la tintura e l'apprettatura nella seconda metà del XIX sec. stimolò anche lo sviluppo della chimica organica (coloranti), che a sua volta favorì la nascita del settore farmaceutico. Anche l'orologeria diede avvio a un'industria autonoma di macchine utensili. Tutte queste nuove attività assunsero però un ruolo di primo piano solo nel XX sec.

2.2 - La seconda industrializzazione

Dopo il 1850, lo sviluppo industriale della Svizzera si produsse in un contesto ormai divenuto nazionale che sostituì il particolarismo cant. La Costituzione del 1848 aveva gettato le basi per una nuova ripartizione delle competenze tra i cant. e la Conf. e creato un quadro istituzionale favorevole alla modernizzazione dell'economia attraverso riforme di carattere fiscale - soppressione delle Dogane interne e attribuzione dei dazi allo Stato fed. - ed economico - unificazione del mercato interno, adozione di una moneta unica (Politica monetaria), nazionalizzazione della rete postale e telegrafica. Nel 1855 venne inaugurato il primo Politecnico federale, concepito come strumento per il progresso della scienza e dell'industria. In seguito, l'accettazione nel 1874 di una nuova Costituzione da parte del popolo sviz. permise di estendere le competenze e i poteri di intervento e regolamentazione del governo fed. in ambito industriale (leggi sulle ferrovie, sul lavoro nelle fabbriche, sui marchi di fabbrica e di commercio, sui brevetti, Codice delle obbligazioni, ecc.). Questa tendenza si rafforzò con le due guerre mondiali, senza tuttavia rinunciare, se non in maniera parziale, ai principi del liberalismo economico.

Subito dopo il 1848, un progetto industriale di portata nazionale trasformò un settore rilevante dell'economia, quello dei Trasporti e delle comunicazioni. Mentre altrove la costruzione delle ferrovie segnò la tappa conclusiva di una prima fase dell'industrializzazione, in Svizzera i cantieri ferroviari partirono dopo la nascita dello Stato fed., con ca. 20 anni di ritardo rispetto ad altri Paesi industriali. Le ferrovie costituirono un fattore decisivo di modernizzazione, facilitando l'importazione di fonti di Energia come il carbone, stimolando la domanda e quindi favorendo la crescita economica tramite lo sviluppo delle attività dell'indotto (produzione di materiale ferroviario e poi, con l'Elettrificazione, il settore dell'Elettrotecnica), agevolando le esportazioni verso il resto dell'Europa attraverso il raccordo con le reti estere e promuovendo l'integrazione del mercato interno, ad esempio con il trasporto di prodotti alimentari e bestiame verso le città, divenute grandi centri di consumo in seguito all'urbanizzazione crescente della seconda metà del XIX sec. Le ferrovie concorsero anche alla nascita di un'"industria turistica" (Turismo) e di un'"industria bancaria" (Banche), che dovette adeguare le strutture e le strategie in funzione degli investimenti massicci e a lungo termine necessari per la creazione delle nuove grandi reti (nascita delle prime grandi banche d'affari). Infine, la rivoluzione dei trasporti (ferrovie, navigazione a vapore), facilitando l'importazione di cereali a basso costo dalla Russia e dal continente americano, contribuì anche al trasferimento di manodopera dall'agricoltura verso l'industria e il terziario (i lavoratori del settore primario scesero dal 57% al 27% della pop. attiva tra il 1850 e il 1910).

Tra il 1850 e la seconda guerra mondiale, l'industria sviz. perse il suo carattere rurale e si concentrò nelle aree urbane (Zurigo, Winterthur, Baden, Basilea), dove si impiantarono anche i nuovi settori chiave. Dalla fine del XIX sec. si assistette a una riallocazione delle risorse e a un abbandono dei settori in relativo declino a favore delle attività che sfruttavano le nuove risorse tecniche ed energetiche, ormai divenute i motori della crescita industriale. Se da un lato la struttura produttiva tradizionale, fortemente legata alle competenze ereditate dal passato e al lavoro a domicilio, rimase prevalente fino agli inizi del XX sec., dall'altro il rafforzamento delle spinte innovatrici permise alla Svizzera di essere protagonista nei settori di punta della "seconda rivoluzione industriale" (ramo idroelettrico, elettrotecnica, meccanica, chimica di sintesi). Si trattò di un balzo tecnologico notevole, paragonabile a quello vissuto dalla Germania e dalla Svezia e attestato anche dal numero di brevetti depositati da Svizzeri all'estero, e in particolare negli Stati Uniti, tra il 1880 e il 1914.

