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Attualità / Il tema attuale
02/2018

Onde radio e piccolo schermo: uno sguardo sulla storia dei mass media

I due mass media radio e televisione fanno parte da decenni della nostra quotidianità. Le prime stazioni emittenti radio risalgono agli anni 1920-1930, il servizio televisivo regolare al 1958. Il finanziamento di questi mezzi di comunicazione, così come il ruolo che si intende loro assegnare, sono attualmente oggetto di accesi dibattiti fra sostenitori e contrari alla soppressione del canone di ricezione radiofonica e televisiva, proposta dall’iniziativa denominata «No Billag», sulla quale il popolo svizzero è chiamato a esprimersi il 4 marzo 2018.

François Vallotton, professore ordinario all’Università di Losanna e specialista della storia dell’audiovisivo in Svizzera, mette in luce qui di seguito, per i lettori del DSS, un aspetto di questa interessante tematica. François Vallotton è anche membro della commissione responsabile della direzione strategica del DSS in seno all’Accademia svizzera di scienze umane e sociali. Il DSS lo ringrazia vivamente per la gentile collaborazione.

 

SSR e service public
La Società svizzera di radiodiffusione, fondata nel 1931, contribuisce a creare il quadro tecnico, politico e giuridico che caratterizzerà il sistema audiovisivo svizzero del cinquantennio successivo. A questa associazione nazionale di diritto privato, subentrata a diverse società radiofoniche locali, fu affidato il monopolio sulle onde radio mediante un contratto di prestazioni legato a una concessione pubblica. Tale mandato di service public si basa su alcuni concetti chiave: un finanziamento solidale delle tre emittenti (Beromünster, Sottens e Monte Ceneri) e degli studi regionali attraverso un sistema di perequazione finanziaria, una copertura su tutto il territorio della Confederazione, la neutralità politica e l’autonomia nei confronti di tutti i gruppi privati (nessuna pubblicità) e dello Stato. Tali principi sopravvivranno all’avvento della televisione, fatta eccezione per la pubblicità, introdotta in questo nuovo media nel 1965. Nello stesso periodo l’idea di servizio pubblico si estende, integrando principi deontologici (la garanzia di obiettività), la difesa delle minoranze e il perseguimento di obiettivi educativi e culturali.

La messa in discussione del monopolio
All’inizio degli anni 1970-1980, il monopolio della SSR è messo in discussione sia dalla destra (principalmente dall’UDC e dalla lobby nota come Hofer-Club, creata nel 1974) sia da alcuni ambienti di sinistra che ne criticano il carattere ufficiale. Con l’intensificarsi in Europa dei dibattiti sulla liberalizzazione del settore, anche attori privati si mobilitano per abolire la posizione di esclusività della SSR, ciò che si concretizza nel 1983. Con la nuova legge sulla radiotelevisione del 1991, viene introdotta la ripartizione del canone a favore di stazioni e operatori privati, in seguito allargata. Ma gli interessi di alcuni grandi editori si fanno più marcati. Cavalcando l’onda neoliberale che agita la sfera politico-economica degli anni 1990-2000, un collettivo guidato dal diplomatico ed economista David de Pury cerca nel 1991 di lanciare un’iniziativa popolare volta a privatizzare la SSR. Le firme non verranno raccolte e, nel dibattito sulla nuova legge del 2006, il Parlamento vigilerà affinché sia garantita la concorrenzialità del servizio pubblico di fronte all’accresciuta competitività internazionale. Nel contempo viene introdotta la distinzione tra emittenti o canali detentori di una concessione (quindi beneficiari di una parte del canone ma legati a un mandato di prestazioni) e quelli che ne sono privi.

La trasformazione della fruizione e la crisi dei media
Alle questioni politiche ed economiche che continuano ad animare il dibattito attorno al service public nel decennio successivo e fino ai giorni nostri, si aggiungeranno due nuovi elementi. L’introduzione del digitale modifica le pratiche di consumo dell’audiovisivo, sullo schermo e on demand, mentre la fruizione gratuita dei contenuti diviene la norma per le nuove generazioni. Il pagamento di un canone, generalizzato nel 2015, è considerato da taluni insostenibile sia sul piano finanziario che su quello filosofico (si vuole pagare solo ciò che si consuma). Il panorama mediatico viene inoltre radicalmente sconvolto dalla crisi generalizzata dei media tradizionali, in particolare la stampa, da una parte e dall’arrivo di nuovi attori come gli operatori di comunicazione o i grandi gruppi multimediali globalizzati dall’altra. Il dibattito tra i seguaci di una pura liberalizzazione e i fautori di una necessaria regolamentazione si inasprisce con il lancio dell’iniziativa detta No Billag, sottoposta al voto popolare il 4 marzo 2018 e volta a sopprimere ogni finanziamento dell’audiovisivo da parte della Confederazione nonché il mandato di servizio pubblico così come è definito nella Costituzione (art. 93, cpv. 2).

François Vallotton, professore di storia contemporanea all’Università di Losanna (traduzione di Valeria Wyler)

F. Vallotton è attualmente co-responsabile di un progetto sulla storia della televisione svizzera prima dell’uso generalizzato del digitale: «Au-delà du service public: pour une histoire élargie de la télévision en Suisse, 1960 à 2000».

 

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