Al termine del XIX sec., i progressi tecnologici nell'utilizzo della corrente elettrica a scopi industriali diedero alla Svizzera quelle possibilità di cui era stata privata in precedenza dalla mancanza di carbone nel proprio sottosuolo. Costretta a sperimentare le strade di una meccanizzazione non legata al vapore, in particolare nel settore tessile, la Svizzera cercò di compensare la carenza di energia fossile facendo ricorso al grande potenziale delle risorse idriche. Nell'ambito dello sfruttamento dell'acqua a fini industriali, dalla fine del XIX sec. il "carbone bianco" costituì l'inesauribile motore di un'innovazione tecnologica che si manifestò con il passaggio dalle tecniche tradizionali (macchine idrauliche, correzione dei corsi d'acqua, derivazione delle acque) all'elettrotecnica (elettromeccanica, elettrometallurgia, elettrochimica) e alla realizzazione di centrali e dighe per la produzione di energia idroelettrica. Insieme alla Germania e agli Stati Uniti, la Svizzera diede un contributo importante allo sviluppo delle nuove tecnologie protagoniste della "seconda rivoluzione industriale", in particolare nel campo del trasporto a distanza della corrente elettrica e delle costruzioni elettromeccaniche, ma anche nel settore della chimica fine, in cui riuscì rapidamente a colmare il ritardo rispetto alla Germania. Questi progressi stimolarono notevolmente il tasso di crescita economica in Svizzera, che tra la fine del XIX sec. e il 1914 risultò tra i più elevati di tutti i Paesi sviluppati.

<b>Industrializzazione</b><br>Il padiglione dedicato all'energia elettrica all'Esposizione nazionale di Zurigo del 1939; fotografia di  Jean Gaberell (Biblioteca nazionale svizzera, Collezione grafica).<BR/>Nella corte del padiglione, progettato dall'architetto Roland Rohn, venne messo in scena il processo di trasformazione dell'acqua in energia. I trasformatori della sottostazione di distribuzione, che effettivamente alimentavano il sito dell'esposizione, rappresentano la corrente ad alta tensione, mentre la torre radio, di cui è visibile solo la base, simboleggia le tecnologie basate sulla bassa tensione e l'alta frequenza.<BR/><BR/>
Il padiglione dedicato all'energia elettrica all'Esposizione nazionale di Zurigo del 1939; fotografia di Jean Gaberell (Biblioteca nazionale svizzera, Collezione grafica).
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Gli anni tra le due guerre mondiali - un periodo di contraccolpi congiunturali e di debole crescita segnato da gravi tensioni sociali e politiche - furono caratterizzati dal mutamento strutturale dell'industria sviz., le cui ripercussioni in termini di incremento di produttività si fecero sentire solo dopo il 1945. Le industrie meccaniche e dei coloranti, a lungo relegate al ruolo di fornitori del settore tessile dominante, assunsero un ruolo di primo piano tra le attività innovative; quelle tradizionali al contrario si indebolirono. L'industria cotoniera fu costretta a misurarsi sui mercati intern. con la concorrenza dei Paesi in via di sviluppo, mentre i settori del ricamo e della seta, specializzati nella produzione di articoli di lusso sensibili alle mode, dovettero far fronte a una radicale modifica della domanda. Il comparto orologiero beneficiò invece di una protezione temporanea derivante dagli accordi di cartello (Cartelli) e dal sostegno finanziario della Conf. (ASUAG).

I nuovi protagonisti nell'ambito della produzione industriale e delle esportazioni erano ormai divenuti la meccanica, la chimica (coloranti, prodotti farmaceutici) e i beni alimentari (Industria dei generi voluttuari e alimentari), settori caratterizzati dalla crescita nelle dimensioni delle imprese, dalla modernizzazione delle loro strutture organizzative interne e dal crescente peso attribuito alle attività di ricerca. Questa tendenza verso la produzione ed esportazione di beni ad alta intensità di capitale e di tecnologia si rifletté in maniera evidente nell'evoluzione a lungo termine del commercio estero: mentre nel 1899 i prodotti tradizionali di consumo (beni alimentari, tessili e scarpe; Industria dell'abbigliamento) rappresentavano ancora il 70% del valore totale delle esportazioni, contro il 15% dei settori metallurgico, meccanico e chimico, nel 1973 tali proporzioni si erano invertite (14% per il primo gruppo di merci, 70% per il secondo). Ciò costituì anche la dimostrazione della capacità di adattamento del sistema produttivo ai mutamenti della domanda intern., che per quanto riguarda i Paesi industriali, i principali partner commerciali della Svizzera, privilegiava ormai beni di consumo durevoli, e di conseguenza anche beni strumentali e prodotti intermedi, compresi quelli del settore orologiero (abbozzi e movimenti).

Per quanto riguarda i fattori di innovazione sul fronte dell'offerta, sempre in una prospettiva di lungo termine, l'elemento più significativo fu la crescita accelerata della Produttività grazie agli investimenti nello sviluppo tecnico (ricerca scientifica e industriale), nel capitale umano (miglioramento dell'offerta formativa) e nel capitale fisso (alloggi, infrastrutture, ecc.), in particolare dopo la seconda guerra mondiale. In un contesto sempre più influenzato dagli Stati Uniti, come negli altri Paesi europei si recuperò gradualmente il distacco rispetto al modello americano, di cui vennero adottate le tecnologie di punta (elettronica) e i metodi manageriali.

Gli anni 1970-80 segnarono sia la fine del predominio relativo e assoluto del settore secondario, sia una cesura sul piano produttivo; l'industrializzazione lasciò il posto alla terziarizzazione dell'economia. Con il progressivo avvento della società dei servizi, l'industria sviz. ha dovuto adattarsi alle esigenze tecniche della "terza rivoluzione industriale", basata sul ricorso all'Informatica in tutti gli aspetti della produzione. Per ondate successive, la microelettronica ha fatto il suo ingresso nelle imprese, modificando profondamente il mondo industriale.

3 - I cambiamenti socioculturali

La formazione di una società industriale, segnata dal passaggio dall'economia fam. alla professionalizzazione delle attività economiche, fu accompagnata da un considerevole miglioramento delle condizioni di vita. La crescita del potere d'acquisto (aumento dei salari reali, diminuzione dei prezzi dei beni agricoli e industriali), le maggiori comodità e i progressi dell'industria alimentare, dell'igiene e della salute pubblica modificarono profondamente i comportamenti e aprirono la strada ai consumi di massa. Se da una parte beneficiò della precoce scolarizzazione e dell'alto grado di alfabetizzazione della manodopera, dall'altra l'industrializzazione in Svizzera favorì a sua volta lo sviluppo dell'istruzione professionale, tecnica e scientifica a livello cant. e nazionale, dato che essa richiedeva un continuo adattamento delle competenze a un'economia in rapida evoluzione.

I progressi dell'industrializzazione risultarono comunque discontinui nel tempo e nello spazio, e le sue manifestazioni sul piano economico e socioculturale diedero origine a disparità regionali e disuguaglianze sociali nuove rispetto all'epoca dell'ancien régime.

Prima della metà del XIX sec., in una soc. ancora rurale, l'innovazione industriale e gli incrementi di produttività rimasero limitati ad alcuni settori e regioni, e quindi non ebbero un'incidenza significativa sull'economia nel suo complesso. In questo periodo, la povertà, diffusa in larghi strati della pop. e acuita da ogni cattivo raccolto, non poté essere attenuata né dalla crescita effettiva della produttività agricola, né dai progressi dell'industrializzazione in alcuni settori già pienamente integrati nei traffici intern. ancora prima di esserlo nel mercato nazionale. Questa situazione è testimoniata anche dalle diverse forti ondate migratorie (Emigrazione) verso i Paesi oltreoceano, originate dalle crisi congiunturali del 1816-17, 1845-46 e 1850-53, che colpirono i cant. rurali. I lavoratori dell'industria a domicilio, anch'essi vittime delle carestie e della crescita vertiginosa dei prezzi, dall'inizio del XIX sec. furono inoltre travolti dalla prima ondata di innovazioni tecnologiche. Nel cant. Zurigo, polo della filatura meccanica, la disoccupazione tecnologica fu riassorbita non prima della fine degli anni 1820-30, mentre l'occupazione complessiva nel settore tessile tornò sui livelli raggiunti alla fine del XVIII sec. solo all'inizio degli anni 1840-50. Gli episodi di Luddismo (distruzione di macchine da parte degli operai) rimasero isolati. Le regioni agricole risentirono maggiormente della povertà di quelle industriali, dove i salari reali, in crescita già dagli anni 1860-70, conobbero una forte progressione tra il 1870 e il 1890. Le condizioni di lavoro, assai diverse a seconda dei settori, risultarono particolarmente proibitive nella filatura (tra le 12 e 14, se non 16 ore di lavoro al giorno, lavoro notturno e domenicale, Lavoro infantile, condizioni igieniche precarie, ecc.). Nel 1877, la prima legge fed. sul lavoro nelle fabbriche (Leggi sulle fabbriche) riuscì a porre rimedio in parte a questa situazione.

Dato che la maggioranza della pop. attiva era ormai impiegata nell'industria e nei servizi a essa collegati, i cambiamenti strutturali provocati dalla seconda ondata di industrializzazione toccarono l'insieme della soc., trasformando gradualmente la Svizzera in un Paese ad alti salari. Lo sviluppo del settore ferroviario, la realizzazione dei trafori alpini e l'urbanizzazione causarono il boom del settore dell'Edilizia, esaurirono le disponibilità di manodopera (Mercato del lavoro) e favorirono l'Immigrazione di lavoratori stranieri, a cui gli Svizzeri lasciarono gli impieghi meno qualificati; a partire dagli anni 1880-90 il saldo migratorio da passivo divenne attivo. L'avvento di un'economia moderna, fondata sulla conoscenza, sulla collaborazione tra industria e scienza e sullo sviluppo di produzioni di qualità, permise inoltre una crescita generalizzata dei livelli salariali e scompaginò le qualifiche lavorative e le gerarchie professionali e sociali. Nelle grandi industrie, la burocratizzazione (Burocrazia) comportò la crescita del numero di "colletti bianchi" e l'ampliamento delle possibilità di carriera.

Se i lavoratori dell'industria fino agli anni 1970-80 furono coloro che maggiormente beneficiarono della modernizzazione economica, in particolare se confrontati con i lavoratori agricoli, è pure vero che gli stessi subirono anche le pressioni produttivistiche imposte, dagli anni 1920-30, dalla razionalizzazione dei processi lavorativi (Taylorismo). Essi dovettero inoltre adattarsi ai mutamenti della struttura dell'impiego; le competenze tecniche tradizionali lungamente accumulate nell'Artigianato, nel settore tessile (fortemente ridimensionati negli anni tra le due guerre mondiali) e nell'orologeria meccanica, che subì un tracollo con l'avvento dell'elettronica, scomparvero. Le donne furono particolarmente colpite da questi mutamenti, dato che erano proprio le attività più a rischio, come l'industria leggera (in flessione tra le due guerre mondiali) e certe produzioni meccanizzate che non richiedevano alcuna formazione (catena di montaggio), a impiegare una quota elevata di manodopera femminile. Tra il 1920 e il 1941, l'industria tessile, calzaturiera, orologiera e dell'abbigliamento persero 73'100 posti di lavoro, di cui 43'000 occupati da donne, mentre nelle attività in crescita (industria metallurgica e meccanica, edilizia), in cui le maestranze erano prevalentemente maschili, ne furono creati 99'400, di cui 10'200 per le donne. Mentre in questo periodo i livelli di occupazione femminile si ridussero, tra il 1941 e il 1970 essi conobbero una costante crescita. In seguito, la terziarizzazione dell'economia favorì il Lavoro femminile salariato sul piano sia quantitativo sia qualitativo.

Riequilibrando gli effetti negativi derivanti dalla trasformazione delle condizioni di lavoro e dei rapporti sociali, lo sviluppo di un sistema in grado di rappresentare e difendere gli interessi corporativi (org. economiche, ass. professionali e femminili) nei confronti dello Stato rivestì un ruolo fondamentale per l'integrazione sociale. I conflitti, talvolta violenti, che in alcune occasioni scossero il Paese (movimento democratico degli anni 1860-70, rivendicazioni operaie dagli anni 1880-90, sciopero generale del 1918) non lo destabilizzarono comunque in maniera duratura, ma sfociarono invece in riforme socioeconomiche e politiche che modificarono profondamente le condizioni quadro e il funzionamento dell'economia.

Riferimenti bibliografici

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Autrice/Autore: Béatrice Veyrassat / mku